Viaggio nell'altro Iraq

Decenni di persecuzione etnica da parte di Saddam Hussein hanno lasciato segni e cicatrici indelebili sul territorio del Kurdistan iracheno e le sue contraddizioni sono evidenti nel costruito.

Questo articolo è stato pubblicato su Domus 958, maggio 2012

La Regione Autonoma del Kurdistan ha raggiunto negli ultimi anni la ribalta delle cronache come l'altro Iraq. Nel 2011, il National Geographic l'ha descritta come un'oasi di pace e sviluppo e The New York Times l'ha collocata al trentaquattresimo posto delle quarantuno migliori destinazioni di viaggio—battendo Miami, arrivata solo quarantunesima. La Regione, in realtà, più che per i turisti è oggi una meta ambita per multinazionali e investitori privati. Dopo la sanguinosa persecuzione etnica da parte di Saddam Hussein, un decennio di conflitto armato fra Iraq e Iran, due guerre per l'esportazione della democrazia e una guerra civile, il Kurdistan iracheno avanza oggi a grandi passi verso una nuova condizione di stabilità politica ed economica. Questa lunga storia di conflitti e violenze ha lasciato sul terreno segni e cicatrici indelebili, ma allo stesso tempo ha creato una situazione unica di apertura e opportunità in cui il futuro è tutto da inventare, le possibilità di sperimentare sono a portata di mano e la direzione da seguire è ancora da scegliere.

Erbil, la capitale del governo regionale e una delle città più antiche del mondo abitata senza interruzione per migliaia di anni, è un esempio straordinario di questa condizione. Uno dei principali artefici di questa crescita è Nawzad Hadi, che ricopre la carica di governatore di Erbil dal 2004. In un'intervista rilasciatami di recente, il governatore ha illustrato con la chiarezza di un visionario i passi necessari alla realizzazione di quello che definisce "un grande sogno": la costruzione di una città degna di essere una capitale internazionale, "una nuova Dubai". Questa non è una dichiarazione da poco, considerando che il Kurdistan non è neanche uno stato ufficialmente riconosciuto. "Lo faccio per la mia gente, ne abbiamo il diritto dopo anni di oppressione". La dimensione della scommessa di Nawzad Hadi ha dell'incredibile: è cominciata con l'asfaltare le strade e il garantire un accesso regolare ad acqua corrente ed elettricità, è continuata con la realizzazione e l'implementazione del masterplan e la progettazione di una fascia verde intorno alla città e si sta evolvendo nella trasformazione di Erbil in un hub economico e commerciale.

In apertura: Il campo idp di Ma’asker Salam, a pochi chilometri dalla città di Sulaymaniyah. Dove sorgevano le stalle dell’esercito di Saddam vivono ora 300 famiglie. Nel villaggio ci sono moschee, piccoli negozi e scuole elementari. Qui sopra: veduta esterna di un edificio del villaggio di Raparin, un ex complesso industriale per produrre armi ora abitato da settanta famiglie

In una miscela esplosiva di profitto individuale e bene comune, il governatore ha abbracciato il profilo storico e culturale della città come simbolo di questa rinascita e ha avviato il restauro della Cittadella, il cuore millenario di Erbil, lavorando con l'unesco per la sua inclusione nella lista dei siti Patrimonio dell'Umanità. Allo stesso tempo, con un occhio alle tendenze internazionali dello star system dell'architettura, ha affidato a Daniel Libeskind la progettazione del museo della memoria curda, un progetto audio-visivo di ricostruzione storica e narrativa del genocidio, il cui inizio dei lavori è previsto entro il 2012.

Nawzad Hadi, il governatore di Erbil

La Regione Autonoma del Kurdistan ha scelto Erbil come immagine emblematica della propria capacità di autogoverno; l'investimento sulla crescita urbana acquista in questo caso una connotazione fortemente politica. Attraverso la concessione di benefici fondiari e supporto strutturale, il governo regionale sta favorendo la circolazione di capitale privato che ha comunque un impatto significativo sullo sviluppo urbano e l'espansione edilizia. Negli ultimi cinque anni sono arrivati in città i grandi marchi del commercio internazionale, gli alberghi extra lusso si sono moltiplicati, così come sono apparsi nuovi complessi residenziali che suggeriscono il desiderio e la possibilità di stili di vita esclusivi. Dream City, Empire City, English Village, Royal City, Vital City, Italian Village sono le gated communities che, una di fianco all'altra, occupano una buona fetta della circonvallazione esterna di Erbil, non lontano dal cantiere dell'hotel Marriott e dalla torre di ventitré piani dell'hotel Divan.

Wlaxlw è una combinazione surreale fra un paesaggio post-apocalittico e un dipinto a olio di un orientalista ottocentesco
Nuove edificazioni a Erbil

La prosperità economica di Erbil è solo una delle molteplici facce di questo percorso di transizione verso uno stato di democrazia matura. Le tracce di anni di conflitto e l'investimento quasi unidirezionale sulla crescita della capitale si mostrano invece con toni drammatici nel resto del territorio regionale. All'entusiasmo di questo nuovo benessere fanno da contraltare villaggi di montagna e campi profughi in cui la resilienza e l'arte di arrangiarsi sono gli strumenti che garantiscono la sopravvivenza. Wlaxlw è un villaggio di una cinquantina di case di pietra e fango sulle montagne al confine fra Iraq e Iran che, per la sua posizione geografica, è stato costante bersaglio di bombardamenti nel corso della guerra fra i due Paesi ed è ancora oggi circondato dai resti di quel conflitto: missili, proiettili, gusci di bombe, scatole di munizioni ed elmetti. Gli abitanti di Wlaxlw, in questi ultimi vent'anni, hanno fatto di necessità virtù e nella ricostruzione postbellica hanno utilizzato questi scarti come materiale edilizio. Ed è così che i razzi Katyusha diventano travi di sostegno per i soffitti o pilastri per i pergolati, gli involucri dei missili si trasformano in tubi di scolo, gli elmetti (quelli senza fori di proiettile all'altezza della fronte) fungono da fioriere o servono a raccogliere l'acqua piovana mentre i paletti di segnalazione delle mine anti-uomo sostengono le cataste di legna per il fuoco e le scatole di munizioni incassate nel terreno compongono i gradini che conducono alla parte più alta del villaggio. Wlaxlw è uno spaccato di mondo strabiliante, una combinazione surreale fra un paesaggio post-apocalittico e un dipinto a olio di un orientalista ottocentesco. E non è l'unico esempio della contraddittorietà di queste coesistenze. Storie simili si trovano nei vari complessi militari che ospitavano le truppe dell'esercito di Saddam Hussein di stanza in Kurdistan e che sono state trasformate a partire dalla fine del 1996, all'apice della guerra civile, in veri e propri villaggi con tanto di moschee, piccoli negozi e scuole elementari. Ma'asker Salam, Top Khane e Raparin sono tre di questi 'villaggi' a pochi chilometri da Sulaymaniyah, la seconda città della Regione Autonoma del Kurdistan.

Nel campo idp di Ma’asker Salam, le abitazioni sono state ricavate da vecchie stalle dell’esercito: i bidoni dei rifiuti sono diventati i mattoni di un muro divisorio

Ma'asker Salam è la località in cui sorgevano le stalle dell'esercito di Saddam e in cui oggi vivono circa 300 famiglie; a poca distanza c'è Top Khane, un insieme di 12 edifici che servivano da arsenale e che adesso sono stati occupati da altre 300 famiglie; mentre Raparin, più vicino al centro urbano, era un grande complesso industriale utilizzato per produrre e riparare armi, al cui interno, in un labirinto di baracche autocostruite, vivono circa 70 famiglie. Per un curioso scherzo del destino, quelli che erano gli edifici simbolo dell'oppressione militare del regime Ba'athista si sono trasformati per centinaia di famiglie in un'ancora di salvezza, nel luogo di rifugio che chiamano casa, mentre attendono (con sempre meno fiducia) che i politici mantengano le promesse di compensazione e di assegnazione di una casa popolare. In quest'attesa lunga più di 15 anni, gli edifici militari hanno cambiato aspetto grazie all'intervento spontaneo degli abitanti che, con materiali improvvisati e tecniche costruttive tradizionali, hanno fatto sì che questa aberrazione politica prendesse sempre più i contorni di un paesaggio familiare e ospitale. Haji Mahmoud e Nadja, due residenti di Ma'asker Salam, raccontano che ong locali e internazionali hanno aiutato i rifugiati a sistemarsi nelle strutture militari abbandonate.

I cancelli d’ingresso di alcune case sono quelli delle vecchie stalle

A Ma'asker Salam, le stalle erano state inizialmente divise con muri di fortuna in stanze che ospitavano una o più famiglie ciascuna. Con il passare degli anni e la crescente consapevolezza che la soluzione del problema avrebbe avuto bisogno di anni e non di mesi, gli abitanti di questi villaggi permanentemente temporanei hanno cominciato a espandere e dividere le stanze assegnate in modo da rispondere alle esigenze delle proprie famiglie e creare una condizione di vita più confortevole. Nadja vive in una casa d'angolo, cambia il colore delle pareti interne tre volte l'anno e con il marito ha disegnato un giardino con aiuole delimitate con pietre e scarti di mattoni e tre alberi, cresciuti dai noccioli della frutta, della stessa età delle sue tre figlie. "Vorrei solo una bella casa", dice. "Non chiedo altro". Con le montagne innevate all'orizzonte, il paesaggio di Ma'asker Salam e Top Khane ha un aspetto surreale dove la dimensione pittoresca del villaggio di montagna si mescola con la memoria di un passato crudele e drammatico da cui gli abitanti non hanno modo di emanciparsi. I corpi di fabbrica delle stalle di Ma'asker Salam sono oggi a malapena visibili: coperti da antenne paraboliche e inglobati da una miriade di stanze irregolari fatte di blocchetti di cemento, pietra e mattoni di terra cruda e poi arrotolate in teli di plastica a righe colorate che fungono da isolanti per l'inverno. In una combinazione sorprendente di improvvisazione, riciclaggio e architettura vernacolare, avanzi di plastica e lamiera delimitano l'orto di Haji Mahmoud che scaccia i corvi con spaventapasseri fatti di buste di plastica sminuzzate; nel cortile a fianco, il figlio e la nuora hanno costruito un pergolato con i pali di legno utilizzati nei cantieri edili, mentre il vicino ha recuperato lo sportello di una macchina abbandonata e l'ha trasformato nel cancello di accesso a un cortile circondato da un muro a secco.

Il parco pubblico Parki Shar, ai piedi della Cittadella di Erbil, il cui restauro è stato avviato di recente. L’unesco la vuole includere tra i siti Patrimonio dell’Umanità

Tra il sushi bar al ventunesimo piano di un albergo a cinque stelle al centro di Erbil e i razzi Katyusha utilizzati come elementi costruttivi a Wlaxlw, la lettura del paesaggio antropizzato si rivela uno straordinario strumento interpretativo di quella che, spesso in modo astratto, è definita come dimensione post conflitto. La distribuzione iniqua del benessere prodotto dagli sforzi di ricostruzione postbellica lascia sul territorio i segni incontestabili che rivelano la temporalità di un percorso non lineare e spesso pieno di ostacoli. Nel Kurdistan iracheno, improvvisazione e resilienza rappresentano l'altra faccia della medaglia delle scelte di pianificazione urbana in larga scala e del sogno di diventare la prossima Dubai. Tra visionarietà, dimenticanze e memoria selettiva, il territorio si rivela una piattaforma né neutra né innocente su cui si consumano il dibattito e l'intervento politico e dove prende forma il futuro.

Veduta dell’Empire village, di fronte all’Empire Tower di Erbil. Elemento fondamentale della trasformazione della capitale in un hub economico e commerciale è stata la realizzazione e l’implementazione di un masterplan
Nuove edificazioni a Erbil
Erbil. Negli ultimi vent’anni, i curdi hanno costruito molto—villaggi, campi idp, hotel—facendo propri anche stili occidentali
Il nuovo supermercato Carrefour di Erbil. Grazie all’attuale politica di sviluppo urbano, il volto della capitale sta rapidamente cambiando e sono arrivati i grandi marchi del commercio internazionale
Un ragazzo gioca con il suo aquilone in una zona di Erbil dove sono stati edificati nuovi centri commerciali
Il villaggio di Wlaxlw, al confine tra Iraq e Iran, ha usato i resti del conflitto nella ricostruzione post-bellica