Francesca Lanzavecchia

Una serie di tavolini per De Castelli, un gioiello-talismano e due tappeti per Nodus. Ad accomunare i nuovi progetti di Lanzavecchia+Wai, è sempre la riflessione su tecnica e materiali. #MDW2017

Francesca Lanzavecchia Hunn Wai
Da quando ha aperto il suo studio con Hunn Wai a metà tra due continenti nel 2009, Francesca Lanzavecchia è cresciuta molto professionalmente. I primi progetti firmati dal duo italo-singaporiano hanno destato l’attenzione della critica perché proponevano un possibile dialogo tra mondi apparentemente lontani.
Prima è stato il turno del connubio tra estetica e prodotto medicale con “Proaesthetics” (tesi di master di Lanzavecchia alla Eindhoven Academy). Poi il progetto di arredi per la terza età, tra il bello e il funzionale (“No Country for Old Men”). Entrambi sono entrati nella storia recente per un approccio differente al tema sociale, depurandolo di ogni utopismo salvifico; ma ambedue si sono scontrati con la miopia dell’imprenditoria di settore. Eppure, Francesca e Hunn hanno proseguito senza abbandonare il loro acume critico, ma orientandolo a quello che di più sano il mondo del progetto può oggi offrire: collaborazioni con aziende di qualità, di piccole e medie dimensioni, e ricerca per progetti speciali. La barra del timone non si è, però, mai spostata dall’idea di un lavoro che sintetizzi tecnica e pensiero. Anche nei progetti presentati al Salone 2017 si delinea chiaro questo filo conduttore: la conoscenza di tecnica e materiali come punto di riflessione e innesto benefico del pensiero. Di questo abbiamo discusso direttamente con Francesca Lanzavecchia.

 

Domitilla Dardi: Anche quest’anno la vostra settimana di presentazioni al Salone è molto ricca per tipologie e materiali che affrontate.

Francesca Lanzavecchia: Sì, ogni anno cerchiamo di lasciare aperto il ventaglio del nostro universo progettuale e questo viene messo in evidenza nelle giornate del Salone. Quest’anno presenteremo una collezione di piccoli tavoli, una casetta per uccelli, degli specchi, un gioiello-talismano, tappeti e oggetti da tavola in vetro di Murano. Insomma, non ci facciamo mancare niente!

Domitilla Dardi: Eppure un filo conduttore c’è. Sono tutti progetti che sembrano accomunati dal desiderio di cambiare stato alla natura iniziale delle cose. Quello che nasce pesante diviene leggero, il serio vira nel faceto, il volume si trasforma in piano e viceversa. Perché, secondo te, la trasformazione è così presente nei vostri lavori?

Francesca Lanzavecchia: Ci affascina partire da una conoscenza approfondita delle materie prime e delle tecniche di lavorazione. Passo molto tempo nelle fabbriche e nei laboratori per conoscere questi aspetti, ben prima di iniziare a immaginare uno sviluppo progettuale. Trovo sempre nel modo in cui la materia reagisce alle sollecitazioni una grande fonte d’ispirazione. E poi, spesso, è nelle lavorazioni tecniche che si trova già la soluzione progettuale. Basta saper osservare.

Domitilla Dardi: Ci fai un esempio?

Francesca Lanzavecchia: Quando sono entrata in fabbrica da De Castelli sono stata rapita da come i metalli preziosi prendessero forma acquisendo sulle superfici un trattamento quasi volumetrico. La lavorazione è intrisa della matericità dei metalli e questo entra nel prodotto finito. Allora mi è piaciuto riportare alla sua essenza bidimensionale la lastra e lavorare non tanto su un alfabeto, quanto proprio sulla punteggiatura. Scribble è una collezione di piccoli tavoli che utilizza l’unica parte davvero universale del linguaggio che è la punteggiatura. Inoltre è una serie che vive del suo essere un vero insieme, accostabile e addizionabile.

 

Domitilla Dardi: Il segno è una caratteristica importante del tuo metodo di lavoro, spesso inizi tracciando con un pennarello le prime idee, vero?

Francesca Lanzavecchia: Sì e infatti mi è piaciuto lasciarne una traccia nella lavorazione della superficie di questi tavolini: tutti hanno un cerchio che si sfuma, un po’ come la prima pressione che il Pantone imprime sulla carta quando ancora stai pensando e lasci che sia il segno a mettere a fuoco l’idea che hai in mente.

Domitilla Dardi: In altri casi, invece, è proprio la materia prima a parlare, ancor prima della lavorazione?

Francesca Lanzavecchia: Sì, per esempio negli specchi che abbiamo disegnato per Gallotti e Radice il trattamento del materiale non poteva non essere centrale. Si tratta di superfici a specchio che vengono modificate per mezzo di acidi che conferiscono un aspetto a dir poco magico. Sa di antico, ma anche di futuro. È davvero come guardare in uno specchio d’acqua dove la superficie si confonde col fondale e col cielo che riflette. Ecco, allora, che il tema dello specchio è venuto da sé. L’abbiamo solo messo all’interno di un riferimento formale come quello del ventaglio, che, esattamente come lo specchio, si collega al concetto di Vanitas.

Domitilla Dardi: E qui veniamo a un altro aspetto del vostro lavoro: la capacità di lavorare su molti piani di interpretazione, da quello funzionale al concettuale. Come fai a gestire e come nasce questa sovrapposizione?

Francesca Lanzavecchia: Innanzitutto, ancor prima che con pantone e carta, io personalmente faccio delle mappe concettuali, che di solito appaiono molto incasinate! È come un brainstorming messo su carta, sul quale mi confronto con Hunn e con i miei collaboratori. È una fase di raccolta dati fondamentale, per me. Poi la maggior parte delle strade di questa mappa intersecata verranno abbandonate; ma è decisivo avere un quadro completo – per quanto complesso possa essere – nel quale trovare la via giusta.

 

Domitilla Dardi: Quest’anno presentate anche una seconda collezione di tappeti per Nodus. Rispetto alla prima sembra che il tema sia meno concettuale o no?

Francesca Lanzavecchia: I tappeti Tacua Fukushimae e Amaurodes Chernobilis contenevano una riflessione aspra: gli insetti raffigurati presentavano tutti delle piccole anomalie derivate dalle variazioni genetiche causate dalle tragedie nucleari di Fukushima e Chernobyl. È stato un modo per riflettere su come il rapporto tra artificio e natura viaggia sempre su un crinale molto sottile, dove l’errore può generare danni irreparabili. Ma era anche un modo per ragionare sui mezzi di rappresentazione scientifici: ci siamo riferiti alle tavole degli entomologi e alla sezione aurea. Quest’ultima è una regola matematica presente anche spontaneamente in natura, che possiede una delle rese più alte in termini di pura estetica. Ecco, quindi, che per questa seconda serie la geometria è stata nuovamente il filo conduttore. Ci interessava evidenziare come dall’uso di figure classiche piane si potesse generare una percezione tridimensionale. In fondo, anche qui, come dicevi prima, si tratta di cambiare lo stato della materia, andando dal bidimensionale del piano alla tridimensionalità del volume.

Lanzavecchia+Wai, Softnest, parte della serie House of birds, Triennale di Milano
Lanzavecchia+Wai, Softnest, parte della serie House of birds, Triennale di Milano

Domitilla Dardi: E anche i colori giocano un ruolo in questo?

Francesca Lanzavecchia: Assolutamente sì: sono colori volutamente non primari, perché ci interessava ancora una volta mettere in relazione il mondo della razionalità geometrica con una palette cromatica che sembra uscita da un tramonto, da una manifestazione naturale, bellissima e inspiegabile. Anzi, forse bella proprio in quanto irrazionale, perché c’è un momento in cui la mente deve quietarsi e osservare.

Domitilla Dardi: Un ultimo elemento ricorrente è quello del gioco, perché?

Francesca Lanzavecchia: La premessa è che a volte faccio design con la serietà dell’impegno e il gioco è la chiave per ricerca della leggerezza, nella vita così come nel lavoro. Se il design è una forma d’espressione – per me molto meno ostica di quella verbale – il gioco è Il linguaggio universale, capace di parlare al bambino che è dentro ognuno di noi. Fin dai primi lavori dello studio mi è piaciuto definire gli oggetti come “mates”: dalla serie spaziale fatta di mobili-creature con bocche e membrane al posto di ante e cassetti fino ai tavolini Lungemates taco per Cappellini. Gli oggetti, quando possono farci sorridere, diventano compagni che ci accolgono con leggerezza e rendono più gradevole il nostro quotidiano.

 

Domitilla Dardi: E quest’anno quali sono i “compagni di giochi” che proponete?

Francesca Lanzavecchia: Si va dall’ironia di una casetta per uccellini resa iperconfortevole, perché costruita sui i grani di cui si cibano, ai nuovi mobili PLAYPlay, progettati per il Sud est Asiatico, per portare dentro le case i colori delle piante e dei frutti di un’estate interminabile. Per finire con gli oggetti da tavola in vetro di Murano, per Coin Casa in collaborazione con Elle Decor, pensati irriverentemente con colori e forme che rimandano ai Caraibi, alla Cuba degli anni Cinquanta e alla frizzantissima Carmen Miranda. Di certo i nostri non sono compagni di vita silenziosi!

© riproduzione riservata

3 – 9 aprile 2017
Lanzavecchia+Wai

Scribble – De Castelli (progetto di Francesca Lanzavecchia)
Fiera Rho-Pero, Pad. 16, Stand D45
Flabello – Gallotti & Radice
Fabbrica del Vapore
Polyhedra
– Nodus
Chiostro Facoltà Teologica, via Cavalieri del Santo Sepolcro 3
Veriscopio – “Talisman”, a cura di Barbara Brondi & Marco Rainò
Palazzo Clerici, via Clerici 5, Milano
PLAYPlay – Journey East

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