Lygia Pape alla Fondazione Carriero di Milano

La mostra sull’opera della grande artista brasiliana è costruita in maniera non lineare, in relazione allo spazio architettonico che la ospita.

“L’opera d’arte, dal vaso greco alla Volta Sistina è sempre un capolavoro squisitamente ‘relativo’. L’opera non sta mai da sola, è sempre un rapporto con un’altra opera d’arte. [...] È dunque il senso dell’apertura di rapporto che dà necessità alla risposta critica. Risposta che non involge soltanto il nesso tra opera e opere, ma tra opera e mondo, socialità, economia, religione, politica e quant’altro occorra”, scrive Roberto Longhi nelle sue Proposte per una critica d’arte. La mostra sull’opera di Lygia Pape (1927-2004) alla Fondazione Carriero di Milano (visitabile fino al 21 luglio 2019) presenta una ricerca storicizzata ma, come sottolinea il curatore Francesco Stocchi, non è una retrospettiva, poiché prende in esame soltanto una parte della produzione dell’artista. Restando in tema di rapporti quelli che ci sono, soprattutto a livello formale, tra “opera e opere” sono evidenti. Su tutti campeggia l’utilizzo della geometria, impiegata dal primo all’ultimo dei lavori esposti, vi è poi la volontà di portare la forma ben oltre la sua bidimensionalità per arrivare alla conquista dell’autonomia spaziale e della sua interazione fisica con l’essere umano.

Lygia Pape, 2019, installation view della mostra alla Fondazione Carriero, Milano, Ph. Christian Kain, Courtesy Fondazione Carriero, Milano Lygia Pape, 2019, installation view della mostra alla Fondazione Carriero, MilanoPh. Christian Kain, Courtesy Fondazione Carriero, Milano

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L’apparente freddezza geometrica a cui inevitabilmente pensiamo evocando opere razionali, e se vogliamo rigide, come quelle del concretismo più intransigente, è stata superata nella ricerca di Lygia Pape per esempio già attraverso lavori come Livro da Criação, in cui l’artista ci dimostra come, da un semplice quadrato, possano nascere forme e colori inaspettati. Ed è proprio a questo punto che diventano fondamentali le relazioni, non più interne tra le opere dello stesso artista, ma quelle esistenti tra il suo lavoro e il contesto che lo circonda: la storia dell’arte, i compagni di strada, il suo tempo e il suo territorio. Assumendo una prospettiva d’insieme è possibile capire da dove è venuta, verso quale direzione è andata e perché è importante la ricerca della Pape, iniziata in un momento cruciale per le vicissitudini artistiche in Brasile. Come scrive Luiz Camillo Osorio, in uno dei testi critici che accompagnano la mostra: “L’enorme sviluppo dell’arte brasiliana durante gli anni Cinquanta si colloca in una congiuntura economico-politica favorevole, unita a un rafforzamento progressivo delle istituzioni grazie alla creazione dei musei di arte moderna di Rio de Janeiro e di San Paolo, nati entrambi nel 1948, e all’istituzione della Biennale di San Paolo, nel 1951”. 

Sessant’anni fa infatti, proprio nel marzo del 1959, un gruppo di artisti, tra cui Lygia Clark, Hélio Oticica e la stessa Lygia Pape, fondavano il Neoconcretismo

Sessant’anni fa infatti, proprio nel marzo del 1959, un gruppo di artisti, tra cui Lygia Clark, Hélio Oticica e la stessa Lygia Pape, fondavano il Neoconcretismo, un movimento che affonda le sue origini nell’avanguardia europea dell’astrattismo geometrico degli anni Trenta, ma che arrivò a San Paolo nel 1950 attraverso una retrospettiva di Max Bill al Museo d’Arte Moderna, a cui seguì nel 1951 la premiazione dello stesso artista alla prima edizione della biennale. Per citare ancora Osorio, il Neoconcretismo è forse “il momento cruciale del contributo brasiliano, un linguaggio e un movimento artistici dalle ambizioni universalizzanti.” Risulta così evidente come tra il punto di partenza (Concretismo europeo) e il punto d’arrivo (l’opera di Lygia Pape in particolare) siano intervenuti alcuni fondamentali scardinamenti messi in atto dall’artista, attraverso i quali abbiamo assistito all’evoluzione di un paradigma estetico. 

Lygia Pape with ‘Book of Creation’, 1979 (assigned date), Baía de Guanabara, Rio de Janeiro. Unknown author © Projeto Lygia Pape

Questa mostra però, come anticipato, non segue un percorso cronologico, ma è costruita in maniera non lineare in relazione allo spazio architettonico che la ospita, per questo motivo le prime opere come i Desenhos degli anni Cinquanta, i Tecelares, i Relevos e i Poema-Luz dello stesso periodo si trovano al secondo piano. L’esposizione parte con un’opera degli anni Sessanta (Livro do Tempo), prosegue con i disegni degli anni Ottanta, per poi tornare indietro con Livro da Criação (1959-1960) e Livro Noite e Dia (1963-1976) e di nuovo balzare avanti con i corti, video, performance realizzati in piena dittatura e così via. Si conclude davanti al fascino e all’incanto di Ttèia, che brilla eterea avvolta nel buio assoluto, all’ultimo piano della Fondazione Carriero, chiudendo il percorso espositivo con un effetto dal fortissimo impatto estetico.

Lygia Pape, Drawing – Magnetized Spaces, Cinematographic Record, 1980, drawing and collage on graph paper, 31,5x46,7 cm, © Projeto Lygia Pape

Sebbene nato da un rapporto diretto con le sale che presentano le opere in un percorso elegante ed equilibrato, questo continuo andirivieni nel tempo ostacola (forse volutamente) l’interpretazione dell’opera di Lygia Pape in relazione alla storia brasiliana che, dal 1964, conobbe l’assolutismo della dittatura militare. Non si può però trascurare il fatto che da questo contesto nascono opere come O ovo oppure Divisor, in cui rispettivamente il cubo diventa metafora dell’uovo e della rinascita, mentre un grande telo di stoffa bianco è l’epidermide che accomuna una moltitudine di individui-teste costrette a condividere e assecondare il moto generale. 

  • Lygia Pape
  • Francesco Stocchi
  • 28 marzo - 21 luglio 2019
  • Fondazione Carriero, via Cino del Duca 4, Milano