Come Cecilia Alemani sta cambiando la curatela d’arte

Dalla Biennale di Venezia al Max Mara Art Prize for Women, la curatrice italiana racconta un modo di fare mostre basato su ascolto, relazioni e responsabilità verso artisti e contesti.

"Il modo in cui intendo la curatela è poco formale, poco istituzionale", dice sorridendo mentre ci sediamo in una delle sale di Palazzo Max Mara, nel centro di Milano. "Tant’è che, a quasi cinquant’anni, non ho ancora mai lavorato in un museo".

Classe 1977, Cecilia Alemani è nata a Milano ma oggi vive a New York, dove si è trasferita per studiare curatela al Bard College di Annandale-on-Hudson. Indica una delle immagini appese alle pareti dell’ufficio: "Quello nella foto, là in fondo, è l’incrocio proprio vicino a casa mia", e con sorpresa sincera, per un attimo il discorso si sposta altrove.

Che Alemani abbia scelto di vivere nella città che, per eccellenza, è un crocevia di passaggi, culture e persone, non è forse un caso. Il suo percorso  è da sempre fortemente internazionale. Lavora "in giro per il mondo", certo, ma soprattutto dentro il mondo: "Ogni progetto nasce dall’ascolto di un contesto specifico e dal confronto diretto con gli artisti coinvolti", racconta.

Simone Leigh, Brick House, 2019. Commissione di High Line Plinth. In mostra da Giugno 2019 alla primavera 2021. Foto: Timothy Schenck. Courtesy the High Line.

Essere nel mondo

Parlare di sé non sembra interessare ad Alemani. Preferisce che siano i fatti a parlare. Eppure, guardando al suo curriculum, non è facile stabilire da dove iniziare. Dal 2012 al 2017 ha curato Frieze Projects, la piattaforma no profit della Frieze Art Fair, presentando nuove produzioni di artisti emergenti e ricostruzioni di mostre storiche. Nel 2017 arriva poi la curatela del Padiglione Italia alla 57ª Biennale Arte di Venezia: Il mondo magico riuniva grandi installazioni site-specific di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, costruite come un percorso immersivo, quasi rituale. Nel 2018 è direttrice artistica della prima edizione di Art Basel Cities a Buenos Aires. "Buenos Aires, all’epoca, era già una città culturalmente strutturata, pronta ad accogliere progetti di questo genere. Ecco, due giorni prima dell’opening è crollato il peso ed è iniziata un’inflazione che non avevo mai visto in vita mia". "Le città costringono a fare i conti con le proprie specificità e i propri problemi, anche quando meno ce lo si aspetta. Ma spesso è proprio lì che si sviluppa il fermento creativo".

Ogni progetto nasce dall’ascolto di un contesto specifico e dal confronto diretto con gli artisti coinvolti

Cecilia Alemani

L’anno successivo, per Art Basel 2019, incarica l'artista Alexandra Pirici di realizzare una nuova versione di Aggregate per la Messeplatz, di fronte alla fiera: il risultato è un ambiente performativo che coinvolge oltre sessanta performer, i quali, attraverso gesti e suoni, attivano riferimenti a forme disparate di patrimonio culturale, componendo una sorta di capsula del tempo collettiva.

Alexandra Pirici, Aggregate, 2017–2019. Photo Andrei Dinu. Courtesy the Artist. © Alexandra Pirici.

La posta in gioco si alza ulteriormente nel 2022, quando dirige la 59ª Biennale Arte di Venezia, diventando la prima donna italiana a ricoprire questo ruolo. "Comprendo e apprezzo la responsabilità, così come l’opportunità che mi viene offerta", dichiarava allora, "e ho intenzione di dare voce agli artisti per creare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società".

Promessa mantenuta con Il latte dei sogni, edizione che prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington, "in cui l’artista surrealista descrive un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé". È una Biennale che porta al centro numerose artiste e pratiche fino ad allora meno visibili, costruendo relazioni e risonanze tra i lavori senza gerarchie rigide.

La mostra è una storia che pone una domanda allo spettatore

Cecilia Alemani

Cecilia Alemani. Foto: Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia, 2022.

Accanto ai grandi appuntamenti istituzionali e a un costante impegno sulle questioni di genere, il lavoro di Alemani si distingue per la ricerca di contesti meno canonici, dalla Biennale di Santa Fe, nel Nuovo Messico, agli incarichi di lungo periodo come il programma espositivo della High Line di New York, che dirige dal 2011: "Al momento il mio museo è un giardino sospeso a dieci metri d’altezza, nel mezzo di Chelsea".

L'arte di avere cura

"L’artista è un essere complesso", spiega. "Crea opere importanti che non sempre vengono mostrate nei contesti giusti o nelle condizioni adeguate. Gran parte del mio lavoro consiste nel rendere possibile il lavoro che l’artista vorrebbe fare", accompagnandolo non solo nel momento dell’esposizione, ma anche nella fase di produzione. Alla domanda su come definisca la curatela, risponde: "Un curatore è una persona che facilita relazioni, che siano tra l’artista e l’istituzione o tra l’artista e il contesto. Lavora perché il lavoro possa eccellere quando deve ancora nascere, o continuare a eccellere quando ha già visto la luce".

Allison Katz, Don’t Ask, 2025. Billboard della High Line. In mostra da luglio a ottobre 2025. Foto di Timothy Schenck. Per gentile concessione della High Line.

In questo senso, per Alemani, il curatore è anche uno storyteller: "Quando due opere o due artisti sono messi insieme, non è mai per caso. È una storia che pone una domanda allo spettatore. Perché queste opere sono insieme? Di cosa stanno parlando? Così che anche chi non conosce la risposta venga stimolato, e un pubblico stimolato diventi una fonte di pensiero produttivo".

"L’arte ci aiuta a vedere il mondo sotto una lente diversa e a lavorare su temi complessi che spesso fatichiamo a riconoscere o a verbalizzare". Non in modo linguistico, ma visivo, percettivo, metaforico: "Con l’arte si può aprire nelle persone una banda diversa di ascolto del mondo".

Cosima von Bonin, WHAT IF THEY BARK, 2022. Commissione della High Line. In mostra da settembre 2023 ad agosto 2024. Foto di Timothy Schenck. Per gentile concessione della High Line.

Max Mara Art Prize for Women

Quando si arriva a parlare del suo nuovo incarico come curatrice del Max Mara Art Prize for Women, il passaggio è quasi naturale. È un progetto che intercetta molte delle questioni su cui Alemani lavora da tempo.

"Sin dall’inizio della sua storia il premio non si concentra sull’età dell’artista, ma sulla sua carriera", spiega Alemani. "Quando parliamo di artiste emergenti o mid-career è bene specificare che non lo facciamo in senso generazionale, ma in relazione a un momento preciso del loro percorso, in cui questo riconoscimento può rappresentare una chiave di volta". "È lì che un premio come questo può incidere davvero sul lavoro e sulle loro possibilità future".

Con l’arte si può aprire nelle pensone una banda diversa di ascolto del mondo

Cecilia Alemani

Il Max Mara Art Prize for Women nasce nel 2005 e si lega fin dall’inizio alla storia dell’azienda. Max Mara viene fondata nel 1951 da Achille Maramotti, in un’Italia che sta cambiando profondamente, quando le donne tornano a occupare lo spazio pubblico e a ridefinire il proprio ruolo, non più soltanto legato alla cura ma anche al lavoro, alla formazione, all’autonomia. In quegli anni prende forma un’idea di eleganza pensata per accompagnare questa trasformazione, fatta di libertà, funzionalità e leggerezza. Il premio si inserisce in questa traiettoria, portandola nel campo dell’arte contemporanea: un progetto pensato per sostenere il lavoro delle donne in un sistema che ancora oggi tende a offrire loro meno spazio, meno risorse e meno continuità. "L’artista non è mai una figura isolata", dice Alemani. "Lavora dentro una storia, una cultura, un contesto politico ed economico che incidono profondamente sulla pratica e sulle possibilità stesse di poter fare arte".

Collezione Maramotti. Ingresso lato Est. Foto: Bruno Cattani. Courtesy Collezione Maramotti.

Per questo il premio è costruito come un percorso. Al centro c’è una residenza in Italia, pensata per garantire un tempo reale di ricerca e di attraversamento. "L’artista non arriva con un progetto già definito", spiega Alemani, "ma viene sostenuta dall’istituzione in una fase di studio: entra in contatto con pratiche culturali, tradizioni, tecniche". Un aspetto che distingue il premio da molti altri riconoscimenti. "Spesso c’è un cash prize, magari una residenza breve o un viaggio di studio, e poi l’artista resta sola". "Qui invece l’accompagnamento è reale e continuo e, se necessario, tiene conto anche delle esigenze di vita personale dell’artista, delle sue condizioni, delle sue responsabilità".

I punti in comune non sono sempre immediati, ma si possono costruire. Si devono coltivare

Cecilia Alemani

La novità più significativa introdotta da Alemani a seguito della sua nomina è l’apertura internazionale del progetto. Per la prima volta, il lavoro sviluppato durante la residenza italiana uscirà dall’Europa e verrà presentato in una mostra a Giacarta, in collaborazione con il Museum MACAN. "L’Indonesia è uno dei Paesi più popolosi e più giovani al mondo", spiega Alemani. "Ma soprattutto, quello di Giacarta è un contesto non centralizzato, attraversato da una pluralità di storie e di pratiche". "Ha una scena artistica relativamente recente", sviluppatasi dopo la fine del regime di Suharto, "in cui il lavoro collettivo e la dimensione comunitaria hanno un peso strutturale". "Ci interessava un luogo in cui un progetto come questo potesse davvero fare la differenza", aggiunge, "e in cui l’incontro tra un’artista e un contesto culturale così diverso potesse generare qualcosa di inatteso".

Pointing to the Synchronous Windows at Museum MACAN, Jakarta, 2025. Courtesy of Museum MACAN.

Una scelta che segna una distanza rispetto alle edizioni precedenti del premio, a lungo legate a Londra, e che arriva in un momento segnato da nuove chiusure politiche, economiche e culturali. "Questi progetti servono a tutte le persone coinvolte. Anche a me", conclude. "Richiedono ascolto, attenzione e una certa umiltà".
"I punti in comune non sono sempre immediati, ma si possono costruire. Si devono coltivare".

Immagine di apertura: Ritratto Cecilia Alemani - curatrice Max Mara Art Prize for Women. Courtesy Max Mara Art Prize for Women