“Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti…”Una strofa che ha fatto la storia della musica italiana, una strofa che dice addio al suo interprete: Gino Paoli.
Nato a Monfalcone, cresciuto a Genova, Gino Paoli ha fatto prima il facchino, il grafico, il pittore, come se dovesse imparare a maneggiare il peso delle cose prima di imparare a nominarle. Poi è arrivata la musica e con essa quella Scuola Genovese, una generazione di inquieti come Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, artisti che scrivevano canzoni come si fa una confessione: senza assoluzione prevista. Il cielo in una stanza, Senza fine, Sapore di sale: tre titoli che bastano da soli a descrivere un'intera poetica. Lo spazio che si dilata, il tempo che non finisce, il corpo che resta.
Novantuno anni e una carriera fatta di canzoni straordinarie e una domanda: com'è possibile che uno spazio chiuso diventi infinito? Come fa una stanza a diventare cielo?
Non è una domanda lirica. È una domanda che l'arte occidentale ha preso sul serio per secoli, e a cui ha risposto.
Il testo di Paoli inizia con un gesto preciso: "Quando sei qui con me / questa stanza non ha più pareti." Non è abolizione dello spazio, è trasfigurazione. Le pareti ci sono ancora, ma hanno cambiato natura. È esattamente quello che Mantegna compie nel 1474 nella Camera Picta di Palazzo Ducale a Mantova: le pareti restano, la volta resta, ma al centro del soffitto apre un oculus dipinto, una finta apertura circolare su un cielo azzurro attorno a cui si affacciano figure che guardano giù, verso di noi, ridendo. Mantegna non abbatte niente, trasfigura. Il soffitto è ancora pietra, ma lo sguardo non lo abita. Il patto che stringe con chi entra in quella stanza è lo stesso che Paoli stringe con chi ascolta: tu sai che è una finzione, io so che è una finzione, eppure entrambi guardiamo in su e sentiamo la vertigine.
Come fa una stanza a diventare cielo? È una domanda che l'arte occidentale ha preso sul serio per secoli, e a cui ha risposto.
Poi la canzone sale di tono. "Questo soffitto viola / no, non esiste più." Qui non si tratta più di trasfigurazione, ma entriamo nel tema della dissoluzione. La materia si scioglie nel colore, il colore si scioglie nella luce, e la luce non ha più indirizzo. È Correggio. Nella cupola del Duomo di Parma, completata nel 1530, l'Assunzione della Vergine è una spirale di corpi e di nuvole in cui non si capisce più dove finisce la pietra e dove comincia l'aria. Correggio non apre una finestra sul cielo come Mantegna, lo fa entrare tutto, vorticosamente, senza geometria, senza margini. Il soffitto non esiste più. Chi alza gli occhi in quella cupola perde l'orientamento fisico prima ancora di quello spirituale.
E poi viene la strofa più difficile, quella in cui Paoli non descrive più lo spazio ma il tempo: "Io vedo il cielo sopra noi /che restiamo qui, abbandonati come se/ non ci fosse più / niente, più niente al mondo.." Lo spazio senza pareti diventa tempo senza fine. È il problema che Tiepolo affronta nelle grandi volte del Settecento. Nelle sue aperture celesti il tempo si sospende in una luminosità che non appartiene né al mattino né alla sera, una luce che sembra non avere ora, non avere stagione. Gli dei volano leggeri come se la gravità fosse un'opinione, i colori hanno la qualità dell'eterno-adesso. Tiepolo sa che il cielo affrescato è la più nobile delle menzogne, quella che serve a chi abita quelle stanze per credere, almeno mentre alza gli occhi, che il tempo si sia fermato. Che non ci sia confine.
Secoli dopo, James Turrell risolve il problema in modo inverso e ugualmente esatto. I suoi Skyspace, stanze costruite apposta con un'apertura geometrica nel soffitto che inquadra il cielo reale, non fingono nulla. Nessuna pittura, nessun affresco, nessun trompe l'œil. Eppure chi entra in uno Skyspace all'alba o al tramonto assiste alla trasformazione del cielo vero in qualcosa che sembra dipinto: il perimetro architettonico lo isola, lo incornicia, lo astrae dalla realtà fino a renderlo più intenso della realtà. Turrell non porta il cielo dentro la stanza, fa sì che la stanza produca il cielo. Non l'invenzione di uno spazio immaginario, ma la rivelazione di quello che c'era già.
"Quando sei qui con me”. Ecco il punto. Tutta questa architettura del sublime, da Mantegna a Turrell, da Correggio a Tiepolo, ha bisogno di qualcuno che entri nella stanza. Il cielo affrescato non esiste senza lo sguardo che lo riceve. La canzone non esiste senza chi l'ascolta.
Immagine di apertura: Andrea Mantegna, oculus dipinto nella Camera Picta di Palazzo Ducale a Mantova, 1474. Via Wikimedia Commons
