Copertine d'interni per una lettura inedita del designer dell'alta borghesia. Testo Francesco Bonami.
Il 18 aprile 2002, verso le 5 del pomeriggio, un
piccolo velivolo Rockwell Commander, proveniente
da Locarno e pilotato dal sessantasettenne svizzero
Luigi Fasulo, sorvolò Milano e andò a schiantarsi
contro uno degli ultimi piani del grattacielo Pirelli,
icona urbana e unico grattacielo di Milano
progettato da Gio Ponti, nel 1956. L'aereo centrò le
vetrate delle finestre, uccidendo tre persone,
compreso il pilota. Per un momento, l'Italia
assistette al suo micro 11 settembre. Una volta
esclusa l'ipotesi di un attentato terroristico o quella
di un attacco militare da parte della neutrale e
pacifica Svizzera, la gente iniziò a chiedersi cosa
fosse accaduto. È difficile non notare il grattacielo
Pirelli nello skyline di Milano, così come è facile
evitarlo se non c'è nebbia, e quel pomeriggio
di nebbia non ce n'era traccia. Si scoprì che
il Mohammed Atta svizzero era un pensionato
presumibilmente depresso che aveva scelto di porre
fine alla sua vita in quel modo spettacolare
e patetico, trascinando nella sua follia altre due
persone innocenti.
Probabilmente, nessuna delle vittime del disastro
sapeva che l'edificio era una pietra miliare
dell'architettura italiana, oltre che l'opera audace
di uno degli architetti più insigni del dopoguerra.
Se le conseguenze non fossero state così tragiche,
il cast dei protagonisti avrebbe potuto far pensare
che l'incidente fosse stato orchestrato da
Francesco Vezzoli come una performance o come
un intervento artistico di qualche genere.
L'attrazione morbosa di Vezzoli per i personaggi
di secondo piano e per le celebrità in declino tornate
in auge in settori differenti, dal cinema alla moda
o all'architettura, poteva benissimo giustificare
un progetto come quello di un piccolo aereo che
si schianta sul monumento autocelebrativo di Gio
Ponti. Nel 2002, Francesco Vezzoli non pensava in
maniera così eroica; in effetti la sua fantasia
perversa, più che tramutare i suoi modelli in eroi era
concentrata nel trasformarli in centrini ricamati per
arredare il salotto buono di qualche vecchia zia con
gusti precocemente modernisti.
Alcuni considerano
Gio Ponti un semidio che avrebbe ben potuto
materializzarsi in cima al grattacielo Pirelli, come un
miracolo o come un'apparizione; Francesco Vezzoli
lo vede più come il santo di un dio minore,
perfettamente collocato sopra un armadio finto
barocco, sotto un vaso di fiori finti. Nel caso di
Vezzoli, è difficile dire se egli sia un iconofobico
oppure un iconoclasta, ma la sua lettura di Gio Ponti
come designer della cultura gay per gli arredatori
d'interni dell'alta borghesia, specie negli Stati Uniti,
è piuttosto interessante. A Manhattan, qualsiasi
antiquario che tratti mobili di modernariato possiede
un pezzo "Gio Ponti". Ponti è l'ancora di salvezza di
qualunque oggetto o mobile anonimo che abbia una
linea particolarmente bella ma il cui designer sia
ancora da scoprire. "Crediamo sia un Gio Ponti",
è la risposta consueta di fronte all'espressione
perplessa di un cliente che sta guardando il prezzo
a 5 cifre riportato sul cartellino appeso ad un
comodino largo 30 centimetri.
Secondo Vezzoli, Gio
Ponti creò il proprio stile internazionale anticipando
un gusto non ancora ghettizzato, come lo è oggi,
dalla cultura gay. L'architetto italiano, fondatore di
questa rivista, sarebbe rimasto inorridito
nell'incontrare gente come Schwarzenegger o come
Robert Mapplethorpe e conoscere i loro amici
e i loro partner lo avrebbe addirittura terrorizzato.
La sua idea di spazio non avrebbe sopportato
la brutalità sessuale del sottobosco di fine anni
Settanta o dei primi anni Ottanta. Il suo tocco lieve,
magicamente espresso nella sedia "superleggera",
si sarebbe sgretolato sotto i corpi dei modelli di
Mapplethorpe, e tuttavia il contrasto immaginato da
Vezzoli è affascinante e stimolante perché pone
degli interrogativi davvero inquietanti per coloro che
considerano Ponti il simbolo del machismo
blandamente civettuolo di quel Rinascimento
innovativo ed economico italiano degli anni
Cinquanta e dei primi anni Sessanta. La domanda
che Vezzoli si pone, fondamentalmente, è questa:
"Ponti era un omosessuale non dichiarato?".
Nel caso di una risposta affermativa, mi domando se
l'armadio in cui si era nascosto portasse la sua firma
originale.
Francesco Bonami
Francesco Vezzoli. Just what is it that makes today's home so different, so appealing?
Copertine d'interni per una lettura inedita del designer dell'alta borghesia. Testo Francesco Bonami.
View Article details
- 30 gennaio 2008