Il nuovo libro di Michael Freeman per fare foto “come nessun altro”

Forte di un titolo volutamente ambiguo, il nuovo saggio del fotografo e giornalista britannico Michael Freeman non è il solito libro di teoria e tecnica fotografica.

Il futuro prossimo dei nostri viaggi, come quello delle nostre esperienze in generale, è ancora incerto, ma in ogni caso verrà sicuramente documentato attraverso la fotografia. E in un momento storico di divieti, rischi per la salute, controlli e procedure di sicurezza, riuscire anche solo ad arrivare nel luogo esatto o al momento giusto per scattare la foto che abbiamo in mente sarà già un’impresa.

Il nuovo saggio del fotografo e giornalista britannico Michael Freeman non pretende di guidarci sani e salvi attraverso gli ostacoli di un mondo incontestabilmente cambiato, né di essere un vademecum per la realizzazione della “foto perfetta”. Anzi, Freeman dà per scontato che chi leggerà Get the photos others can't (Ilex Press, 2020) non abbia più molto da imparare su, per dire, come regolare tempi e diaframmi in base all’esposizione voluta o come bilanciare luce naturale e artificiale: il suo non è un libro di tecnica fotografica, perché quel che gli interessa non è tanto insegnare a fotografare ma spiegare come si riesca ad ottenere l’accesso a un luogo, un evento, una persona o una data situazione in modo da poter realizzare, praticamente ma anche concettualmente, foto come nessun altro.

Per farlo chiede aiuto, mostrandone il lavoro e riportandone la filosofia, ai suoi colleghi fotografi, da Weegee a Meyerowitz, da W. Eugene Smith a Cindy Sherman, passando da molti altri nomi noti e meno noti ma sempre pertinenti. Cinque le aree tematiche individuate e sviscerate in modo comprensibile e intellettualmente onesto: Right Place, Right Time, Hearts & Minds, Immersion, Deep Learning e Left Field.

Con uno stile leggero, franco e a volte caustico, Freeman affronta — e a volte scardina — uno per uno gli assiomi della fotografia documentaria e commerciale, quei concetti che diamo spesso per scontati ma dietro i quali si celano le esperienze, la perseveranza, le frustrazioni e, perché no, gli errori di tutti i fotografi che ci hanno preceduti. E lo fa mescolando aneddoti e citazioni (da Kubrick al solito Picasso, da Winogrand all’inaspettata Nike) in una serie di casi-studio, sempre all’insegna del saper fare ma anche e soprattutto della deontologia professionale.

La copertina del libro, con una fotografia di Bob Mazzer

Se di Matt Stuart veniamo per esempio a sapere che applica al suo lavoro una dedizione in bilico tra serendipità e pratica meditativa, alla ricerca dell’istante in cui tutto è in equilibrio con la sua sensibilità, da Bob Mazzer (autore della foto di copertina) impariamo che diventare parte del mondo che si fotografa è uno dei possibili modi di ritrarlo con profondità e sincerità.

Karen Knorr utilizza i suoi parenti per inscenare metafore sociali o animali selvatici per rappresentare il folklore indiano, mentre Cristina de Middel ricrea da zero un evento passato e forse mai accaduto nel tentativo di una nuova forma di fotografia documentaria, che ponga domande più che mostrare la realtà così com’è.

William Albert Allard propone la formula Accesso + Accettazione = Intimità, che gli servì per ritrarre gli Hamish come nessuno prima (o dopo) di lui, mentre Xavier Comas spiega che «è impossibile trovare lo straordinario senza aprire porte ordinarie».

Stuart Paton preferisce le foto «leggermente sporche dietro le orecchie» che, attraverso il riconoscimento dei difetti del mondo e della critica posizione dell’uomo all’interno di una società alienante, parlano alla testa attraverso la pancia (e viceversa), mentre Thomas Joshua Cooper arriva fino ai luoghi meno accessibili del pianeta per scattare una singola foto in banco ottico, rischiando ogni volta la riuscita del lavoro ma riportando anche ineguagliabili soddisfazioni.

C’è spazio anche per notazioni più tecniche, dalla fotografia subacquea di Howard Schatz a quella pubblicitaria (e neo–surrealista) di Guy Bourdin, dal paesaggismo iper tecnologico di Reuben Wu ai tecnicismi delle nature morte di Lester Bookbinder. E ancora Patricia Pomerlau e Jon McCormak, Jennifer Barnaby e David duChemin, Ju Shen Lee e Amos Schliack, David Alan Harvey e Peter Turnley.

E se scopriamo come Romano Cagnoni è riuscito a fotografare Ho Chi Minh e in che modo ha ritratto i combattenti ceceni, allo stesso Freeman tocca raccomandare di affidarsi, anche pagando, alle persone giuste (che lui definisce bridgers) per potersi poi dedicare con tranquillità a quel che ci interessa di più, ovvero fotografare.

Non fosse per parole come internet, smartphone, selfie, drone, Instagram o Pinterest (o per la consapevolezza molto contemporanea che, in epoca di tecnologia sempre a portata di mano, la street photography è “mixed blessed”), la guida potrebbe essere stata scritta agli albori della fotografia documentaria, perché tutte le indicazioni riportate sono sempre valide.

E se il consiglio di non fotografare fino a che non si è stabilito un consenso col soggetto da ritrarre ma esordire invece sempre con un sorriso potrebbe essere minato alla base dalla necessità di indossare una mascherina, resta il valore assoluto delle tre parole chiave più usate da Freeman: duro lavoro, perseveranza e ottimismo.

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