Dieci anni fa, mentre guidavo lungo la costa della
California centrale, in un prato ai margini della
Highway 101 ho scorto un albero caduto.
Immediatamente ho sentito un forte richiamo. Non
solo il tronco era bellissimo, ma, ai miei occhi, si
fondeva perfettamente col prato su cui era disteso.
Giaceva al suolo da almeno venti o trent'anni, e gli
effetti del tempo, degli insetti, delle radiazioni solari
e della forza di gravità erano evidenti. Il tracollo
finale sembrava, se non imminente, molto vicino.
Le estremità del tronco erano perfettamente
dettagliate e mi hanno guidato verso l'incavo che, in
luogo del midollo, percorreva questa forma in tutta
la sua lunghezza. La parte centrale del fusto era molto semplice, in quanto la corteccia si era
staccata ed era tornata nel terreno da molto tempo.
Mentre il lento processo di disfacimento dell'albero
avanzava, erbacce e frammenti di corteccia
marcescente formavano un soffice letto che cullava
e sosteneva il peso e la lunghezza dell'albero. Le
crepe e le fenditure che percorrevano la sua forma in
senso trasversale erano l'effetto visibile delle forze
ancora al lavoro all'interno del tronco stesso. Ero
rapito, non solo dall'albero e dal suo lento ritorno
alla terra, ma anche dal prato come spazio pittorico
che incorniciava lo svolgersi di questa vicenda. Si
trattava della prima di molte visite che, negli anni
seguenti, avrei effettuato a quel luogo.
Mi sentivo ispirato a produrre una scultura, ma, tutto preso da
quanto era dinanzi ai miei occhi, non avevo idea di
quel che stavo osservando. Come dare inizio a un
progetto del genere? L'albero risultava perfetto lì, al
suo posto, e spostarlo significava distruggerlo.
Rimuoverlo, inoltre, voleva dire troncare il suo
rapporto col contesto circostante, quel rapporto a
cui si doveva la sua potenza visuale. E che materiale
usare per fare di questo tronco una scultura? Dove
collocare l'elemento portante, il cuore dell'opera?
Non si trovava forse nel rapporto dell'albero con il
prato e il terreno sul quale era caduto? Ho
approfittato delle mie visite al sito per una serie di
escursioni a piedi nell'entroterra della costa
centrale, nel corso delle quali ho studiato numerosi
altri tronchi. Col tempo, mi sono reso conto di non
essere tanto interessato agli alberi in sé quanto a
quello specifico esemplare e alle forze visive
sprigionate dalla sua forma. A un certo punto ho
deciso che il nucleo poteva essere costituito dal suo
pneuma, termine greco per respiro, soffio vitale. Ho
deciso allora che avrei realizzato una grande
struttura pneumatica, una scultura gonfiabile del
mio albero. Alle pressioni che stavano portando il
tronco al collasso si sarebbe così contrapposto
l'ottimismo della pressione dell'aria. Ma dopo aver
fatto visita a una serie di aziende che producono
strutture gonfiabili di grandi dimensioni ho
constatato che sagomare esattamente la forma
avrebbe comportato un'indesiderata complessità
della superficie. Poi, di colpo, ho capito che il soffio
vitale della scultura si sarebbe manifestato nell'atto
stesso di scolpire. Produrre una scultura in legno
della pianta partendo dal suo interno e muovendomi
verso l'esterno avrebbe creato una traiettoria di vita
e volontà capace di trasmettersi a questo grande
albero caduto. Così ho fatto ritorno al prato con
numerosi amici, qualche camion e una buona sega a
nastro, e in due settimane ho rimosso l'albero pezzo
per pezzo, trasportando i vari segmenti nel mio
studio a sud di Los Angeles, a centocinquanta
chilometri di distanza. Una volta lì, l'albero e la visione originale della sua posizione nel prato
risultavano totalmente smembrati, poiché il tronco si
trovava sparso in centinaia di pezzi sul pavimento in
cemento del mio studio. Con una squadra di
assistenti ho iniziato a produrre dei calchi di ogni
singolo pezzo, poi dai calchi ho ottenuto delle copie
in fibra di vetro: alla fine, mi sono trovato con un
enorme puzzle in fibra di vetro del tronco originale.
Dato che le parti potevano essere unite in un unico
modo, con un po' di tempo e molta attenzione ho
finito per avere una replica esatta sia della forma
interna sia di quella esterna.
Infine, questo tronco in
materiale sintetico è diventato un bozzetto
tridimensionale che ho spedito a Osaka, dove il
maestro carpentiere Yaboku Mukoyoshi e i suoi
aiutanti hanno creato una versione scultorea reale,
in cipresso giapponese, della mia visione originale.
Ho scelto un carpentiere giapponese perché in
Giappone c'è la tradizione di copiare oggetti che
non possono essere restaurati. Per esempio,
quando un vecchio tempio buddista non può più
essere conservato, viene rifatto tale e quale. Nel loro
contributo al progetto, il signor Mukoyoshi e i suoi
apprendisti hanno mostrato grandi capacità e
pazienza. Ho fatto loro visita spesso, e col passare
degli anni il progetto ha iniziato a diventare parte del
mio modo di vivere, tanto che mi è stato molto
difficile accettare di doverlo completare e lasciarlo andare in giro per il mondo. Quando ho chiesto al
signor Mukoyoshi come si sarebbe comportato il
legno nel corso del tempo, mi ha detto che non
avrebbe avuto problemi per quattrocento anni, poi
sarebbe iniziata una fase critica che lo avrebbe
portato, nel corso di duecento anni, a screpolarsi e
fessurarsi, per passare infine a un ultimo periodo di
deterioramento, un lento declino finale di altri
quattrocento anni. Così, quando ho capito che quel
legno, come il tronco originale, aveva una vita
propria, sono finalmente riuscito ad allentare i
legami col mio progetto e a lasciarlo andare, nella
speranza che portasse un soffio di vita nel mondo
circostante.
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da Domus 908 novembre 2007Se cade un albero in un prato e sono l'unica persona presente, chi altri lo vede? Testo Charles Ray.
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- 07 novembre 2007