Il caso di Tokujin Yoshioka è in questo senso esemplare: già da giovanissimo autore di sofisticate ricerche sull'immatericità apparente degli oggetti, che lo hanno portato a sviluppare negli anni Novanta prototipi e molti allestimenti per Issey Miyake (memorabile quello per la serie A- POC), è stato praticamente scoperto e rivelato sulla scena internazionale da Driade, che ne ha esposto per prima la sorprendente serie Honey- pop (una poltrona di carta assemblata, tagliata, ripiegata e dispiegata), per poi avviare un'intensa collaborazione progettuale su mobili per la serie. Fin qui niente di eccezionale, è la storia comune a molti designer stranieri che in Italia hanno trovato l'Eldorado. L'eccezionalità del caso Tokujin sta nella sua straordinaria capacità di rinnovare in continuazione l'ispirazione materica, nel distillare rinchiuso nella sua pudica casa/studio di Tokyo sempre nuove pozioni magiche, che sembrano prendersi gioco degli stati fisici convenzionali.
Così anche in questo progetto d'interno, chiamato a costruire per un concittadino, collezionista d'arte contemporanea, un piccolo spazio per l'intrattenimento degli ospiti che vengono a visitare la sua collezione, Tokujin ha immaginato di far sostare, sedere, conversare i passeggeri abitanti del luogo su grandi solidi/liquidi: panche e un lungo tavolo (420 centimetri) realizzati in quell'inatteso materiale scoperto qualche tempo fa per realizzare un altro pezzo fantasmatico, la sedia che svanisce nella pioggia. Si tratta di un cristallo purissimo, utilizzato prima solo per la fabbricazione di grandi lenti ottiche per telescopi, che viene lavorato interamente a mano; per la sua stessa natura e lavorazione, il cristallo presenta superfici movimentate che accentuano ancora di più l'impressione di trovarsi di fronte a un liquido raggelato, piuttosto che a un vero e proprio solido: ancora più destabilizzante quindi l'effetto sull'osservatore, che provando a sedersi al tavolo avrà la sensazione di appoggiarsi nel vuoto, o meglio, su una sostanza fluida, instabile, mutevole proprio come l'acqua di una cascata, il titolo (Waterfall) che prende la sua installazione.
All'immatericità del lavoro di Tokujin fa da contrappunto l'opera di Olafur Eliasson sospesa su una delle pareti della piccola galleria: un paesaggio naturale/artificiale di bruni elementi ceramici come solidi cristallini. Tokujin riesce così a raggiungere anche il più difficile degli equilibri, su cui molti progettisti di spazi per l'arte cadono clamorosamente: far convivere insieme l'opera, 'inutile' e il progetto, 'funzionale', senza che uno abbia il sopravvento sull'altro; intanto lavora ad ultimare un nuovo progetto d'immagine ambientale, il primo flagship storeper Swarovski che apre proprio questo mese a Ginza. Un'altra, diversa, cascata di cristallo, un altro di quei giochi di prestigio con la materia di cui Tokujin è maestro.
