Per la sua capacità di intervenire contemporaneamente
sia sulla struttura che sulla
ricezione dell'opera, il linguaggio – come elemento
di costruzione e ridefinizione del processo
creativo – è uno degli elementi centrali
nella ricerca di artisti contemporanei come Ryan
Gander, Nathaniel Mellors e Alexandre Singh.
Manipolando la dimensione temporale (la narrazione)
e logica (la sintassi) del linguaggio,
questi artisti creano continui cortocircuiti tra le
diverse componenti delle loro opere. Sofisticati
bricoleurs, tutti e tre si appropriano di suggestioni
provenienti dalla quotidianità, dalla televisione,
dalla letteratura, dal
cinema, dall'arte e dalla musica
contemporanea; questi elementi,
riassemblati in combinazioni
imprevedibili ed enigmatiche,
offrono nuovi approcci alla realtà
contemporanea. All'iniziale
spaesamento, segue il tentativo
incessante di stabilire il senso
della propria esperienza di visitatori,
tramite un continuo riposizionamento
rispetto all'opera.
A prima vista, le videoinstallazioni
di Nathaniel Mellors
come Profondo Viola (2004) o
Hateball (2005) sembrano riflettere,
nella loro caoticità, la stessa
frammentazione, oscurità e
inaccessibilità dei dialoghi e delle sonorità che
le pervadono; in realtà, queste opere conducono
un'acuta analisi dei meccanismi di prevaricazione
del potere e della sua necessaria relazione con
il linguaggio. Proprio le logiche interne di questo
rapporto vengono minate dalle installazioni di
Mellors, orchestrate da sceneggiature rabelaisiane.
Popolate da bizzarri personaggi i cui ruoli di vittime e carnefici sono volutamente ambigui
e caratterizzate da dialoghi frammentati, sgrammaticati
e ricchi di neologismi, queste sceneggiature
sembrano regolare con la loro ostica sintassi
le angolazioni insolite da cui sono proiettati
i video, le sculture amorfe in costante procinto
di collassare, e la musica sperimentale diffusa
nelle installazioni (spesso composta ed eseguita
dall'artista stesso con le sue band). La domanda
su chi controlli il linguaggio e con quali effetti
è al centro dell'opera The Time Surgeon (2007),
ispirata, in parte, dalla pièce teatrale L'ultimo
nastro di Krapp di Samuel Beckett, e il film La
Jetée di Chris Marker. Nella scena principale di
questa doppia proiezione, la 'Vittima', un personaggio
senza corpo imprigionato all'interno di
un nastro magnetico, subisce la tortura inflittale
dal "chirurgo del tempo", venendo mandata
nel futuro e nel passato tramite i
tasti di un registratore analogico;
la tortura e il video avranno fine
solo quando la "Vittima" sarà in
grado di confondere il proprio
carnefice attraverso le parole.
Riecheggiando George Orwell,
Mellors rivela come l'offuscamento
e il travisamento del linguaggio
siano alla base di ogni forma di
potere e prevaricazione.
Fantasticare di possibili
viaggi nel tempo e nelle dimensioni
parallele alla realtà quotidiana
fa parte anche del lavoro
di Ryan Gander. Nella sua ricerca,
l'artista rivela e indaga i mondi
possibili che ciascun oggetto
racchiude in sé. Elementi tra loro diversi vengono
inaspettatamente accostati, facendo emergere
in maniera enigmatica, attraverso brevi testi che
accompagnano le opere o nei titoli delle stesse, le
infinite storie nascoste nella realtà. Il gioco e l'apprendimento
sono alla base dei processi creativi
dell'artista, lasciati sospesi per permettere allo
spettatore di diventarne parte integrante. A essere messo in questione è il tradizionale rapporto di
fiducia tra artista, spettatore e istituzione, continuamente
testato e riconfigurato. In Like the
bricoleur's daughter (Alchemy box # 2), (2008)
un'elegante scatola di legno è esposta insieme
alla lista di oggetti in essa contenuti: il dubbio
sulla corrispondenza tra realtà e linguaggio (la
scatola è chiusa) si intreccia ai tentativi di carpire
la logica che sovrintende alla lista. In I took my
hands off of your eyes too soon (2007) a un'opera
del fotografo concettuale Christopher Williams
posseduta da Gander viene giustapposta una
sua riproduzione, eseguita dall'artista stesso:
appropriazione e riattivazione di un'opera
preesistente, critica del concetto di autorialità e
interpretazione poetica coesistono una accanto
all'altra. In Basquiat (2008), uno dei galleristi
di Gander ri-recita una scena dal film omonimo
di Julian Schnabel e, in un secondo momento,
redige e legge nello stesso video il comunicato
stampa dell'opera, facendo cortocircuitare tra
loro forma e significato.
Se nel lavoro di Gander è possibile riconoscere
una dimensione alchemica nella trasformazione
del quotidiano, in Alexandre Singh
questa stessa componente si concentra sulla
natura scultorea del linguaggio. Un'ambizione
enciclopedica caratterizza le opere di Singh,
dove storie e mitologie del passato sono rielaborate
con ironia corrosiva e riattivate attraverso
il filtro della cultura contemporanea. Assembly
Instructions (2008) è un insieme di irriverenti
collages di immagini e testi fotocopiati in bianco
e nero, incorniciati e uniti fra loro da punti
disegnati sul muro. Queste complesse costellazioni
narrative spiazzano per l'anarchia e la
densità dei riferimenti culturali, in contrasto con
la pulizia formale dell'allestimento. Ispirata a
un interno museale, la video-installazione The
Marque of the Third Stripe (2007) presenta, in
chiave neo-gotica, la vita di Adi Dassler, fondatore
dell'Adidas. Ambientato in un tempo
fantastico (dove il Modernismo coincide con
l'età primitiva e l'Europa è un continente da
poco scoperto), il video racconta l'oscuro patto
stretto tra Dassler, un moderno Faust, e una
potenza maligna (simile alla forza di gravità)
che tiene in scacco l'umanità e l'eroe stesso;
Dassler, creando le sue scarpe sportive, tenterà
inutilmente di resisterle. La storia, narrata da sei
donne portoghesi, è divisa in altrettanti capitoli,
contenuti uno all'interno dell'altro, l'ultimo dei
quali contiene il primo. Nella proiezione, Singh
assegna a ciascuna parola pronunciata un
pattern geometrico bianco e nero ispirato alle
linee della griglia modernista e alle tre strisce
del brand dell'Adidas. Tramite un procedimento
sinestetico, l'artista trasferisce la sintassi e il
contenuto del racconto nella sequenza dei pattern
presentati, sospendendo lo spettatore in
uno stato di spaesamento sprigionato dal potere
seducente della storia narrata e dalla logica
enigmatica che governa l'ipnotica proiezione.
Installazioni modulate su una sintassi
frammentata, piccole storie rivelate attraverso
oggetti quotidiani, nuove forme per i racconti
archetipici dell'umanità: le ricerche di Mellors,
Gander e Singh sono accomunate da un'attenzione
estrema per il linguaggio. Medium fondamentale
tramite il quale i lavori dei tre artisti
prendono forma, elemento incaricato di minare
l'oggettività finale dell'opera, il linguaggio ne
muta di continuo le relazioni fra le diverse componenti,
consentendo di mantenere costantemente
attivo il processo di formazione dell'opera
stessa. Più che rivelare verità mistiche o esprimere
posizioni politiche, questi artisti creano
mondi paralleli capaci di suggerire logiche differenti
con cui confrontarsi con la realtà, dando
libertà allo spettatore di intervenire personalmente
nel processo dell'opera, e di rielaborare in
modo autonomo quello che le parole non dicono. Stefano
Collicelli Cagol
What words don't say
L'uso del linguaggio come chiave di lettura delle opere di tre giovani artisti contemporanei emergenti. Testo Stefano Collicelli Cagol.
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- 19 gennaio 2009