Paper colpisce ancora. Questa volta a saturarsi di strisce di carta sono gli spazi ex-industriali al centro di BiM, progetto di rigenerazione urbana in Bicocca. Ma a far scattare la magia è sempre lui, Gianni Pettena, l’“anarchitetto”, che fin dalla stagione fiorentina del radical design — a cui ha contribuito — ha guardato più all’arte che alla costruzione. Guai però a definirlo “l’architetto che non ha mai costruito”: “Ogni volta che mi presentano così, io li blocco subito”, mette subito in chiaro. “Gli architetti che disegnano per costruire, costruiscono sì e no il 3% di quello che progettano. Io invece ho costruito sempre tutto. Non ho progettato niente: ho costruito, e poi ho disegnato quello che avevo fatto, proprio il contrario di progettare. Prima di tutto c’è il fare, il realizzare; e poi, ovviamente, il fotografare, filmare, attraversare… qualsiasi cosa, anche se casuale, incontrollabile”.
Gianni Pettena, il grande outsider dell’architettura: “Ho costruito tutto, non ho progettato niente”
A Milano, negli spazi rigenerati di BiM, Gianni Pettena riattiva Paper e ribadisce una posizione radicale: l’architettura non si progetta, si costruisce — e soprattutto si vive.
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
Courtesy Gianni Pettena
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Courtesy BiM
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Foto Matteo Cirenei. Courtesy BiM
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- Giovanni Comoglio
- 16 aprile 2026
Tutti realizzati, gli spazi di Pettena, soprattutto grazie a un loro carattere fondamentale: sono spazi fai-da-te, materializzazione dell’esistenza delle persone dentro i contenitori delle loro vite — strade, paesaggi, architetture. Paper è esattamente questo. Nato a Minneapolis nel 1970, il progetto consisteva nel saturare uno spazio con strisce verticali di carta: quello in cui Pettena, docente ospite all’università locale, avrebbe dovuto tenere una conferenza. “Man mano che la gente arrivava, a ognuno veniva dato un paio di forbici e gli veniva detto: ‘do it yourself’, tagliati il tuo spazio, fai quello che ti pare. Ovviamente non cercare di andare dritto, vacci un po’ sinuoso, altrimenti diventa un corridoio, otticamente un po’ banale”. I posti erano circa 400: “Hanno raccolto le strisce di carta tagliate, ne hanno fatto mucchietti per sederci sopra, e quello è diventato lo spazio che loro avevano scelto di ritagliarsi e organizzarsi. Era divertente anche per me, perché non ne avevo idea, non l’avevo mai fatto”.
Lo spazio non si progetta, si attraversa
Nel rumore di fondo di Art Week e Design Week — “vedo una grande confusione” — e nei tentativi di stabilire una volta per tutte cosa sia stato questo o quel movimento (“Il sonno della ragione genera mostre!“), quella di Pettena resta una posizione quasi irriducibile, pur nella sua ironia. È la posizione di chi continua a vedere l’architettura come qualcosa di impossibile da comandare o indirizzare: “mai un rapporto delegato, ma un rapporto diretto con lo spazio da inventare”. Per questo non vede molto senso nell’idea che oggi alcuni luoghi abbiano più bisogno di altri dell’intervento degli architetti: “È un modo di limitare la possibilità di immaginare. L’invenzione dello spazio è un destino, non deve essere su richiesta: è un atto spontaneo”. Spontanea come la sua stessa casa. Per decenni, insieme alla famiglia, Pettena ha dato forma a un’architettura affacciata sul golfo di Viticcio, sull’isola d’Elba: un’architettura che ha finito per assumere più la natura di una storia che di una costruzione, anche se dentro si dorme e si mangia. “Non modificavo niente, mi accoccolavo in un punto della preesistenza, senza modificare nemmeno l’uso di qualcosa”.
Era un ricovero per le reti da tonni, abbandonato e crollato, su un pendio terrazzato verso il mare. “E io non ho toccato questo consistente intervento dell’uomo”. Si inserisce in uno di questi terrazzamenti e, liberando la struttura dai roveti e dalla macchia mediterranea, la fa crescere gradualmente, senza aggiungere né togliere materia al luogo: pietre raccolte dal mare o nei dintorni, e poi un abitacolo-base inizialmente minuscolo, quasi una roulotte. “Ho comprato arredi nelle fabbriche che rifornivano i produttori di roulotte e camper: attrezzature minimali, pieghevoli”. I genitori dormono nel soggiorno — dove il tavolo si abbassa e diventa letto insieme a due panche — mentre per le figlie viene ricavato un soppalco.
Un movimento che non voleva esserlo
Roba da manifesto del radical design, da seminomadismo, da Supersuperficie e No-stop city? “Il radical design in fin dei conti non è mai esistito”, gela subito Pettena, pronto a frenare ogni appropriazione critica. “È stato un clima, un modo di raccontarsi attraverso il progetto, attraverso gli strumenti che stavi imparando come studente di architettura. Era limitato al nostro momento storico; anche se noi non lo vivevamo, quel momento: ognuno si faceva i fatti propri”. Aver fatto la storia facendosi i fatti propri suona comunque come una conquista. “Proprio così: per noi era una conquista”.
Un flusso che ancora oggi si sottrae all’idea di essere mappato in una tassonomia definitiva. Anche perché non è mai stato uniforme: né per posizioni né per generazioni. I contrasti tra Superstudio e Archizoom erano noti; figure come Ettore Sottsass — “l’unico architetto che ci capiva di arte visiva” — partecipavano allo stesso discorso ma provenivano da una generazione precedente. E quando il radical si condensa nel postmoderno, poche cose si oppongono con più chiarezza di Memphis — entusiasta nel lanciarsi sul mercato — e Alchimia — che invece rifiuta l’industria e cerca l’esperimento.
Eppure la casa dell’Elba torna anche qui. Il modo in cui è cresciuta, e soprattutto ciò che contiene, è un racconto breve dell’esistenza di Pettena, un continuo creare incontri, contaminazioni e — nel caso dei radicali, spesso litigiosi — riconciliazioni. Entrando si trovano, su due lati dello stesso volume, il caminetto di Sottsass e il mosaico di Alessandro Mendini; poi l’attaccapanni di Lapo Binazzi, la banderuola di Andrea Branzi, e i lavori di artisti più giovani come Ugo Marano e Marco Pace.
È la traduzione dello stesso interesse per il dialogo che Pettena ha coltivato negli anni di insegnamento e che emerge anche nell’unica architettura pubblica costruita che porti la sua firma: l’estensione del municipio di Canazei, opera di Ettore Sottsass sr., un lavoro sull’opera del padre per esprimere un omaggio al figlio.
È lo stesso spirito che da oltre cinquant’anni porta le persone più diverse a ritagliarsi ancora una volta il proprio spazio, armate di forbici. Fare, con strisce di carta, ciò che l’architettura progettata e costruita non potrà mai consentire: definire lo spazio con la propria presenza. Come dice Pettena: “Ho costruito tutto. Non ho progettato niente”.
Immagine di apertura: Gianni Pettena. Paper, Futura Gallery, Glass of Water , Praga 2013. Courtesy Gianni Pettena
Si ringraziano Giulia Pettena e Marco Pace per il supporto e la partecipazione alla conversazione.
Un bgno di Marco Pace
L'ingresso e una scultura di Lapo Binazzi
L'accesso alla camera da letto con una scala di Ugo Marano
La banderuola di Andrea Branzi
Vista dal mare
Per collocare la banderuola