La prima immagine è quella di un’isola tropicale: Tuvalu, arcipelago del Pacifico che, pur contribuendo pochissimo alle emissioni globali, rischia di essere sommerso entro la fine del XXI secolo. Nel 2021, alla COP26, il ministro Simon Kofe lancia l’allarme, in piedi nell’acqua; nel 2022, alla COP27, annuncia che Tuvalu diventerà la prima “nazione digitale”: anche dopo la sua sparizione, il territorio continuerà a vivere come realtà virtuale.
Quest’immagine, a tutto schermo, un idillio tecnologico che nasconde un dramma ecologico, introduce l’esposizione "Memo. Souvenirs du futur", ideata dal duo curatoriale d-o-t-s (Laura Drouet e Olivier Lacrouts), appena inaugurata al CID/Grand-Hornu, in Belgio. Co-prodotta con la Fondation d’entreprise Martell (Cognac, Francia), la mostra mette in scena una serie di progetti di designer e artisti che cercano di ricostruire o preservare le tracce di ambienti minacciati dall’attività umana: un design rigenerativo che passa attraverso la memoria, non solo concettuale ma anche sensibile. Un modo per ricordarci la crisi climatica, che non smette di aggravarsi, e in cui la dimensione di impegno critico dell’arte e l’ottimismo innato del design convergono.
Molto riuscita, la scenografia al tempo stesso essenziale e spettacolare, firmata da Olivier Vadrot, trasforma lo spazio industriale del Grand-Hornu in un territorio sospeso tra laboratorio, archivio e teatro. Tra disegni, video e oggetti, lo spettatore segue il filo dei diversi progetti, passando da un continente all’altro, accompagnato da suoni e profumi che evocano presenze fugaci: tracce sensibili di mondi sempre in bilico, fragili eppure illuminati da una bellezza intensa e inattesa. Secondo le parole dei d-o-t-s, i progetti presentati agiscono come “punti di agopuntura”: preservano tradizioni, materiali, gesti e specie, proponendo la cura come forma di resistenza.
La mostra mette in scena una serie di progetti di designer e artisti che cercano di ricostruire o preservare le tracce di ambienti minacciati dall’attività umana: un design rigenerativo che passa attraverso la memoria, non solo concettuale ma anche sensibile.
Geografie della perdita
I fronti su cui si innestano le operazioni rigenerative dei designer sono molteplici: dagli ettari di torbiere e brughiere devastati dagli incendi tra il 2017 e il 2022 nei Paesi Bassi, che suggeriscono alla designer Liselot Cobelens un tappeto-mappa, bruciato con un cannello e composto da otto combinazioni di colori, capace di rappresentare gli effetti della siccità e conservare la memoria fisica dell’incendio; all’estinzione degli ulivi in Puglia per colpa della Xylella fastidiosa, che spinge Roberta Di Cosmo a creare un “inventario vivente” di gesti performativi che, nella comunità di Racale, si ripete come un rituale collettivo di lutto e consapevolezza, ma anche come atto simbolico di resistenza che mantiene viva l’identità culturale del territorio; fino agli ecosistemi devastati dalla costruzione di grandi dighe nelle Filippine, che l’artista Cian Dayrit ricostruisce con arazzi su cui tesse mappe indicate dagli abitanti, come reliquie di una memoria collettiva frammentata e ferita.
Negli anni ’60 Pasolini aveva indicato l’estinzione delle lucciole come un segnale irreversibile della trasformazione dell’ambiente rurale dovuta all’industrializzazione e all’urbanizzazione. Oggi questo fenomeno si estende globalmente: dal Nord Europa a Porto Rico, le popolazioni di insetti sono diminuite dell’80% negli ultimi trent’anni, minacciate da agricoltura intensiva, pesticidi, deforestazione, inquinamento e cambiamenti climatici. In risposta a questa crisi ecologica, l’artista Félix Blume ha creato Los Grillos del Sueño, un’installazione sonora realizzata con i bambini del programma Cecrea La Ligua in Cile, che immagina un futuro senza grilli (Gryllus bimaculatus), il cui silenzio disturba profondamente il sonno e mette in luce la fragilità dei paesaggi sonori naturali.
Nell’esposizione sono diversi i progetti che reagiscono all’estinzione di piante o animali – come l’huia (Heteralocha acutirostris), uccello della Nuova Zelanda sacro per i Māori, di cui Sally Ann McIntyre ricostruisce la voce, o come il castoro, di cui l’artista Suzanne Husky invita a riscoprire il ruolo fondamentale nei paesaggi acquatici, creando dighe che favoriscono la biodiversità e riducono i rischi di alluvioni. Questi lavori si inseriscono in una tipologia di ricerca già avviata da Alexandra Daisy Ginsberg con Resurrecting the Sublime (Triennale di Milano, Broken Nature, 2019), dove il profumo di un fiore estinto veniva ricreato per evocare una memoria sensoriale perduta.
Il design come pratica riparativa
Ma dove il design riesce a superare la dimensione evocativa e ad assumere un ruolo centrale in pratiche di ricostruzione è nel recupero di materiali e savoir-faire ancestrali, marginalizzati o rimossi dalle monoculture, dalle logiche estrattive e dall’industrializzazione pervasiva. Così, in Africa, il tessuto ottenuto dalla corteccia del Mutuba (Ficus natalensis), tradizionalmente cerimoniale per i Ganda, viene riportato a nuova vita dalla designer nigeriana Bubu Ogisi; mentre la segale (Secale cereale), cereale rustico e materiale artigianale tradizionale in Europa, è trasformata dalla fashion designer francese Emma Bruschi, nella collezione Almanach (2019), in splendidi abiti intrecciati e ricamati.
In questa direzione si colloca uno dei progetti più emblematici del ruolo riparativo del design: Conflict Avocados di Fernando Laposse, tra i protagonisti di un approccio rigenerativo alla disciplina. Già nel 2015, con Totomoxtle, il designer messicano aveva avviato un lavoro basato sulla trasformazione delle foglie del mais nativo in materiali sostenibili per oggetti e rivestimenti, in collaborazione con i contadini di Tonahuixtla, nel sud del Messico, contribuendo a valorizzare varietà tradizionali, biodiversità e pratiche artigianali locali. Nel progetto presentato al Grand-Hornu, lo sguardo si concentra invece sulla filiera dell’avocado in Michoacán, sempre in Messico, mettendone in evidenza le implicazioni ambientali e sociali: deforestazione, violenza sui contadini, distruzione di ecosistemi come quello della farfalla monarca. Il progetto diventa così il punto di partenza per un’indagine costruita a partire da testimonianze locali, che apre alla possibilità di riorganizzare le produzioni su base territoriale.
Laposse – e con lui l’intera esposizione – propone un’idea di design che non si limita a raccontare la crisi, ma cerca margini di intervento: una pratica che non arretra di fronte al conflitto, non si ferma alla diagnosi di traumi e fratture, e prova invece a tradursi in azione concreta, positiva e propositiva.
- Mostra:
- Memo. Souvenirs du futur
- Curata da:
- d-o-t-s (Laura Drouet e Olivier Lacrouts)
- Dove:
- CID, Grand-Hornu, Belgio
- Date:
- Fino al 30 agosto 2026
Immagine di apertura: Neve, Insular Cotton, 2020. Foto Diogo Bento
