A prima vista, le videoinstallazioni di Nathaniel Mellors come Profondo Viola (2004) o Hateball (2005) sembrano riflettere, nella loro caoticità, la stessa frammentazione, oscurità e inaccessibilità dei dialoghi e delle sonorità che le pervadono; in realtà, queste opere conducono un'acuta analisi dei meccanismi di prevaricazione del potere e della sua necessaria relazione con il linguaggio. Proprio le logiche interne di questo rapporto vengono minate dalle installazioni di Mellors, orchestrate da sceneggiature rabelaisiane. Popolate da bizzarri personaggi i cui ruoli di vittime e carnefici sono volutamente ambigui e caratterizzate da dialoghi frammentati, sgrammaticati e ricchi di neologismi, queste sceneggiature sembrano regolare con la loro ostica sintassi le angolazioni insolite da cui sono proiettati i video, le sculture amorfe in costante procinto di collassare, e la musica sperimentale diffusa nelle installazioni (spesso composta ed eseguita dall'artista stesso con le sue band). La domanda su chi controlli il linguaggio e con quali effetti è al centro dell'opera The Time Surgeon (2007), ispirata, in parte, dalla pièce teatrale L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett, e il film La Jetée di Chris Marker. Nella scena principale di questa doppia proiezione, la 'Vittima', un personaggio senza corpo imprigionato all'interno di un nastro magnetico, subisce la tortura inflittale dal "chirurgo del tempo", venendo mandata nel futuro e nel passato tramite i tasti di un registratore analogico; la tortura e il video avranno fine solo quando la "Vittima" sarà in grado di confondere il proprio carnefice attraverso le parole. Riecheggiando George Orwell, Mellors rivela come l'offuscamento e il travisamento del linguaggio siano alla base di ogni forma di potere e prevaricazione.
Fantasticare di possibili viaggi nel tempo e nelle dimensioni parallele alla realtà quotidiana fa parte anche del lavoro di Ryan Gander. Nella sua ricerca, l'artista rivela e indaga i mondi possibili che ciascun oggetto racchiude in sé. Elementi tra loro diversi vengono inaspettatamente accostati, facendo emergere in maniera enigmatica, attraverso brevi testi che accompagnano le opere o nei titoli delle stesse, le infinite storie nascoste nella realtà. Il gioco e l'apprendimento sono alla base dei processi creativi dell'artista, lasciati sospesi per permettere allo spettatore di diventarne parte integrante. A essere messo in questione è il tradizionale rapporto di fiducia tra artista, spettatore e istituzione, continuamente testato e riconfigurato. In Like the bricoleur's daughter (Alchemy box # 2), (2008) un'elegante scatola di legno è esposta insieme alla lista di oggetti in essa contenuti: il dubbio sulla corrispondenza tra realtà e linguaggio (la scatola è chiusa) si intreccia ai tentativi di carpire la logica che sovrintende alla lista. In I took my hands off of your eyes too soon (2007) a un'opera del fotografo concettuale Christopher Williams posseduta da Gander viene giustapposta una sua riproduzione, eseguita dall'artista stesso: appropriazione e riattivazione di un'opera preesistente, critica del concetto di autorialità e interpretazione poetica coesistono una accanto all'altra. In Basquiat (2008), uno dei galleristi di Gander ri-recita una scena dal film omonimo di Julian Schnabel e, in un secondo momento, redige e legge nello stesso video il comunicato stampa dell'opera, facendo cortocircuitare tra loro forma e significato.
Se nel lavoro di Gander è possibile riconoscere una dimensione alchemica nella trasformazione del quotidiano, in Alexandre Singh questa stessa componente si concentra sulla natura scultorea del linguaggio. Un'ambizione enciclopedica caratterizza le opere di Singh, dove storie e mitologie del passato sono rielaborate con ironia corrosiva e riattivate attraverso il filtro della cultura contemporanea. Assembly Instructions (2008) è un insieme di irriverenti collages di immagini e testi fotocopiati in bianco e nero, incorniciati e uniti fra loro da punti disegnati sul muro. Queste complesse costellazioni narrative spiazzano per l'anarchia e la densità dei riferimenti culturali, in contrasto con la pulizia formale dell'allestimento. Ispirata a un interno museale, la video-installazione The Marque of the Third Stripe (2007) presenta, in chiave neo-gotica, la vita di Adi Dassler, fondatore dell'Adidas. Ambientato in un tempo fantastico (dove il Modernismo coincide con l'età primitiva e l'Europa è un continente da poco scoperto), il video racconta l'oscuro patto stretto tra Dassler, un moderno Faust, e una potenza maligna (simile alla forza di gravità) che tiene in scacco l'umanità e l'eroe stesso; Dassler, creando le sue scarpe sportive, tenterà inutilmente di resisterle. La storia, narrata da sei donne portoghesi, è divisa in altrettanti capitoli, contenuti uno all'interno dell'altro, l'ultimo dei quali contiene il primo. Nella proiezione, Singh assegna a ciascuna parola pronunciata un pattern geometrico bianco e nero ispirato alle linee della griglia modernista e alle tre strisce del brand dell'Adidas. Tramite un procedimento sinestetico, l'artista trasferisce la sintassi e il contenuto del racconto nella sequenza dei pattern presentati, sospendendo lo spettatore in uno stato di spaesamento sprigionato dal potere seducente della storia narrata e dalla logica enigmatica che governa l'ipnotica proiezione.
Installazioni modulate su una sintassi frammentata, piccole storie rivelate attraverso oggetti quotidiani, nuove forme per i racconti archetipici dell'umanità: le ricerche di Mellors, Gander e Singh sono accomunate da un'attenzione estrema per il linguaggio. Medium fondamentale tramite il quale i lavori dei tre artisti prendono forma, elemento incaricato di minare l'oggettività finale dell'opera, il linguaggio ne muta di continuo le relazioni fra le diverse componenti, consentendo di mantenere costantemente attivo il processo di formazione dell'opera stessa. Più che rivelare verità mistiche o esprimere posizioni politiche, questi artisti creano mondi paralleli capaci di suggerire logiche differenti con cui confrontarsi con la realtà, dando libertà allo spettatore di intervenire personalmente nel processo dell'opera, e di rielaborare in modo autonomo quello che le parole non dicono. Stefano Collicelli Cagol
