Come Sharjah è diventata un hub culturale di livello mondiale

La sceicca Hoor Al Qasimi racconta a Domus l’evoluzione della città degli Emirati in capitale dell’arte e del design su scala planetaria, anche grazie al recupero e riutilizzo dei tanti edifici abbandonati degli anni ’70 e ’80.

La vocazione culturale di Sharjah ha radici lontane e si deve all’opera lungimirante dello sceicco Sultano bin Muhammad Al Qasimi che, dal 1971, investe nell’istruzione e nell’arte. Se però, da 20 anni a questa parte, il piccolo emirato arabo è diventato una meta culturale di spicco e di portata internazionale, il merito va anche al lavoro della sua figlia minore, la sceicca Hoor Al Qasimi, 43 anni, artista e curatrice che, nel 2003, ha preso le redini della Biennale d’Arte, nata nel 1993, riorientandola radicalmente e che, nel 2009, ha avviato la Sharjah Art Foundation di cui è presidente. 

Sharjah Art Foundation, Sharjah, Emirati Arabi Uniti, 2009. Foto M. Ahmadani

Lontana anni luce dagli scintillanti grattacieli di Dubai (che si trovano a meno di 10 km), ma anche dalla grandiosità del Louvre di Abu Dhabi (l’emirato più grande), la Sharjah di Hoor Al Qasimi viaggia nel solco della tradizione avviata dal padre – doppia laurea, in ingegneria agricola e storia – all’insegna della conservazione del patrimonio della regione e della sua biodiversità. Invece di costruire nuovi edifici, si dedica al recupero di quelli esistenti, procedendo per step successivi attraverso la sua Fondazione: comincia con l’acquisizione di un edificio abbandonato, usandolo subito come sede per le installazioni della Biennale d’Arte o della Triennale d’Architettura. Passa poi, con calma, a un progetto di riutilizzo adattivo permanente che trasforma l’edificio, in centro culturale o per l’arte. In pratica, il suo è un programma che sta salvando la storia più recente di questo territorio e le sue stratificazioni.

Incontrata all’apertura della seconda Triennale di Architettura di Sharjah – la sua più recente iniziativa, quest’anno diretta dall’architetta nigeriana Tosin Oshinowo e aperta fino al 10 marzo 2024 –, Hoor Al Qasimi spiega: “La Triennale è nata nel 2019 per incoraggiare il dialogo sull’architettura e urbanistica in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, ma anche per portare avanti un importante lavoro di conservazione di molti edifici degli anni Settanta e Ottanta oggi abbandonati e a rischio demolizione”. 

Hoor Al Qasimi. Foto Sebastian Böttcher

Gli edifici di cui parla sono esempi dell’architettura costruita nell’emirato subito dopo l’indipendenza del 1971 e dopo il boom che è seguito alla scoperta dei primi giacimenti petroliferi nel 1972. “Rispondono bene al clima e alla città e potrebbero facilmente adattarsi a un altro utilizzo”, prosegue la sceicca.

Il piano inizia nel 2010 quando si fa sentire la necessità di una sede per la sua Fondazione. La sua idea è recuperare gli edifici del centro storico, usando materiali originali. Nasce così nel 2013, su progetto dell’architetta emiratina Mona El Mousfy, l’Al-Mureijah Art Spaces che oggi ospita oltre alla sede della Fondazione, anche spazi espositivi, un cinema all’aperto, un ristorante e una piccola moschea. Da allora, Hoor Al Qasimi non si è più fermata. 

Il punto è che l’architettura degli anni Settanta e Ottanta non è abbastanza vecchia da essere posta sotto tutela, ma possiamo acquisire gli edifici prima che vengano demoliti.

 Hoor Al Qasimi

The Flying Saucer, Sharjah, Emirati Arabi Uniti, 2020. Courtesy of Sharjah Art Foundation

Tra gli immobili riconvertiti c’è l’icona brutalista nota come Flying Saucer: ristorante francese nel 1978, supermercato negli anni Ottanta, fast food negli anni 2000 e quindi abbandonato, viene comprato dalla Fondazione nel 2012 che lo riporta allo stato originale e lo converte in spazio per l’arte nel 2020 su progetto dello studio locale SpaceContinuum. Un perfetto esempio del “metodo Al Qasimi”. La Kalba Ice Factory, invece, una ex fabbrica di mangimi per pesci e deposito di stoccaggio del ghiaccio costruita negli anni Settanta, viene acquisita nel 2015 per essere usata come una delle sedi della 12. Biennale. Di recente, è stata convertita in centro per l’arte dallo studio peruviano 51-1 Arquitectos.

“Ha cominciato mio padre e io voglio continuare a preservare gli edifici storici. Il punto è che l’architettura degli anni Settanta e Ottanta non è abbastanza vecchia da essere posta sotto tutela, ma possiamo acquisire gli edifici prima che vengano demoliti. Penso di essermi guadagnata una buona reputazione in questo senso, sono brava a trovare una nuova destinazione a questi luoghi. La gente mi chiama e mi dice ‘Ho un vecchio edificio. Sarà costoso ristrutturarlo? Puoi farne qualcosa?’. Posso farcela”, spiega.

Kalba Ice Factory, Sharjah, Emirati Arabi Uniti, 2023. Foto Danko Stjepanovic, courtesy Sharjah Art Foundation

Tornando alla Triennale di Architettura, quest’anno il quartiere generale è nella scuola Al Qasimyah, un ex edificio scolastico degli anni Settanta. Altre sedi sono l’ex mercato di frutta e verdura Al Jubail degli anni Ottanta, l’ex mattatoio, l’immenso e brutalista Sharjah Mall, tutti a rischio demolizione. E, ancora, un sito nell’area industriale 5 e Al Madam un grappolo di case abbandonate negli anni Ottanta perché continuamente sommerse dalla sabbia del deserto.

La scuola e il mercato sono stati già comprati dalla Fondazione e saranno recuperati come future sedi espositive. 

Gli arabi dicono che ogni ritardo è una benedizione. È un modo di pensare interessante, vuole dire che, prendendoci il tempo necessario, possiamo fare molto di più e meglio.

 Hoor Al Qasimi

Al Qasimyah School, Sharjah, Emirati Arabi Uniti, 2019

“Ricordo che con l’artista Michael Armitage stavamo parlando dei vantaggi di costruire un nuovo edificio piuttosto che rinnovare o riconvertire e gli dissi: ‘Quando vai in un posto e puoi costruire un nuovo edificio è fantastico. Ma quando prendi in mano qualcosa che è radicato nelle storie e nei ricordi della gente, hai già un pubblico, hai già la fiducia delle persone. In realtà, stai salvando la nostra storia, ripristinando una connessione’. È quello che è successo con la scuola: in molti vengono qui a visitarla perché l’avevano frequentata da bambini”.

Ripensare il costruito, considerandolo una risorsa da valorizzare e non un problema da risolvere, non è l’idea più semplice né la più economica, ma una questione di sostenibilità urbana, un’alternativa al consumo di suolo e alle speculazioni immobiliari. Quello di Hoor Al Qasimi è un modo di procedere capillare che richiede tempi lunghi. Senza contare che partendo dagli spazi pubblici, non solo si riqualifica l’ambiente urbano, si portano anche l’arte e la cultura nei quartieri della città e nelle aree più periferiche della regione.
 


“Agisco d’istinto, penso che sia anche importante non avere paura di provare qualcosa di nuovo. Cominciamo in piccolo, prendiamo in carico l’edificio e poi vedremo dove è necessario sistemarlo. Senza fretta. Ci sono edifici su cui lavoriamo da dieci anni, forse anche di più. Gli arabi dicono che ogni ritardo è una benedizione. È un modo di pensare interessante, vuole dire che, prendendoci il tempo necessario, possiamo fare molto di più e meglio”.

Le chiedo cosa non può lasciarsi sfuggire chi viene qui per la prima volta. “Guidare dalla costa orientale a quella occidentale per vedere il paesaggio di Sharjah, che è l’unico emirato affacciato su due coste. Lungo il percorso, in mezzo al deserto tra le montagne, c’è il Museo Geologico (progetto di Hopkins Architects, ndr) che è davvero impressionante. Parla della storia geologica di questi luoghi sommersi dall’acqua milioni di anni fa, ma anche di come saranno in futuro”.

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