Nel 2021 apriva a Parigi la Bourse de Commerce e Ando diventava guest editor di Domus, aprendo con due domande: “cosa cercano di esprimere i creatori del nostro tempo attraverso la luce? Quali sono le loro aspettative?”. Cinque anni più tardi “Claire-obscur”, aperta fino al 24 agosto, sembra offrire finalmente le risposte. La Rotonde progettata da Tadao Ando è stata da subito il fulcro simbolico e iconico della Bourse de Commerce, ma mai come nella mostra “Claire-obscur” il cilindro di cemento diventato icona è passato con più chiarezza da fondale monumentale a dispositivo attivo di visione. Qui, al centro dell’edificio parigino trasformato per accogliere la Pinault Collection, l’architettura del maestro giapponese non impone la propria immagine, anzi si lascia riflettere, contraddire e riattivare dalle opere, entrando in risonanza con il tema centrale della mostra, il chiaroscuro: tecnica di modellazione della luce cara alla pittura manierista e barocca del XVI secolo, e condizione centrale nell’arte contemporanea – lo dimostra il programma dell’esposizione – ma da sempre, profondamente, appartenuta all’architettura, a quella di Ando in primis.
A Parigi, una nuova mostra rivela il miglior Tadao Ando degli ultimi anni
Alla Bourse de Commerce “Claire-obscur” mette in dialogo opere di Pierre Huyghe e Fujiko Nakaya con la Rotonde, rivelando il ruolo centrale della luce nell’architettura del maestro giapponese.
Courtesy Bourse de Commerce — Pinault Collection
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- Luca Avigo
- 17 marzo 2026
La Rotonde ha sempre mostrato la propria efficacia. Le ultime mostre, come quella dedicata all’Arte Povera e quella sul Minimalismo, vi trovavano una collocazione naturale, ordinata, persino eloquente, ma in un modo che poteva ancora appartenere a un qualsiasi grande ambiente museale ben progettato, dotato di nobiltà spaziale. Anche un’altra instant icon, clinamen di Céleste Boursier-Mougenot, con la sua vasca circolare d’acqua e le ciotole di porcellana che si urtavano producendo suoni casuali, l’anno scorso aveva sfruttato la specificità del luogo trasformandolo in un paesaggio contemplativo. Con “Claire-obscur”, però, accade qualcosa di diverso: la Rotonde non si limita più a ospitare delle opere, e passa a essere il luogo in cui la mostra chiarisce la propria posta in gioco.
Quando l’opera restituisce spazio all’architettura
Questo slittamento comincia con Camata (2024) di Pierre Huyghe. A prima vista l’opera sembra quasi ignorare il contesto: su un enorme schermo, largo una dozzina di metri, scorrono immagini nitide di un insieme di bracci robotici che compiono operazioni attorno a uno scheletro umano nel deserto di Atacama; oggetti e frammenti vengono disposti secondo regole incomprensibili. Le riprese, realizzate e montate in tempo reale dal machine learning, non conducono a nessun esito, eludono ogni narrazione. Si osserva passivamente un rituale asettico e insondabile, una promessa di senso che non si lascia mai esaudire.
Se mi chiedete quale sia l’archetipo dello spazio, la mia risposta è: il volume e la direzione della luce.
Tadao Ando
Eppure proprio questa apparente indifferenza al luogo e allo spettatore produce l’effetto opposto. Più che occupare la Rotonde, Camata la restituisce allo sguardo e alla sensazione. La frontalità dello schermo, con l’opacità del suo contenuto, rimanda l’attenzione verso l’architettura che lo contiene: il cilindro di Ando, con la sua forma pura e il suo calcestruzzo levigato, smette di essere semplice cornice e diventa una camera di risonanza. L’opera non satura lo spazio, si presenta nella sua inafferrabilità, lasciando che il vuoto circostante ne diventi co-protagonista. Il visitatore si trova così sospeso tra due ordini di astrazione: da un lato il rituale non umano del video, dall’altro la nudità geometrica del cilindro, sotto la luce zenitale della cupola, che Ando ha restaurato mantenendone l’essenza.
Eppure, prima del 1889, prima del vetro, gli interni della Bourse erano oscurati da una cupola in rame di inizio Ottocento, preceduta a sua volta da una struttura in legno. Ancora prima, però, quando l’edificio nacque nel XVIII secolo come Halle aux Blés, il tetto era forato al centro da un’apertura simile, come principio, all’oculo del Pantheon. Ando ne è pienamente consapevole, lo cita come riferimento originario, con i suoi “flussi di luce in continua evoluzione, in base ai movimenti del sole, [che] si irradiano attraverso un oculo”. In questa reincarnazione contemporanea di quell’archetipo, lo schermo piatto di Camata fa da altare: concentra un mondo di significati opachi, mentre l’architettura storica e quella nuova di Ando sono ciò che ne rende possibile, e memorabile, l’esperienza.
Ma la mostra subirà una trasformazione quasi speculare il 3 giugno, quando Camata lascerà il posto alla scultura di nebbia Cloud #07150 di Fujiko Nakaya. Se Huyghe sembra isolare l’opera per lasciare spazio all’architettura, la nebbia di Nakaya farà l’opposto: renderà impossibile distinguerle con chiarezza. La sua Fog Sculpture, prodotta da pompe ad alta pressione e file di ugelli che liberano gocce microscopiche, non si presenta come un oggetto autonomo ma come una condizione atmosferica. Proprio perché difficile da identificare, la nebbia non farà che filtrare il nostro sguardo sul proprio contenitore. Ingloberà insieme l’edificio storico e l’inserto contemporaneo di Ando, l’affresco, il vetro e il cemento, la semisfera e il cilindro. Sembra perfino contraddire la filosofia di distacco su cui si fonda il progetto della Bourse de Commerce: “Il nucleo di questo intervento si è formato tra due cerchi concentrici, tra l’antico e il nuovo. […] Non sono fusi o miscelati assieme, anzi si fronteggiano”, come scriveva Ando in un articolo su Domus in occasione dell’apertura del museo.
Nelle frizioni opposte tra le opere e l’architettura “Claire-obscur” rivela il proprio senso più preciso. Il titolo rimanda ovviamente alla tradizione del chiaroscuro, la tecnica che, a partire dalle lezioni di Dürer e Caravaggio, ha fatto della luce un principio drammatico e conoscitivo. Ma nella mostra il chiaroscuro è ben più di un riferimento storico: è una condizione percettiva, una riflessione su ciò che appare e ciò che si sottrae, sul visibile e sull’invisibile, sulla “materialità della luce” e “sulle zone d’ombra dell’inconscio”, per citare la curatrice Emma Lavigne.
Gli artisti convocati nel percorso, da Victor Man a Laura Lamiel, da Sigmar Polke a Wolfgang Tillmans, da Bill Viola a James Lee Byars, articolano questa oscillazione in forme diverse: pittoriche, scultoree, cinematografiche, letterali, spirituali. Persino la filosofia espositiva della Bourse de Commerce, che apre gradualmente le sue mostre invece di offrirle subito nella loro totalità, letteralmente portandole dall’invisibilità alla luce, entra in risonanza con questo tema.
La luce come vero materiale dell’architettura
Tuttavia è la Rotonde a condensare con maggiore evidenza tale tensione, trasformandola in esperienza spaziale. E non è un caso. Per Ando la luce è da sempre il materiale decisivo della sua architettura, più ancora del cemento che pure ne è l’emblema (e che pure, come nota egli stesso, “è stato inventato alla fine del XIX secolo in Francia. Viene da Parigi”).
Il cilindro di Ando, con la sua forma pura e il suo calcestruzzo levigato, smette di essere semplice cornice e diventa una camera di risonanza.
In quel suo primo editoriale da guest editor di Domus, scriveva: “Se mi chiedete quale sia l’archetipo dello spazio, la mia risposta è: il volume e la direzione della luce. […] La pratica della costruzione di edifici, nel pensiero architettonico occidentale, è storicamente contrassegnata dalla creazione di aperture su blocchi di pietra per consentire a luce e aria fresca di inondare l’oscurità. Grazie a questa sfida, l’umanità ha scoperto quale sia il significato della luce, al di là della funzione di illuminare lo spazio.”
Più che una mostra sul chiaroscuro, allora, “Claire-obscur” è il momento in cui la Bourse de Commerce rende finalmente visibile il nucleo del più riuscito progetto recente di Tadao Ando. Se per l’architetto “il cemento armato simboleggia il nulla o il vuoto”, qui, per una volta, non si cerca di riempirlo. Nella Rotonde, tra lo schermo impenetrabile di Huyghe e la futura indistinzione atmosferica di Nakaya, il cilindro di cemento smette di essere soltanto un gesto iconico inserito dentro un monumento storico e si afferma come ciò che forse è sempre stato: un dispositivo per pensare e incanalare la luce, e con essa l’atto stesso del vedere. Proprio come gli artisti in mostra, ci si rende conto che anche Ando rivela celando.
- “Clair-obscur”
- Emma Lavigne
- Bourse de Commerce, Parigi, Francia
- fino al 24 agosto 2026