Nell’ultimo libro di Kiran Desai, La solitudine di Sonia e Sunny, la scrittrice indiana descrive una fotografia dei primi del Novecento: una signora benestante che, scendendo da una barca di legno lucido, poggia il piede sul pontile di un albergo. Sullo sfondo, “le aspre montagne scolpite come punte di frecce contrastavano con un lago che invitava al sogno e alla voluttà”, scrive Desai. L’albergo è il Grand Hotel Villa Serbelloni, che dal 1854 si affaccia sul lago di Como, a Bellagio, nel punto in cui si divide nei suoi due rami.
Cosa sta cambiando a Villa Serbelloni sul Lago di Como, dopo oltre 170 anni di storia
Con il nuovo progetto firmato da StorageMilano per gli spazi esterni e il ristorante Mistral, Villa Serbelloni apre una nuova fase. Domus ha incontrato i progettisti e il direttore Jan Bucher.
Foto courtesy StorageMilano
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- Francesca Critelli
- 09 luglio 2026
Ma prima ancora di diventare uno degli alberghi più noti e apprezzati del lago, Villa Serbelloni era una residenza privata. Commissionata dalla famiglia Frizzoni e progettata dall’architetto Rodolfo Vantini, era nata come dimora estiva in un’epoca in cui raggiungere Bellagio significava affrontare un lungo viaggio in barca. Pochi decenni dopo, con l’espansione del turismo internazionale e della rete dei grandi alberghi europei, la villa è stata trasformata in hotel.
Da oltre un secolo, precisamente dal 1918, la proprietà appartiene alla famiglia Bucher, giunta oggi alla quarta generazione. Una continuità rara, che ha permesso alla villa di conservare un’identità precisa pur attraversando tutte le trasformazioni del turismo. Ma come si rinnova un luogo storico senza trasformarlo in un museo di se stesso?
Negli ultimi anni Villa Serbelloni ha avviato un programma di interventi che ha interessato l’outdoor e il ristorante gastronomico Mistral, affacciato direttamente sul lago. A firmare entrambi i progetti è stato lo studio milanese StorageMilano, che ha collaborato con la proprietà: è la prima volta nella storia dell’hotel. Domus ha incontrato gli architetti e il direttore dell’hotel Jan Bucher, per raccontare un progetto in cui ogni piccolo intervento è un dialogo con oltre centocinquant’anni di storia.
Un’icona del lago molto prima del mito contemporaneo
L’esplosione mediatica del lago di Como degli ultimi vent’anni, alimentata dalle celebrity internazionali e dal turismo di lusso, rischia di far dimenticare che questo paesaggio era già una delle mete più ambite dell’Europa ottocentesca. Ben prima dell’effetto George Clooney, il lago era meta prediletta dell’aristocrazia europea. Qui hanno soggiornato Alessandro Manzoni, Silvio Pellico, Gustave Flaubert e il poeta Giuseppe Parini, ma sono passati dalle sale dell’hotel anche Winston Churchill, Roosevelt, i Rothschild, J. F. Kennedy, perfino Al Pacino.
Foto Courtesy Grand Hotel Villa Serbelloni
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La storia della famiglia Bucher si intreccia con quella del luogo nel 1918, quando il bisnonno Arturo acquista Villa Serbelloni (a quel tempo conosciuta come Grand Hotel Bellagio). Da allora la proprietà non è mai passata a fondi d’investimento o grandi gruppi alberghieri internazionali. “Per noi è importante mantenere lo stile di questa villa, perché è la sua anima. Ma soprattutto è importante far sì che venga vissuta come una casa” dice Jan Bucher, “perché in effetti è casa nostra”.
Una scelta che racconta anche il rapporto della famiglia con l’identità del luogo: la proprietà ha preferito preservare la dimensione privata della villa, arrivando a rinunciare anche a opportunità di grande visibilità internazionale come un possibile coinvolgimento nella serieThe White Lotus.
Eppure, negli ultimi anni sono stati rinnovati camere, spa e spazi comuni, avviando un percorso di aggiornamento che, inevitabilmente, deve rispondere alle esigenze dell’ospitalità contemporanea.
Per la prima volta, la famiglia affida il progetto a uno studio
Per gran parte della sua storia recente, Villa Serbelloni è stata trasformata dall’interno, letteralmente. Gli interventi sugli ambienti erano demandati direttamente alla famiglia: gli aspetti tecnici venivano seguiti dal padre di Jan Bucher, mentre gli interni erano curati dalla madre.
“Non abbiamo mai lavorato con architetti”, racconta Bucher “ma per il Mistral avevamo capito che era un lavoro troppo difficile, troppo importante per affrontarlo da soli”. La ricerca dello studio giusto li ha portati a StorageMilano, lo studio milanese che si è occupato, tra gli altri, della progettazione di una delle terrazze più note di Milano, Ceresio 7.
Per lo studio, il rapporto con la proprietà è stato il punto di partenza del progetto. “La loro preoccupazione iniziale era quella di confrontarsi con qualcuno che imponesse semplicemente una visione”, raccontano. “Invece il progetto è stato sviluppato insieme, attraverso prove, campionature e confronti continui. Non è il nostro ristorante: è il loro ristorante”.
In realtà, ancor prima del Mistral – che grazie allo chef Ettore Bocchia, padre della cucina molecolare italiana, è tuttora considerato uno dei migliori ristoranti della zona – StorageMilano è stato chiamato a intervenire sull’outdoor, completato tra l’inverno 2024 e la primavera 2025.
L’obiettivo non era introdurre un nuovo linguaggio, ma “costruire un’immagine coordinata tra spiaggia, piscina, beach club e terrazze, lavorando su cromie, tessuti, arredi e dettagli” che gli ospiti avrebbero potuto ritrovare vivendo gli spazi esterni in diversi momenti della giornata. La richiesta della proprietà era proprio quella di “trovare un linguaggio grafico con motivi ripetuti che potessero ricondurre all’immaginario dell’albergo”, un filo conduttore che avrebbe poi trovato una nuova interpretazione anche all’interno del Mistral.
Il ristorante cambia atmosfera
Per StorageMilano il progetto del Mistral consisteva nel risolvere un paradosso. La sala gode probabilmente di una delle viste più spettacolari del lago di Como: una veranda completamente vetrata, sospesa sull’acqua, dove il paesaggio monopolizza inevitabilmente lo sguardo. “Volevamo che il cliente si sentisse protetto pur rimanendo dentro un ambiente aperto, con lo sguardo concentrato tra il tavolo e ciò che accade fuori, cioè sul lago” raccontano gli architetti. Proprio questa forza, però, aveva portato in passato a non dare troppa importanza a ciò che accadeva alle spalle degli ospiti.
Per noi è importante mantenere lo stile di questa villa, perché è la sua anima. Ma soprattutto è importante far sì che venga vissuta come una casa perché in effetti è casa nostra.
Jan Bucher
La prima risposta è arrivata dalla luce, vero elemento ordinatore dell’intervento. La struttura esistente della veranda, completamente apribile durante la bella stagione, rendeva impossibile adottare un’illuminazione tradizionale. Gli architetti hanno quindi progettato una nuova controstruttura sospesa che integra un sistema di proiettori sviluppato insieme allo studio milanese Light Scene. Invisibili durante il giorno, questi dispositivi convogliano la luce esclusivamente sui tavoli, mentre lampade decorative disegnate ad hoc costruiscono un’atmosfera più soffusa e scenografica. “Volevamo una luce molto teatrale”, spiegano. “Il tavolo diventa il centro della scena, mentre tutto ciò che lo circonda rimane in penombra”.
L’altra trasformazione riguarda la percezione dello spazio. Dove prima mancava l’intimità, oggi una serie di separé ispirati agli oblò delle imbarcazioni scandisce la sala in una sequenza di microambienti. Non dividono completamente lo spazio, ma ne attenuano la continuità visiva, lasciando filtrare luce e prospettive. Il pavimento è stato completamente rifatto con un parquet scuro, interrotto da tappeti in cementine incastonati che reinterpretano i motivi decorativi storici della villa, mentre una nuova boiserie specchiante riflette il lago all’interno della sala, amplificando la profondità dell’ambiente.
Volevamo che il cliente si sentisse protetto pur rimanendo dentro un ambiente aperto, con lo sguardo concentrato tra il tavolo e ciò che accade fuori, cioè sul lago.
StorageMilano
Il progetto si estende anche a elementi meno evidenti ma determinanti nell’esperienza del ristorante. I grandi mobili di servizio in ottone ossidato raccolgono funzioni che prima erano disperse nella sala – dalle cantinette per i vini ai sistemi di climatizzazione – liberando la vista del cliente. Cassetti rivestiti in alcantara eliminano il rumore delle posate durante il servizio; le postazioni dei camerieri sono illuminate internamente e progettate affinché ogni gesto diventi parte della mise en scène. “L’attenzione al comfort visivo e a quello acustico, secondo noi, è un dettaglio tutt’altro che trascurabile in un ristorante di questo livello”, spiegano gli architetti.
“Il Mistral aveva una vista straordinaria, ma gli mancava atmosfera”, racconta Bucher. “Volevamo che fosse più romantico, più intimo”.
Un progetto destinato a continuare
In realtà, il Mistral è una tappa importante di una trasformazione più ampia. StorageMilano confessa a Domus che la collaborazione con Villa Serbelloni è pensata per proseguire, come un processo progressivo destinato a svilupparsi durante le chiusure stagionali dell’albergo. Dopo gli spazi esterni e il ristorante, anche altri ambienti saranno interessati da nuovi interventi, secondo un piano che procede per fases, senza interrompere la vita dell’hotel.
La fotografia descritte nel romanzo di Kiran Desai restituisce un luogo sospeso, dove il tempo sembra essersi fermato. A Villa Serbelloni, invece, il tempo continua a scorrere. Lo fa con lentezza, attraverso interventi successivi che non cercano di riscrivere la storia della villa, ma di aggiungervi un nuovo capitolo. È forse questa la sfida più difficile quando si progetta dentro un edificio storico: intervenire con precisione, lasciando che ogni progetto, invece che una cesura, diventi una nuova, necessaria stratificazione.