Camper Workshop 2011: Design in a context of cultural change

Il fondatore dell'azienda spagnola di calzature racconta a Domus del rapporto tra produzione e design, tra storia e nuova dimensione globale.

In occasione della seconda edizione del workshop a Son Fortesa (Maiorca) con alcuni dei più brillanti giovani designer del mondo, il fondatore di Camper Lorenzo Fluxà ci racconta del rapporto tra produzione e design nella storia della propria azienda. L'incontro è utile a comprendere, nella loro concretezza, il modo di pensare e affrontare la trasformazione dei processi d'ideazione e di realizzazione di prodotti, in un'ottica veramente globale.

Roberto Zancan: Potremmo partire dal fatto che Camper sembra avere l'idea che la scarpa sia il risultato dell'equilibrio tra la produzione di un oggetto di design e di un prodotto industriale.
Lorenzo Fluxà: Fin dall'inizio, dalla prima scarpa che abbiamo fatto, abbiamo sempre cercato di bilanciare bene il rapporto tra il carattere funzionale della scarpa e ciò che è design. Quando abbiamo cominciato nel 1975, le scarpe di moda, di design, erano spesso delle scarpe scomode. Invece le scarpe casual, di origine anglo-americana, erano molto pratiche e confortevoli, ma il "design" non risultava altrettanto gradevole. Penso che l'intenzione di Camper sia stata quella, sin dall'inizio, di occupare esattamente questa nicchia. Utilizzando il background calzaturiero della famiglia abbiamo aperto un po' la finestra del design cercando di conservare, insieme, la comodità della calzatura. Secondo me, questo corretto equilibrio è stato una delle ragioni della nostra sopravvivenza per oltre trentacinque anni. Poi, con il tempo, è subentrata la tecnologia, le performance e un design più sofisticato, ma in realtà l'obiettivo generale è stato sempre quello di cercare il giusto equilibrio fra design (non nel senso del fashion design) e produzione industriale.
Due prototipi di calzature realizzati nel corso del workshop.
Due prototipi di calzature realizzati nel corso del workshop.
Progettazione e creatività sembrano importanti per voi anche nei processi produttivi.
Ciò che ci interessa di più è il design industriale che trova origine nell'industria delle calzature. Volendo accennare al tipo di produzione che faceva mio padre, e prima ancora, mio nonno, dobbiamo immaginare una scarpa più classica, ma di grande qualità. Diciamo che Camper ha cercato di modernizzare questa produzione attraverso il design ma con un grande rispetto per quello che era il know-how calzaturiero preesistente. Oggi la cultura calzaturiera del secolo scorso non esiste più. Gli artigiani che conoscevano tutte le fasi della lavorazione, dall'inizio alla fine, in Spagna sono quasi spariti e anche in Italia stanno scomparendo. Io ho vissuto quel periodo e ho imparato molto dalla famiglia. E anche dall'Italia: ci sono andato tante volte, ho conosciuto tante fabbriche, tanti tecnici e la gente che amava veramente le scarpe e conosceva il mestiere in maniera fantastica, con passione. Ho imparato un po' questo modo di fare scarpe e un po' la passione per il design e ho inventato un cocktail e questo cocktail ha funzionato, fino ad ora.
Vista della <i>finca</i> (tenuta agricola) ristrutturata da Rafael Moneo, dove si è svolto il workshop.
Vista della finca (tenuta agricola) ristrutturata da Rafael Moneo, dove si è svolto il workshop.
L'aspetto forse più stimolante dell'essere qui a Inca sta nel poter vedere come concepite un prodotto a partire da un'idea e attraverso un sistema di produzione tra locale e globale.
Sì, sì, senz'altro. Ricordo che all'inizio la gente non capiva. Quando abbiamo iniziato Camper parlavo più di un concetto di scarpe che di modelli, o di linee legate ad un certo design. Le scarpe di maggior successo di Camper hanno sempre avuto "dietro" un concetto: questa piccola storia che non è un design che parte da zero, dalla carta… Prima del design c'è un'idea, c'è un concetto, come il Camaleon, che è stata la nostra prima scarpa, quella che portavano i contadini di Maiorca, e che noi abbiamo ripreso per l'idea di comfort… Dietro alle Pelotas c'era invece tutto il discorso dei palloni utilizzati nei differenti sport, palloni che un tempo erano di cuoio… Poi con Twins l'idea delle scarpe diverse. Allora, non sempre però, perché tra le tante scarpe che abbiamo fatto in oltre trent'anni ve ne sono state molte che non hanno seguito questo principio, ma per tutte quelle scarpe che hanno un significato particolare per noi, le icone di Camper, c'è sempre stata una storia. Questo è ciò che cerchiamo di sviluppare con continuità, questa idea concettuale. E poi c'è un'altra cosa secondo me molto importante, quel triangolo del quale tante volte ci si dimentica nel mondo del design: il triangolo che va dalla creatività, all'idea, alla vendibilità. L'idea deve avere un valore per la persona che utilizzerà la scarpa e consentire vendibilità al prodotto. Questo triangolo deve essere equilibrato, perché se un'idea è fantastica (sappiamo quanto i media siano capaci di comunicare delle idee fantastiche) ma poi il prodotto non ha un valore per il consumatore, o non risulta essere pratico; oppure se l'idea è molto bella, ma non è economicamente conveniente dal punto di vista della produzione finisce per essere una cosa che rimane lì, come un'idea in un museo. Questo triangolo deve anche essere qualcosa che si autoalimenta, equilibrato, volta per volta, dalle risorse che sono investite nell'innovazione. Perché è l'innovazione che crea valore per il consumatore. Come abbiamo visto qui nel workshop, pensiamo che tante volte si debba fare un po' i "pazzi", lanciare delle idee… ma poi la responsabilità di un'azienda, di un marchio come il nostro sta nell'aprire le porte a questa idea, portarla ad avere un valore per il consumatore e un equilibrio economico per la produzione. Ma forse quello che sto dicendo è un po' troppo serio per Domus, invece è veramente importante…
Il valore di un'azienda creativa sta nella sua capacità di creare con continuità. In molti possono copiare, l'importante è avere una cultura del design.
Presentazione e discussione finale dei progetti.
Presentazione e discussione finale dei progetti.
No, invece è proprio quello che voglio chiederti. Nel senso che siamo curiosi di sapere come funziona il passaggio tra creazione e produzione, come idea di design. Tu parlavi prima di quello che hai visto in Italia e che adesso non vedi in Spagna. Questo, però, rappresenta il futuro dell'Europa, ciò che è oggi, cosa sarà domani?
Sì, senz'altro. Questo è quello su cui dobbiamo ragionare. Penso che oggi il mondo, sia come esperienza di vita, sia come universo economico, sia un universo veramente globale. Allora dobbiamo cercare di far convivere il discorso locale, dal punto di vista culturale e dal punto di vista economico, con un vivere aperto e in connessione con il mondo. Da questo punto di vista quello che, secondo me, è l'unica cosa che possiamo veramente recuperare è il know-how che tante aziende possiedono in Europa: una conoscenza del mestiere, e del design, da tanti secoli e da tanti anni. Diciamo, l'expertise di una ditta italiana che utilizza design, siano essi mobili, o arredamento, o scarpe. Quelli che sono sopravvissuti sono quelli che hanno cercato di fare questo tipo di lavoro. In forma indipendente all'inizio, fabbricando in Italia, in Spagna, in Francia e adesso anche in Asia, dove sta emigrando anche il lusso, perché in Europa non ci sono più artigiani e la possibilità di fare lo stesso tipo di lavoro del passato. In questo senso l'expertise è divenuta il valore più importante, ma essa va inserita in un discorso più professionale, più imprenditoriale. Il punto cruciale è proprio questo: creare un management del design, essere meno "designer" e più "manager nel design". Questa è un po' la nostra piccola esperienza, è quello che noi cerchiamo di fare e di sviluppare.
Allestimento all'interno del Museo del Calzado di Inca.
Allestimento all'interno del Museo del Calzado di Inca.
E come gestite tutto ciò? Per esempio, la produzione in Cina: voi pensate tutto e poi lì arriva un file... Ma, chiedendoti questo, non vorrei rubare dei segreti industriali.
No, no, e poi, cosa sono oggi i segreti? La gente può muoversi, copiare. Il valore nelle aziende creative sta soprattutto nella loro capacità di creare con continuità. Oggi molti possono copiare tutto ciò, ma l'importante è avere una cultura del design. Questo non si acquista con i soldi, è un discorso di anni. Penso che sia vero che i cinesi stanno imparando molto velocemente e sanno fare anche del design ma, secondo me, hanno bisogno ancora di anni per acquisire questa cultura.
Sinistra: dettaglio dell'esposizione all'interno del Museo del Calzado di Inca. Destra: uno dei carnet che i partecipanti al workshop hanno compilato per raccontare i loro progetti.
Sinistra: dettaglio dell'esposizione all'interno del Museo del Calzado di Inca. Destra: uno dei carnet che i partecipanti al workshop hanno compilato per raccontare i loro progetti.
Come è arrivata a fare Camper dopo due, tre generazioni: tuo nonno, tuo padre, e ora tu e i tuoi figli…
Dobbiamo pensare che quest'accumulazione è un valore. Non si può andare veloci, ma se uno vuol fare un'azienda come le molte che si possono trovare solo in Italia, mamma mia, è un discorso di generazioni! Ma ritornando a una cosa molto importante per Camper: per la generazione di mio padre e di mio nonno la fabbrica era al centro dell'attività economica. Eppure Camper non ha mai avuto solo uno stabilimento proprio. Sin dalle origini ha lavorato con altre aziende, all'inizio a Maiorca in Spagna, poi in Marocco, e poi altrove… In questo senso, Camper non ha avuto un impianto industriale solo suo: ha avuto il know-how della famiglia e i tecnici. Noi a Inca abbiamo conservato questa piccola fabbrica per fare tutti i prototipi e per creare anche la domanda di ricerca sul prodotto. A Inca facciamo tutto lo sviluppo creativo e tecnico, fino ad arrivare al prototipo finito e alle forme. Mio nonno è stato il primo ad avere una piccola fabbrica a Maiorca. Ha cominciato nel 1877, e poi a metà degli anni Trenta si è ingrandito. A metà degli anni Sessanta, c'erano più di duecento piccole e medie industrie a Maiorca, che producevano essenzialmente scarpe di qualità. Sfortunatamente questo è sparito e con l'arrivo del turismo di massa, anche la morte dell'industria è stata più veloce. Ma questo know-how accumulato attraverso molte generazioni è rimasto. Recentemente abbiamo acquistato l'ultimo formificio che era rimasto a Maiorca, e lo abbiamo trasferito a Inca da noi. C'erano due tecnici che avevano una grande conoscenza e con loro abbiamo acquistato tutto il macchinario, tutto il know-how e l'archivio di forme storiche (ma questo è parte di questo know-how e di queste persone, no?). Adesso c'è gente giovane che sta imparando a fare le forme a mano, perché questo è importantissimo, perché devi fare tutto quel discorso lì, perché noi dobbiamo avere sempre un po' il segreto dello stile personale, del'azienda: un po' della forma, del materiale, un po' di questa maniera di fare le suole, eccetera. La capacità di mischiare tutti questi elementi è un po' come fare una ricetta. Una ricetta simile alla paella in Spagna. In tutte le case si fa la paella, ma in ogni casa la ricetta è diversa, perché ciascuno ha il suo piccolo "segreto". Noi vogliamo mantenere il nostro "segreto", la nostra maniera e la nostra personalità nel fare scarpe. In questo senso c'è una grande attenzione nel tenere questo "segreto". Hai visto anche le persone, sono persone "di fabbrica", non dei designer. I designer sono quelli che vedi in attività al workshop… Questo mix di personalità, anche dal punto di vista umano, tra la gente della fabbrica e la gente del design è molto interessante. Non so esattamente quante nazionalità siano presenti o lavorino a Inca oggi da noi, ma sono tante, perché questa è la realtà del nostro tempo. Ma qui a Inca abbiamo ancora della gente del posto, questi contadini che fanno scarpe, li abbiamo e li manteniamo, e abbiamo tanta cura per questa gente, perché danno questo tocco personale alle nostre scarpe, anche se la scarpa poi è fatta… boh!
Una delle sale con l'esposizione finale dei progetti elaborati nel corso del workshop.
Una delle sale con l'esposizione finale dei progetti elaborati nel corso del workshop.
A me sembra che per voi conti anche formare e mettere in rilievo la nuova dimensione della produzione globale.
Una volta, una brava designer olandese che ha lavorato con noi mi ha detto: "Lorenzo, voi avete la responsabilità di far capire al mondo che la Cina o l'Asia non sono soltanto cheap labour. Dovete far capire che anche in Cina c'è una grandissima qualità". Io sono stato molto reticente ad andare in Cina, ma ci sono arrivato nel momento in cui a Maiorca era diventato impossibile fare le scarpe. Abbiamo fatto un primo salto in Marocco, dove siamo rimasti per quindici o sedici anni e continuiamo a restare. Poi un amico mi ha detto: "Devi venire con me a vedere cosa c'è in Cina". Sono rimasto colpito nel riscontrare un livello tecnico, di qualità, di pulizia, veramente alto. La Cina è grandissima e, come in Italia, ci sono aziende fantastiche che lavorano molto bene. Tecnicamente e tecnologicamente preparate e la mano d'opera ha una qualità straordinaria, gente giovane, con voglia di lavorare per migliorare. È un po' quello che c'era qui in Spagna quarant'anni fa: la gente lavorava senza limiti. Sono fabbriche enormi che fanno milioni di paia di scarpe all'anno. Sono una grande organizzazione e sono cresciute con le aziende più importanti del mondo dal punto di vista tecnico, soprattutto quelle americane del mondo delle sneaker. Hanno fatto dei processi del controllo di qualità il centro del loro sistema produttivo. Per fare un esempio, l'affidabilità del prodotto, che in Camper è sempre stata molto alta, ha avuto una diminuzione dei problemi del 50%. Diciamo che se l'incidenza era del 1% adesso è dello 0,5%, perché in Cina hanno tutta un'altra maniera di gestire la produzione. Loro non cominciano a produrre finché tutto non è veramente perfetto. Hanno iniziato con le grandi multinazionali del mondo delle sneaker, ma si stanno adattando alla tipologia delle aziende europee, e probabilmente rappresentano il presente. Allora è vero quello che diceva quella olandese.
Il progetto <i>avatar</i> di uno dei partecipanti al workshop.
Il progetto avatar di uno dei partecipanti al workshop.
L'auditorium all'interno dell'edificio recuperato da Rafael Moneo.
L'auditorium all'interno dell'edificio recuperato da Rafael Moneo.

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