Sette teatri e un convento francescano nella città ideale di Tomaso Buzzi

Dai disegni di Tomaso Buzzi, la cultura e l’eclettismo, il distacco e l’ironia, le trascrizioni degli antichi, la mondanità e la malinconia che hanno portato alla costruzione de La Scarzuola, un’icona nascosta tra i colli umbri.

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 945, marzo 2011

Nel prezioso libretto che raccoglie i suoi appunti autobiografici[1], Tomaso Buzzi scrive di Sebastiano Serlio: “Varrebbe la pena che io li studiassi e scrivessi di lui? Sarebbe un po’ mio destino poiché di lui mi sono occupato fin dagli inizi, e ho disegnato dal suo libro particolari di porte, di palazzi, delle scene teatrali e ho ripreso dai suoi progetti. Poi ho comperato la sua opera e, prestata a Guido Visconti, duca di Grazzano, non mi è più stata restituita e lui è morto ad Al Alamein, e poi me l’ha resa la sorella Nane, e poi me ne ha regalato una bella edizione che faceva parte della libreria Landau-Finaly, De Marinis, ecc.” (31 dicembre 1967).

In questo stralcio di memoria apparentemente banale è riassunto tutto l’eclettico mondo di Buzzi. In sottofondo la sua formazione classica continuamente alimentata da una frequentazione appassionata degli architetti dell’antichità, che non lascia alcuno spiraglio di interesse per i contemporanei. I suoi maestri, oltre al Serlio, sono Palladio, Scamozzi, Piranesi e Ledoux: “incitatori a fare”, sui quali costruisce la sua biblioteca e il suo immaginario architettonico. Sull’essere “fuori dal tempo” dei riferimenti di Buzzi, come sul significato di circolarità dato alla rovina architettonica, è stato scritto molto e bene in una monografia dedicata in ritardo al suo lavoro[2].

Nel 1956 Buzzi acquista dai frati francescani un convento isolato nel paesaggio umbro: l’erba della scarza (il carice), con la quale Francesco si era costruito il giaciglio, dà il nome al convento

L’intuizione più interessante di Buzzi è nel trasporre questa sospensione del tempo nella dimensione del teatro: “il vero modo, l’unico legittimo in architettura, per ispirarsi, riprendere, riecheggiare forme del passato, modi di espressione, uso di materiali, manierismi, ecc., senza cadere nel pericolo delle ricostruzioni”. Risale a quando aveva vent’anni l’operazione di ridisegnare a matita numerosi dipinti del Trecento e Quattrocento italiano eliminando tute le presenze umane e animali e lasciando le piazze e gli ambienti vuoti.

Questa cancellazione di presenza dalla scena dell’architettura viene addirittura operata su di sé a partire dal 1934, quando la sua figura professionale cambierà radicalmente con l’occasione della ristrutturazione della villa de Palladio a Maser per Marina Volpi di Misurata. Da quella data Buzzi inizia una fase di vita mondana, accolto dalla porzione più elitaria della società italiana, l’alta nobiltà e la finanza, che se lo contenderanno per arredarne le prestigiose dimore.

Una condizione vissuta con il salvavita dell’ironia e del distacco, a volte con la malinconia di chi è solo in mezzo a tante persone, ma soprattutto con una lucida autocensura del proprio monumentale lavoro, e con l’uscita dal mondo ufficiale dell’architettura. Anche il suo provato antifascismo viene vissuto senza l’ostentazione che molti hanno mostrato a liberazione avvenuta.

Schizzi di Tomaso Buzzi
Da sinistra: schizzi per il Museo a due piani (non realizzato) e per la porta di Giona, 10 luglio 1971; “In San Marco”, 19 settembre 1972, dal libro di schizzi “Note sul corpo umano”, Venezia, 1972; scenografia del 1° atto de “La Tempesta”, disegno a pastello su lucido. Archivio Buzzi, La Scarzuola

Questo retroterra spiega allora la rievocazione mnemonica di tutta la sua formazione, l’“autobiografia in pietra” della Scarzuola che ha riempito l’ultima parte della sua vita. Nel 1956 Buzzi acquista dai frati francescani un convento isolato nel paesaggio umbro: l’erba della scarza (il carice), con la quale Francesco si era costruito il giaciglio, dà il nome al convento.

Lo ristruttura come abitazione privata, ne raccoglie il proprio archivio di libri, disegni e oggetti. Innesta sugli orti francescani una città ideale in cui compenetra sette teatri all’aperto e al chiuso, che hanno “più varietà, più ricchezza di idee e fantasia che non in tutti gli altri”, da teatro Farnese di Parma a quello di Sabbioneta.

Luogo di delizia e rifugio, è un fossile che non ammette altre presenze. “Alla Scarzuola (...) tutto è un teatro e quando qualcuno (e sono molte persone) mi domandano quali spettacoli farò eseguire, posso rispondere che, per me, il protagonista è il silenzio”. Una sorta di vendetta che l’autore si prende per l’“infelice destino”, condiviso con Serlio e Piranesi, della mancata realizzazione delle sue invenzioni architettoniche.

Schizzi di Tomaso Buzzi
Da sinistra: schizzi di viaggio in URSS degli “Amici della Scala” davanti a Zagorsk il 5 settembre 1964, disegno a biro e pastello; schizzo a biro nera delle mura verso est de La Scarzuola

Il potente denominatore comune dei suoi multiformi interessi è il disegno a schizzo, per il quale ha sempre mostrato una facilità impressionante. Il numero incalcolabile di fogli di carta di ogni misura che occupa gli scatoloni dell’archivio della Scarzuola, spesso disegnati con la biro (più rapida ad asciugare) e a volte commentati con pastelli colorati, che portano a destra il luogo e la data, dimostra una produzione giornaliera impressionante e una rapidità automatica di esecuzione che fissa momenti vivi di feste, spettacoli o viaggi, mentre la parola scritta collabora, sottolinea e descrive con la stessa rapidità e senza preoccupazioni sintattiche. L’abitudine a superare la cronologia porta Buzzi a riprendere questi schizzi e integrarli con penne diverse anche a distanza di tempo.

Questo retroterra spiega allora la rievocazione mnemonica di tutta la sua formazione, l’“autobiografia in pietra” della Scarzuola che ha riempito l’ultima parte della sua vita.

Gli appunti a margine di uno schizzo per il bordo orientale della città ideale, rivelano la concretezza del progetto: siepi sempreverdi di alloro e bosso, corbezzolo e edera, cipressi e vasche d’acqua rappresentano la speranza di vita eterna, mentre il bosco ceduo di cerri che circonda il teatro silenzioso della Scarzuola ricorda con il suo intero ciclo vegetativo l’alternanza tra vita e morte.

Tomaso Buzzi (Sondrio 1900 – Rapallo 1981) aderisce al movimento neoclassicista milanese, è stato redattore di Domus e direttore artistico della Venini fino al 1934, quando si dedica esclusivamente a una clientela d’elite, all’arredamento di ambasciate italiane nel mondo e ai restauri dell’Arsenale di Venezia. Dal 1938 al 1954 è stato professore di Disegno dal vero al Politecnico di Milano.

Si ringrazia Marco Solari, erede di Tomaso Buzzi, per aver gentilmente concesso tutti i disegni.

1:
Tomaso Buzzi, “Lettere pensieri appunti”, 1937-1979, a cura di Enrico Fenzi, Silvana Editoriale, Milano 2000
2:
Alberto Giorgio Cassani, “Antichi maestri, anime affini”, in: Alberto Giorgio Cassani (a cura di), “Tomaso Buzzi. Il principe degli architetti 1900-1981”, Electa architettura, Milano 2008

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