From Outer Space: basta sedie, il progetto dello spazio è l’unico sensato

In conversazione con Anna Paola Buonanno e Piergiorgio Italiano: l’approccio al progetto fuori dal comune, il design in tempo di crisi, David Lynch, Motorpsycho e Radiohead.

FOS, Mestieri domani, 2015

La coppia creativa composta da Anna Paola Buonanno (Napoli, 1986) e Piergiorgio Italiano (Lanciano, 1983) sono insieme From Outer Space, studio il cui nome già racconta una storia e soprattutto una visione. È un nome che suggerisce dimensioni altre, remote, ma tangibili, espediente comunicativo per affermare che il loro modo, il loro approccio al mondo del progetto non è certo comune.

Coordinate lavorative: progettare è un’esperienza intima e profonda, irrinunciabile e da praticare con costanza. Coordinate che ci permettono di vivere come intendiamo farlo: condivisione, autogestione, passione, democrazia, partecipazione. E ovviamente profonda sintonia tra le parti – cosa rara. From Outer Space crea estensioni e interpretazioni dello spazio, è specializzato in allestimenti suggestivi come l’ultimo per la tedesca bulthaup (Reflector, nello showroom di Milano, nel 2017) o altri più minimali come per “Design After Design”, a cura di Francesco Dondina all’Ex-Ansaldo (Milano, 2016) o ancora Prosecco And Popcorn, un cinema temporaneo curato da Fabrizio Bellomo e Chiara Buzzi alla Galleria Bonelli di Milano (2013).

Il duo si occupa anche di book design e art direction, partendo sempre dalla lettura attenta del contesto da trattare per declinare una visione fortemente caratterizzata che considera il ruolo cruciale e l’importanza dell’estetica alla stessa stregua delle condizioni economiche e sociali/sociologiche – soprattutto, come dicono loro, in questa epoca di crisi in cui stiamo vivendo. Ma sono i momenti di crisi a generare nuove idee quindi lo scopo è riportare il design al centro di un dialogo capace di cambiare le carte in tavola. E riportarlo con coscienza in qualità di rimedio e allo stesso tempo sollievo agli accessi dei tempi d’oggi. Operazione da espletarsi anche, e perché no, in maniera collettiva grazie a workshop e iniziative autoprodotte in grado di dare un senso compiuto alla inquietudine creativa. Ma non chiedete loro di disegnare l’ennesima sedia, ecco perché.

Come vi siete incontrati?
Anna Paola Buonanno
: L’incontro è stato dei più classici, durante gli anni universitari alla Scuola del Design del Politecnico di Milano. Piergiorgio era di rientro dalla Svezia, io invece mi ero appena trasferita a Milano, dopo la laurea a Valle Giulia. Entrambi provenivamo da esperienze universitarie e città differenti
 – Piergiorgio da Firenze e poi Göteborg, io da Roma –, quindi è stato un processo piuttosto naturale ritrovarsi, tra un corso e l’altro, a ragionare sui differenti approcci alla progettazione.

From Outer Space

Black mates in three


Come avete iniziato, insieme, e dove siete diretti, sempre insieme?
Piergiorgio Italiano
: Con le rispettive lauree ci siamo persi di vista. Solo qualche tempo dopo, ci siamo ritrovati in un gruppo di lavoro insieme con altri colleghi di facoltà, sfruttando il tempo che ognuno di noi riusciva a ritagliare dai rispettivi impegni professionali: partecipavamo per lo più a concorsi, con l’ostinazione di voler mettere in pratica ciò che avevamo acquisito durante gli anni universitari e le collaborazioni in studi di architettura e set design. Un’esperienza che è durata poco, ma che ci ha fatto capire di avere una visione comune da approfondire. Da quel momento noi due abbiamo continuato a progettare insieme, e nel 2013 abbiamo costituito From Outer Space.
AP
: Da allora, attraverso incarichi, ricerche autonome e progetti collettivi, indaghiamo ogni aspetto del progetto, utilizzando spesso discipline e strumenti differenti – dalla scrittura, alla grafica, fino alla progettazione dello spazio. Oggi c’è la necessità di etichettare tutto per renderlo facilmente catalogabile. La strada che intendiamo percorrere invece vuole approfondire il progetto in ogni sua possibile deriva, utilizzando livelli di lettura sempre diversi.

Mi hanno sempre affascinato le coppie creative – capire come un progetto (uno) nasce quando ci sono più cervelli (due) coinvolti. Cosa vuol dire progettare quando si è in due?
APB
: Progettare in due è complicato: convincere l’altro che il tuo punto di vista sia quello corretto richiede tempo e tentativi. Nonostante il processo non lineare, il risultato è indubbiamente frutto di una serie di verifiche, prima con se stessi, e poi con l’altro. Quando arriviamo a una soluzione condivisa e i dubbi svaniscono, siamo certi che quella sia la giusta sintesi di ciò che siamo insieme.
PI
: Siamo entrambi molto meticolosi, e a volte passiamo settimane a confrontarci su un’idea prima di tracciare una sola linea. Bisogna avere un’intesa speciale per funzionare in coppia, pensarla – quasi – allo stesso modo. Per me è comunque fondamentale avere una persona di riferimento mentre progetto, qualcuno che possa contestare o mettere in dubbio le mie convinzioni. Mi sprona ad essere più concreto e chiaro.

Cosa succede nel vostro presente?
APB
: Abbiamo da poco concluso un progetto coraggioso, che ci ha tenuto impegnati per buona parte dello scorso anno: un allestimento itinerante per le vetrine degli showroom bulthaup Italia. 
Reflektor è un lavoro di sintesi, nato da una profonda analisi dell’azienda tedesca, e proseguito con una ricerca tesa a rendere il sistema espositivo estremamente flessibile, tale da adattarsi alle singole vetrine grazie ad un disegno modulare e dal semplice montaggio – alla stregua di un prodotto, capace cioè di stabilire un dialogo in qualsiasi contesto. Alla base di tutto c’è inoltre un’indagine sul significato di vetrina, intesa come limbo tra interno ed esterno.
PI
: Quest’ultimo tema ci ha portato a ragionare su un mondo parallelo, o meglio, una serie di scenari riflessi e intrappolati all’interno della vetrina. Oltre a dare profondità a questa soglia, quasi bidimensionale, la superficie riflettente del sistema espositivo ci ha permesso di sospendere gli accessori delle cucine bulthaup in un paesaggio onirico, in cui i passanti e la città stessa sono coinvolti.

Futuro?
Stiamo continuando a lavorare con aziende e attori coraggiosi, che hanno la voglia d’investire su nuove forme di pensiero e cultura, e soprattutto che comprendano l’urgenza di un buon progetto.
In un’epoca in cui l’attenzione si è spostata su un livello digitale e sulla progettazione di realtà virtuali, causando l’impoverimento e l’omologazione degli spazi, la nostra professione ci appare ancora più importante.

E quindi il design.
APB
: Sicuramente chi si occupa di progetto ha la grande capacità di saper anticipare e sintetizzare il pensiero, e renderlo così tangibile. Tra le numerose derive del design, il progetto d’interni – che crea purtroppo ancora poco dibattito – ci sembra la disciplina più completa, capace cioè di rapportarsi al nostro essere. Progettare un ambiente significa avere il controllo su quello che accade intorno. Significa riportare l’ordine, ristabilire un equilibrio tra uomo e spazio.

Il vostro approccio a questa disciplina.
PI
: Ci interessa capire il significato delle cose che progettiamo. Ogni volta che introduciamo una soluzione o un dettaglio ci chiediamo il perché o se sia fondamentale per il nostro scopo o solo un capriccio estetico. A mio avviso, oggi esiste un’attitudine a disegnare secondo le tendenze, a usare un determinato materiale o finitura senza un preciso motivo tecnico-funzionale, col solo fine di imporre un’identità; di questi progetti, credo, ci dimenticheremo presto. Il nostro invece è un approccio essenziale; partiamo da un’analisi puntuale del contesto per poi lavorare su pochi elementi, o su passaggi semplici ben congegnati.
Il lavoro che abbiamo fatto per lo stand di Mousse Publishing prima al Miart e poi ad Artissima, è un esempio molto preciso del nostro metodo: avevamo alcune necessità funzionali, specifiche richieste economiche e logistiche, dimensioni da rispettare. Rispondere a tutte queste esigenze con un progetto è un po’ come giocare una partita a scacchi: per raggiungere lo scopo non hai troppe alternative, e può bastare una semplice, unica mossa; ma va pensata.
APB
: Un’altra caratteristica del nostro lavoro è lo sguardo costante al mondo dell’arte e della fotografia, al cinema e alla musica, che consideriamo campi di pura ricerca da cui attingere. L’artista ha di solito capacità di sintesi e linguaggio fortemente accentuate rispetto a un progettista; così spesso utilizziamo riferimenti artistici per veicolare un messaggio intrinseco, per comunicare in maniera diretta un determinato progetto o processo.

Che cosa vuol dire il design in “epoca di crisi”?
APB
: Appena laureati, la parola crisi era ovunque, e non potevamo non subirne le conseguenze. Ciò che insegnavano in facoltà era completamente scollegato dal mondo professionale. Questo ci ha portato a riflettere sul ruolo effettivo del progetto e sull’attinenza del nostro lavoro alla realtà.
PI
: Oggi ci troviamo in un’epoca complessa, contraddittoria, e in profonda crisi – non solo economica. Un buon designer non può chiudere gli occhi e progettare come si faceva 30-40 anni fa con i materiali, le tecniche, i riferimenti (e di conseguenza l’estetica) di un tempo. In particolare, siamo profondamente critici verso l’uso smodato e incosciente delle risorse: qualsiasi cosa progettiamo, il nostro primo obiettivo è ridurre gli sprechi e ottimizzare i processi produttivi o di trasformazione. Tutti i progettisti dovrebbero avere ben chiare le implicazioni ambientali, economiche e sociali del proprio lavoro.

Vi occupate prevalentemente di allestimenti. Cosa vuol dire disegnare lo spazio?
AP
: Progettare un allestimento per una mostra, un’installazione per un festival, uno stand espositivo sono opportunità che permettono di sviluppare progetti sempre diversi, lasciando una maggiore possibilità alla sperimentazione. Il contesto di azione a volte è lo stesso, ma proprio l’allestimento permette di plasmarne la sua percezione e fruibilità in maniera sempre nuova. È una grande palestra, insomma, dove allenarsi a fare esercizi di ogni sorta.
PI
: Ci sembra che oggi proprio il progetto dello spazio sia l’unica possibilità di progettazione sensata. Siamo circondati da prodotti, segni, informazioni: più che aggiungere al panorama un’altra sedia, ci interessa mettere ordine, esporre, rivalutare.

Personaggi a cui guardate?
PI
: Abbiamo la fortuna di aver avuto maestri illustri, sia nel periodo universitario che nel mondo lavorativo, e amici e colleghi di cui stimiamo il lavoro e l’atteggiamento nei confronti del progetto.
 Personalmente devo molto a Francesco Librizzi e Nunzio Gabriele Sciveres, architetti con cui ho mosso i primi passi dopo gli studi. La persona che ha cambiato la mia percezione di questa disciplina è in ogni caso Pierluigi Nicolin, nostro professore di sintesi finale al Politecnico. È grazie alle sue lezioni che abbiamo imparato a interpretare un progetto d’interni e i suoi elementi fondamentali. A volte ci sembra di sentire i suoi rimproveri, come fossimo ancora a revisione.
APB
: Oggi cerchiamo però di seguire una strada personale, senza influenze. D’altronde, “i maestri sono fatti per essere mangiati.”

Questo è il lavoro che volevate fare?
AP
: Se penso alla gioia di veder realizzato qualcosa che hai gestito sin dalla sua ideazione, non posso che dire di sì. Decisamente. Anche se credo che la progettazione sia qualcosa di più profondo, che ti accompagna quotidianamente e di cui non puoi fare a meno.

Anna Paola Buonanno e Piergiorgio Italiano From Outer Space. Photo © Francesca Ferrari
Anna Paola Buonanno e Piergiorgio Italiano From Outer Space. Photo © Francesca Ferrari

Libri, cinema, musica, cibo preferito, tempo libero, viaggi… Ditemi di voi.
PI
: Ci affascina l’estetica surreale dell’opera di David Lynch. E siamo avidi ascoltatori di musica. Nei nostri progetti c’è sempre un riferimento, a volte esplicito, altre sottotraccia, a dischi o artisti che ci piacciono: abbiamo citato, nel tempo, Motorpsycho, Arcade Fire, Radiohead, Franco Battiato. Ci piace veicolare altri messaggi, nascosti, come si faceva un tempo sugli artwork dei dischi. A dirla tutta, abbiamo qualche divergenza di gusti, per cui nel 2018 abbiamo finalmente creato una playlist per lo studio, dove inseriamo dei pezzi, a turno – democraticamente!

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