Come immaginavamo il “lavoro del futuro” nel 2001

Un saggio-recensione dell'antropologo Jan Abrams dalle pagine di Domus ci riporta all'inizio degli anni Duemila, quando il design ripensava gli spazi del lavoro per frammentazione, connettività e un embrionale nomadismo digitale.

Superfici intelligenti, letti interattivi, divani per navigazione, indumenti per l’autoisolamento, unità/arredi completamente integrate – tra divani da giardino e uffici mobili – atmosfere e, ancora una volta, ambienti.  Dopo la sbronza dell’era internet, quando superato il panico globale del millennium bug si cominciava a cercare una forma nello spazio per la società del post-dot-com, il grido degli anni Duemila sembrava essere “tutto, ma non l’ufficio”. Il workspace si decostruiva, aumentava la sua componente immateriale e anticipava nomadismo digitale e smart working. Partendo da due mostre americane, una al MoMA e l’altra al National Building Museum di Washington, con una recensione-saggio del giugno 2001 sul numero 836 di Domus, l’antropologo Jan Abrams esplorava luoghi e forme di un design in trasformazione.

Domus 836, aprile 2001

Il lavoro è morto

Un antropologo seriamente interessato a studiare i meccanismi del lavoro agli inizi del Ventunesimo secolo farebbe bene a visitare il reparto prodotti di elettronica al Duty Free dell’aeroporto di Schiphol. È lì che, elegantemente disposto in bacheche di vetro e diviso in serie regolarmente aggiornate, fa bella mostra di sé l’armamentario completo del “guerriero della strada” contemporaneo: minuti, curvilinei, affascinanti come piccoli gioielli ecco infatti gli ultimissimi telefoni cellulari, computer palmari, tastiere pieghevoli, registratori di minidisc, riproduttori di MP3. Queste e altre meraviglie della comunicazione sono offerte in accuratissime disposizioni basate su diverse gamme di tonalità metallizzate, deliziose quanto pregevoli uova Fabergé nella teca di un museo. Per una spedizione meno allettante, ma forse più istruttiva, il nostro antropologo dovrebbe poi visitare almeno uno dei negozi delle catene Staples o OfficeMax. Questi chiassosi grandi magazzini americani – ai primi posti tra gli “ambienti rappresentativi” del sistema della grande vendita del nostro tempo – costituiscono un compendio di tutto ciò che vuol dire ufficio. Le loro corsie e le loro robuste scaffalature sovraccariche di articoli di cancelleria (dai vassoi in plastica per la posta ai bigliettini adesivi fluorescenti della Post-It, dai morbidi poggiapolsi ergonomici per tastiera ai cestini tritacarta e a quantità industriali di raccoglitori) offrono un messaggio molto più esplicito di pagine e pagine dedicate alla mercificazione dell’attività lavorativa. In barba alla “dignità del lavoro”, è chiaro che qui lo sconto sull’acquisto in blocco conta molto di più della bellezza o della soddisfazione che deriva dall’usare oggetti e attrezzature ben disegnati. Se questi repertori degli strumenti dell’impiegato di oggi non si dimostrassero sufficientemente illuminanti, il nostro antropologo potrebbe allora apprezzare due mostre inaugurate da poco in due musei americani. 

Domus 836, aprile 2001

Seppure da prospettive diverse, “Workspheres” e “On the Job” – ospitate rispettivamente dal Museum of Modern Art di New York e dal National Building Museum di Washington DC – affrontano passato, presente e futuro del design applicato al luogo di lavoro: una questione che, vista anche la concomitanza delle due manifestazioni, sembra essere l’oggetto di un improvviso slancio di interesse curatoriale. Data la troppo pubblicizzata trasformazione dell’ambiente di lavoro causata dal fenomeno Internet e l’efflorescenza di nuovi gadget che ha investito il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio, i tempi sono certamente maturi per un riesame dell’ambiente ufficio e, ancor di più, per una fondamentale messa in discussione di ciò che è lavorare in questi giorni. Quel che non risulta completamente chiaro, tuttavia, è se le due mostre – entrambe dalla gestazione piuttosto lunga – si occupino veramente di questo problema. “Workspheres”, curata da Paola Antonelli del Dipartimento di Architettura e Design del MoMA, oltre a essere un’esposizione di arredamento contemporaneo per ufficio, di hardware e periferiche per computer, di strumenti di comunicazione portatili che comprende sia modelli già in produzione sia prototipi di “nuove attrazioni”, include anche una serie di progetti appositamente commissionati, nei quali architetti, designer industriali e designer di software offrono il risultato delle loro meditazioni sull’ambiente lavorativo del futuro. La mostra raduna inoltre prodotti firmati da un consistente numero di celebrità internazionali del design (tra cui Eric Chann/ECCO, Citterio and Löw, Ayse Birsel, Konstantin Grcic, Sam Hecht, Antenna Design, Snowcrash): così come numerosi altri designer, meno famosi ma comunque influenti che lavorano negli studi di progettazione delle più importanti case d’arredamento per uffici. Stimolante e seducente fin dalle prime battute, “Workspheres” conferma che Paola Antonelli possiede un tocco non comune in termini di quantità di materiale da installare in ciascuna sala (dote già evidenziata da altre esposizioni da lei curate, come “Mutant Materials” e “Achille Castiglioni”). 

Domus 836, aprile 2001

La disposizione dei pezzi e il ‘respiro’ creato tra e attorno a essi – e si tratta spesso di oggetti di scala molto diversa – riflette inoltre la sua capacità di comprendere intuitivamente quanto uno spettatore possa assorbire prima di sentirsi spinto a procedere verso l’oggetto successivo. L’illuminazione è perfetta, e la distribuzione dei lavori caratterizzati da colori accesi (che negli ultimi anni è stato uno dei segni distintivi dell’arredo per uffici) è trattata con la consueta finezza. Per quanto siano raggruppati in catalogo secondo una suddivisione che prende in esame i vari tipi di ambiente lavorativo – dall’“ufficio ufficiale” a quello ‘nomadico’, con una sezione dedicata alle stazioni di lavoro individuali – in mostra gli oggetti sono invece mescolati con grande libertà, e già nel primo giorno di apertura al pubblico le gallerie erano molto affollate. 

La mutevole attitudine nei confronti del lavoro d’ufficio si riflette nelle nuove curvature che caratterizzano tavoli e scrivanie, nell’espressionismo vertebrale delle più recenti sedie ergonomiche, nell’aspetto giocoso dei nuovi schedari a cassetto scorrevole, nella voluttà scultorea dei pannelli divisori autoreggenti. Le superfici si fanno ondulate, i piani delle scrivanie presentano morbide curvature al posto dei classici spigoli; i materiali sono colorati, lucenti, traslucidi, brillanti. Le pareti laterali delle scrivanie non scendono più in verticale agli angoli del piano di lavoro, ma si piegano all’infuori e in giù come insetti, e terminano spesso su ruote (a suggerire una potenziale mobilità, se non l’imminenza di una nuova collocazione). Questo modo di articolare le superfici sembra essere un motivo centrale, tanto che il passaggio dai novanta ai centoventi gradi negli angoli del sistema “Resolve”, disegnato da Ayse Birsel per la Hermann Miller, è presentato come se stesse a indicare una nuova rivoluzione industriale. In numerose “stazioni di lavoro” individuali – la scrivania di una volta – il piano di lavoro orizzontale è ora al riparo da sguardi indiscreti grazie a una struttura concava o a una protezione in pannelli ricurvi. Tale elemento forma anche un appoggio che consente di posizionare diversi documenti entro il raggio della propria vista periferica, assicurando un più agevole e diretto controllo sui vari compiti. Come foglie da una pianta, spuntano inoltre moltitudini di piani secondari e tavolini laterali: discendenti diretti dei tavolini pieghevoli delle poltrone d’aereo, questi ripiani offrono un gran numero di superfici aggiuntive sulle quali disporre (e, almeno teoricamente, creare una loro gerarchia funzionale) i vari documenti e congegni elettronici che devono essere ora a portata di mano dell’impiegato. 

Sulla destra, Resolve di Ayse Birsel per Hermann Miller. Domus 841, ottobre 2001

Il messaggio implicito sembra essere la necessità di saper far fronte a una crescente complessità del lavoro; e tuttavia, qual è la vera differenza tra questo moltiplicarsi delle superfici e gli scomparti accuratamente realizzati che erano nascosti dietro la piccola saracinesca delle scrivanie di un tempo? Questi “sub-tavoli”, viene da pensare, sono l’equivalente fisico delle “sub-directory” del computer e, utilizzando altezza e distanza entro il raggio dell’estensione del braccio per creare categorie di importanza, urgenza e interrelazione tra i compiti, rappresentano il correlativo spaziale della “/”, la barra che suddivide soggetti diversi nella memoria del computer. I mobili in mostra all’interno di “Workspheres” sono invitanti, colorati e molto vari nei materiali impiegati: ma la persistenza del concetto di scrivania in questi ultimi cent’anni sta a suggerire che nel lavoro d’ufficio non molto è cambiato, se non a livello formale. E se l’‘ufficio’ fosse invece una fase di passaggio, un segno di cento, centocinquant’anni nella storia dei luoghi di lavoro, corrispondente all’emergere delle grandi multinazionali? Se fosse una fase potenzialmente destinata a tramontare, come il telaio ad acqua? La mostra non si spinge oltre nell’affrontare i profondi mutamenti che stanno investendo il mondo degli affari quale risultato della digitalizzazione delle comunicazioni e di molti processi di lavoro. Passeggiando per la mostra, ammirando l’ostinato ottimismo di tutto quel design, mi sono improvvisamente resa conto di ciò che mancava. Mancavano disordine, archivi, pile di carta, bucce d’arancia, bottigliette di minerale. Era assente, in sostanza, ogni traccia della presenza umana. E, soprattutto, una qualche indicazione del tedio e dell’uniformità che accomuna gran parte del lavoro contemporaneo (sia di chi è costretto alla scrivania, sia di chi ha maggior autonomia) legato com’è al ruolo egemonico del computer, alla luminosità del suo schermo e alla tastiera/mouse QWERTY.

Knoll A3 di Asymptote. Domus 841, ottobre 2001

Nel suo saggio in catalogo, Paola Antonelli riconosce che la mostra si occupa quasi esclusivamente degli strumenti di lavoro di un settore piuttosto preciso, ossia quel gruppo in espansione ma pur sempre elitario di “colletti bianchi” di alto livello, che Robert Reich (già Ministro del Lavoro del governo statunitense) nel suo libro The Work of Nations del 1991 ha definito “Symbolic Analysts”. Costoro, secondo l’identikit di Reich, sono la casta più elevata di un sistema a tre livelli completato dalle meno pagate, più basse categorie degli “in-person service providers” (impiegati qualificati) e “routine production service providers” (impiegati generici). Qualunque sia la loro professione, siano essi regolarmente assunti o i proverbiali “Free Agents” del gergo di Fast Company, rivista-guida del mondo degli affari USA, i “Symbolic Analyst” si guadagnano da vivere manipolando e commerciando in simboli astratti, sia che si tratti di parole, immagini o numeri. “Workspheres” aggira problemi delicati come quelli della privacy o dell’onnipresente sorveglianza sul luogo di lavoro, e solo indirettamente tocca la questione del passaggio dal controllo diretto dei lavoratori (il modello della fabbrica del Diciottesimo, Diciannovesimo e Ventesimo secolo) alla sorveglianza elettronica tramite computer. E non affronta nemmeno le conseguenze a livello sociale della recente e molto pubblicizzata filosofia manageriale del “re-engineering”, il cui effetto più deleterio è stato identificato nella scomparsa della dedizione al lavoro, sia da Reich sia dal sociologo Richard Sennett (nelle loro rispettive ultime pubblicazioni The Future of Success (Knopf, 2001) e The Corrosion of Character (W.W. Norton, 1998). Pur da prospettive leggermente differenti, Reich e Sennett sostengono che i cambiamenti nelle forme d’impiego, particolarmente la frammentazione che deriva dalla diffusione di programmi di lavoro “di gruppo” e ‘flessibili’, a lungo andare corrodono il senso d’identità personale e la capacità del singolo di costruirsi una storia individuale attraverso una vita professionale coerente. E i costi che tutto questo comporta ‘fuori’ dal luogo di lavoro, sostengono gli autori, non devono essere sottovalutati. (Per inciso, è interessante osservare che sia il nuovo libro di Reich sia l’intervista a Bruce Mau che compare nel catalogo della mostra si aprono con la confessione di un periodo di crisi durante il quale entrambi si resero conto che le loro impegnative vite professionali stavano minacciando le rispettive vite familiari. E fu tale consapevolezza a spronarli ad assumersi la responsabilità dei loro orari di lavoro e a iniziare a investigare la “condizione lavorativa” in senso generale).

Bed in Business, Hella Jongerus of Jongeruslab, 2000

Tuttavia, sono proprio questi ‘nuovi’ modi di lavorare a essere agevolati e persino resi canonici dal recente arredamento per ufficio: che – almeno per ragioni di marketing – ostenta di continuo la possibilità di riconfigurare con facilità le attività di gruppo, mentre dall’altro lato studia mezzi sempre più eccentrici per isolare il singolo impiegato. (Tra gli esempi più economici e arguti di quest’ultima tendenza troviamo la CocoonChair e le ancor più semplici Headcocoon – cortine portatili in stoffa che isolano da tutto ciò che sta intorno, trasformando chi le adopera in una crisalide umana). Continua inoltre la proliferazione di tavoli-scrivania leggerissimi e a basso costo (quelli con un ‘fogliame’ di superfici multiple e colori strambi) mirati al leggendario settore delle start-up con la sua ventina di magnati, che fino allo sgonfiarsi della bolla “dotcom” era l’ultimo mercato in espansione. Attraenti e colorati come sono, questi modelli andrebbero più propriamente considerati delle “immagini da sogno”, delle percezioni idealizzate del lavoro contemporaneo, piuttosto che una sua realistica rappresentazione o oggetti di una qualche utilità pratica. Un sogno ricorrente è il letto come posto di lavoro. Così, il “letto da lavoro” commissionato a Hella Jongerius (con il suo completo di accessori, My Soft Office) è solo un esempio di quel che sembra stia diventando un vero e proprio filone. La poltrona reclinabile della business class – trono aerotrasportato del manager con rimborso spese – è da tempo reclamizzata per la sua capacità di offrire la comodità di un vero letto; ora, con una mossa analoga, i designer sembrano voler trasformare il letto in ufficio. In una serie di interventi a una recente convention americana di architettura, Bill Stumpf (che ha disegnato, con Don Chadwick, la Aeron Chair per Hermann Miller) e Karim Rashid hanno mostrato progetti per letti con superfici di lavoro e connessioni elettriche incorporate: proposte simili, ma indirizzate a una clientela diversa il progetto di Stumpf era infatti concepito per persone costrette a letto, mentre quello di Rashid era pensato per hotel frequentati da uomini d’affari di alto livello. In entrambi i casi, questi esempi di ibridazione nell’arredo parlano del desiderio di scrollarsi di dosso le limitazioni imposte dall’ufficio, per arrivare in qualche modo a occuparsi del proprio lavoro distesi, rilassati, e con addosso un pigiama (o anche meno). Ancora meglio, suggeriscono che le idee migliori – quelle che si hanno in sogno – potrebbero idealmente farsi strada nel mondo, senza nemmeno richiedere uno sforzo cosciente. Nel caso della Jongerius, ciò può essere ottenuto per mezzo di una federa amorevolmente ricamata con una decorazione della QWERTY. Nel frattempo, la tastiera fa la sua comparsa anche come orsacchiotto/plaid nelle pagine di apertura del libro prodotto per accompagnare l’elegante nuova linea di strumenti per la comunicazione della ElekTex, disegnati da Sam Hecht della IDEO/London, che fanno uso di un tessuto leggero ‘intelligente’. 

Uno dei primi ThinkPad, serie A21m. Foto da wikimedia commons

Quando la IBM lanciò il computer portatile ThinkPad, si servì della slogan “Use It Wherever You Think Best” (usalo dove meglio pensi) – una frase che suggeriva in modo intelligente che la tecnologia sapeva finalmente offrire la ‘libertà’ di decidere riguardo al luogo in cui ci si sentiva più produttivi. Il dilemma di come e dove lavorare meglio – se da soli o con altri – continua a essere affrontato, in varianti che illustrano la tensione tra isolamento produttivo e attività collettiva. In altre parole, come combinare in maniera ideale la concentrazione offerta dalla cella di un monastero con le distrazioni provocate dall’ufficio “open space”, e come tradurre tutto ciò nell’interfaccia del computer? L’ormai storico progetto Personal Harbor della Steelcase porta il chiostro al suo limite estremo: un contenitore autoreggente con una porta scorrevole incurvata che rinchiude l’impiegato in una specie di barile high-tech dotato di tutti servizi – e che rimanda, in modo meno invitante, a una toilette pubblica. La necessità di una privacy acustica e visiva all’interno dell’open space è rivisitata anche nell’Inspiro-Tainer di Lo-Tek: uno dei sei progetti commissionati, che fa uso di un container da aereo da trasporto per creare un ambiente insonorizzato nel quale “rendere labili i confini tra lavoro e gioco”. Ma nonostante l’equipaggiamento (computer, monitor piatto, lettore di DVD e cd, schermo retrattile “a parabrezza”) questo pezzo è sembrato, dopo averlo provato, tanto radicale quanto le consolle di quei videogame dove ci si siede a simulare la guida in fonte a uno schermo panoramico. 

In alto a destra, Netsurfer Computer Divan di Teppo Asikeinenen e Ikka Tehro per Snowcrash. Domus 819, ottobre 1999

Il Netsurfer Computer Divan di Teppo Asikeinenen e Ikka Tehro di Snowcrash sembra usare come metafora il sedile delle auto da corsa, o forse la poltrona del dentista. Una sedia curvilinea in pelle nera consente al ‘pilota’ di stendersi all’indietro mentre ‘surfa’, a gambe largate con la tastiera su una superficie laterale sospesa sopra lo stomaco. A dispetto della sinuosa eleganza della sedia, c’è qualcosa di inestricabilmente goffo nel dover adattare il corpo a una posizione supina attorno a questi congegni, per quanto smussati siano i bordi e traslucidi gli alloggiamenti in plastica. Mouse, tastiera QWERTY e schermo non sono gli unici mezzi per convogliare dati dentro e fuori le nostre teste o i nostri server e dentro quelle altrui, ma solo l’apparato il più ordinario e ormai apparentemente ‘naturale’. Si tratta, al meglio, di oggetti di passaggio. E comunque, il Netsurfer Divan, datato 1995, è già un pezzo d’epoca. Alcuni dei progetti commissionati per “Workspheres” tentano almeno di insinuarsi “sotto la pelle” di questo problema, e ripensano il sistema d’interfaccia stesso quale ambiente di lavoro comune, piuttosto che cercare solamente di trovare modi nuovi e più confortevoli per imbrigliare il singolo lavoratore/operatore al computer e ai programmi oggi disponibili. Prodotto da un team che comprende la Haworth (una delle tre major americane dell’arredo per uffici), e la Digital Image Design di New York, Mind’Space integra un ambiente fisico appositamente progettato con nuovi software, per sistemi di relazione che connettano persone, organizzazioni, e dati loro correlati, in “reti di associazioni” visibili e liberamente riconfigurabili. Per dirla con le parole dei suoi progettisti, “Mind’Space è l’espressione fisica della ricerca cognitiva su ciò che la gente fa in ufficio, il che vuol dire principalmente pensare… uno spazio sottilmente interattivo che sostiene due importanti aree del pensiero: memoria e attenzione”. A causa della disposizione un po’ macchinosa richiesta dalle norme di sicurezza del museo, i visitatori possono interagire col software solamente su schermi separati, che riproducono ciò che è invece inteso appaia direttamente sulla superficie del ‘tavolo’ di questa stazione di lavoro. Molti visitatori sono sembrati inizialmente abbastanza disorientati da questa fuga dalle consuete pagine stratificate di Windows: ma dopo aver avuto una dimostrazione delle sue possibilità di operare in altre dimensioni hanno mostrato una viva curiosità.

Globo di Eero Aarnio per Asko, 1962. Foto di Sailko su wikimedia commons

Rispetto ad Atmosphere, Personal Skies è più deliberatamente poetico, nello stesso modo squisitamente austero di Without Thought, la collezione di progetti per oggetti domestici assemblata sotto la direzione di Fukasawa nel 1999. Qui, una serie di splendidi panorami – in città e condizioni meteorologiche differenti – è usata allo scopo di offrire un po’ di sollievo al lavoratore rinchiuso tra controsoffitti e luci fluorescenti, ed è disponibile premendo un pulsante del telefono. La scelta di tale interfaccia (la pulsantiera di un ormai antiquato telefono da scrivania) fa pensare a una “chiamata da Dio” ma soprattutto rafforza il senso di oppressiva serenità di un’installazione dal candido minimalismo in stile 2001 Odissea nello Spazio. Il fatto che questi “cieli al sol tocco di un pulsante” siano presentati esclusivamente per mezzo di pannelli a soffitto, anziché come un recinto avvolgente, sembra però un’opportunità mancata: perché non mettere insieme lo status e l’aspetto dell’“ufficio con vista” con una cura luminosa incorporata contro la depressione da mancanza di luce naturale? Lasciando completamente da parte il luogo di lavoro e l’interfaccia del computer e puntando direttamente sugli effetti su corpo e mente, il progetto H!BYE di Martí Guixé propone una brillante parodia della fissazione odierna per l’idea dell’“ufficio onnipresente”. Ironica estensione della “confezione di vitamine quotidiane” in vendita nelle drogherie newyorkesi, questi Nomadic Worksphere Seeds portano il “lavorare mobile” al suo estremo farmacologico. Venduti attraverso dei distributori automatici (unica concessione all’‘arredamento’ ammessa dal progetto), queste ventidue pillole multicolori – diverse in misura, forma e composizione – consentono al consumatore, almeno teoricamente, di assumere ‘dosi’ di esperienza e adattabilità. La pillola Concentrate, per esempio, assicura la possibilità di “concentrarsi in qualsiasi luogo”: mentre la GO Crazy Switch (a base d’alluminio) reagisce a contatto con le otturazioni dentali provocando una scossa elettrica capace di ricaricare la mente. Le Thrill Sweets, simili a occhi di un orsacchiotto di peluche, aiutano il viaggiatore a “combattere la monotonia di luoghi anonimi” quali sale da conferenza e aeroporti. Quattro pillole triangolari denominate Culture Bridge forniscono infine una specie di supplemento dietetico – sapori di piatti locali e spezie digestive con cui supplire alla piattezza dei cibi serviti in volo e nelle catene fast food. Avvisando i “nomadi per lavoro” che “le uniche cose importanti da portare con sé sono cultura e conoscenza”, la parodia di Guixe non è poi così inverosimile. Già domani, il nostro antropologo potrebbe veramente trovare una di queste medicine tra i banchi di Schiphol.