Otto progetti da tenere d’occhio alla Biennale di Design di Saint-Étienne, dove il design è uno sport di squadra

Un’auto a guida autonoma open-source e low-cost, una sedia che cresce come un albero, un archivio di “ricette” per produrre bioplastica in casa sono alcuni dei progetti in mostra alla Cité du Design.

Con il tema “creare un terreno comune”, l’undicesima edizione della Biennale Internazionale Design Saint-Étienne (fino al 22 aprile 2019) trasforma per un mese il capoluogo del dipartimento della Loira, regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, nella capitale europea del design. Comune denominatore nella selezione dei progetti sono le diverse forme di collaborazione progettuale – open-source, transdisciplinare – e l’inclusività. E poiché lo sguardo è sempre rivolto al domani, il filo conduttore si traduce piuttosto in creare futuri comuni. “Il design è un’arma per il cambiamento”, sostiene la curatrice Lisa White, Head del dipartimento Lifestyle & Interiors / Vision di WGSN, una delle più grandi agenzie di trend forecasting. Nella sua mostra “Systems not stuff” presenta gli oggetti, ma soprattutto i sistemi, di domani, all’insegna della condivisione, della collaborazione e dell’inclusione sociale. “Più che una disciplina”, sostiene, “il design è uno sport di squadra”.

1. RollE, auto a guida autonoma low-cost

All’ingegnere ghanese Benedict Quartey l’idea di progettare un’auto a guida autonoma low-cost è venuta da un triste dato di fatto: ogni anno 1.27 milioni di persone muoiono per incidenti stradali, che per il 90% sono imputabili a un errore umano. Nel 2015, nella sola Africa, le vittime sono state 256.179.
Il suo progetto mira a costruire una piattaforma open-source per sviluppare in modo collaborativo veicoli a guida autonoma modulari. In questo modo, studenti e ricercatori possono avere accesso a questa tecnologia, testando le loro idee e implementando gli algoritmi di guida autonoma, utilizzando tecniche di apprendimento e controllo simili utilizzate nell’industria automobilistica, ma senza dover affrontare i costi elevati connessi. La sua auto impiega componenti stampate in 3D e uno chassis in metallo riciclato. Nel corso della Biennale, Quartey terrà una serie di workshop con gli studenti dell’ESADSE.

Benedict Quartey, RollE MkII, 2018. © Benedict Quartey

2. Precious Plastic

“Usiamo meno plastica, perché è un materiale prezioso”, sostiene Johé Bruneau. Nel 2016, questo “artigiano della plastica”, come ama definirsi, ha aderito al collettivo Precious Plastic – fondato nel 2016 da Dave Hakkens – e ha messo a punto una macchina che permette di riciclare la plastica localmente. L’obiettivo è rendere facile e immediato per chiunque il riciclo dei rifiuti. “La plastica”, prosegue, “è uno dei migliori prodotti mai inventati”. Se dunque un mondo senza plastica non è immaginabile, è meglio cominciare subito a massimizzarne il riciclo. Il suo progetto è open-source, al punto che una serie di video tutorial spiegano passo dopo passo come avviare il proprio laboratorio di riciclaggio. La comunità è cresciuta fino a 40.000 persone, ha creato una rete di riciclerie DIY, prodotto 500 macchine e manuali operativi gratuiti e promuove incontri sul tema. I nuovi oggetti, creati con la plastica riciclata, sono venduti online.

Johé Bruneau, Precious Plastic. Photo P. Grasset

3. This is grown

Il sistema di tessitura microbica ideato da Jen Keane per la sua tesi di master alla Central Saint Martins permette ai batteri k. Rhaeticus di crescere su un telaio, con una tecnica simile a una normale tessitura. I batteri si solidificano gradualmente dando vita alla struttura, che può poi essere piegata in un oggetto 3D come una scarpa. Il processo ottimizza le proprietà naturali della cellulosa batterica per creare una nuova categoria di materiali ibridi, forti e leggeri, con spreco scarso o nullo. La tomaia cresce in un unico pezzo senza cucitura, grazie a un filo continuo tenuto in posizione dalla cellulosa prodotta dai batteri.

Jen Keane, This is grown

4. Materiom

Fondata da Liz Corbin e Zoe Powell, Materiom è una piattaforma aperta per la sperimentazione sui nuovi materiali, tra cui molte bioplastiche ricavate da materie prime naturali come l’agar agar, la gelatina e il Kombucha. Il fine ultimo è di arrivare a una vera economia circolare, dove la plastica è un elemento nutriente invece che inquinante. Materiom fornisce le ricette – materie prime, dosi, strumenti e grado di difficoltà – per realizzare “in casa” i materiali del futuro che nutrono economie ed ecologie locali. “Condividendo questa conoscenza, acceleriamo lo sviluppo dei materiali e riduciamo le barriere all’ingresso nei mercati dei materiali in tutto il mondo”, spiegano le fondatrici.

Liz Corbin e Zoe Powell, Materiom

5. XtreeE, stampa 3D di grandi dimensioni

I cobot giganti progettati dagli ingegneri e dai designer di XtreeE, startup parigina fondata alla fine del 2015, possono stampare strutture di grandi dimensioni in pochi giorni. La grande isola urbana in cemento e terracotta in mostra a Saint-Etienne, per esempio, è stata realizzata in 5 ore ed è pensata per irrigare le piante edibili che sono ospitate al suo interno.

XtreeE

6. Mycelium Textiles

Carole Collet, a capo del laboratorio Design & Living Systems Lab della Central Saint Martins di Londra, esplora le potenzialità del micelio per sviluppare una superficie tessile trattata biodegradabile e trovare alternative più sostenibili all’industria tessile una delle più inquinanti al mondo. Il micelio è composto da una fitta rete di rami filiformi e si trova naturalmente sottoterra. Sfruttando la sua capacità di digerire e trasformare il cibo cellulosico in compositi naturali e variando i parametri ambientali, come la temperatura e l’umidità, possiamo guidare la crescita del micelio sui tessuti. Mycelium Textiles non mira a produrre nuovi materiali, esplora piuttosto il micelio come trattamento superficiale biodegradabile, come per esempio rivestimento a polvere di micelio, ricamo a crescita lenta, crescita con tutori e legatura, e diverse tecniche di legatura.

Carole Collet, Mycelium Textiles, 2019

7. Full Grown

Gavin Munro è un designer sui generis: artista, fine ebanista e imprenditore visionario. La sua più che un’azienda è un vivaio, dove i mobili vengono letteralmente seminati, coltivati e infine tagliati dall’albero. Per ottenere una sedia occorre aspettare da 4 a 8 anni. La produzione conta solo 50 pezzi all’anno, perché per ogni 100 alberi coltivati ci sono 1.000 rami da curare e 10.000 da potare al momento giusto. Il processo però è del tutto ecosostenibile, anche perché gli alberi dopo il “raccolto” continuano la loro vita e gli stami in plastica vengono riciclati. La tecnica, che lui definisce “stampa 3D biologica” – e che ha lanciato su Kickstarter alla fine del 2016 dopo una ricerca avviata nel 2006 – affonda le radici nell’antichità: dai cinesi, che scavavano buche per riempirle con rocce a forma di sedia e nei solchi facevano crescere le radici degli alberi, agli egizi e ai greci che pare coltivassero gli sgabelli. Guardando però al futuro. “Full Grown dimostra che il futuro sarà sulla bio-produzione, non sulla produzione”, spiega Lisa White, “punterà più sulla pazienza che sulla produzione”.

Gavin Munro, Full Grown

chairs-growing

8. Resurrecting the sublime

È possibile annusare il profumo di fiori estinti da 100 anni? Mostrandoci come, l’artista inglese Alexandra Daisy Ginsberg allarga i confini delle competenze del designer e si fa regista di un’articolata operazione progettuale e di analisi storica e scientifica che invita a considerare le nostre azioni e modificarle pensando al futuro. La sua installazione è raffinata e poetica: dentro due grandi ambienti vetrati, gli aromi dell’Hibiscadelphus wilderianus e dell’Orbexilum stipulatum avvolgono i visitatori. I due fiori antichi, diffusi rispettivamente sulle pendici del Monte Haleakalā, Maui, Hawaii, e sull’isola di Rock Island nel fiume Ohio, Kentucky, sono scomparsi a causa dell’attività dell’uomo. Dietro tanta semplicità, c’è però il lavoro scientifico di un team dalle competenze multidisciplinari: la Ginkgo Bioworks ha ricreato le sequenze geniche degli enzimi produttori di fragranze. L’artista Sissel Tolaas, ricercatrice di odori professionista, ha quindi ricostruito il profumo dei fiori, grazie anche al supporto di IFF (International Flavors & Fragrances), colosso produttore di aromi e profumi. Nell’installazione resta un piccolo margine d’imprevisto: i frammenti dell’odore dei due fiori si mescolano, non esiste un odore “esatto”. Biotecnologie, odori e paesaggi ricostruiti digitalmente sono qui funzionali a svelare la complessa interazione tra specie e luoghi che non esistono più.

Alexandra Daisy Ginsberg, Resurrecting the sublime
  • Me, Nous, You. Designing Common Ground. 11. Biennale Biennale Internazionale Design di Saint-Étienne
  • 21 marzo – 22 aprile 2019
  • Lisa White
  • Systems, not stuff
  • François Dumas
  • Cité du design – Manufacture
  • 3 rue Javelin Pagnon 42000 Saint-Étienne