“La realtà è mobile”: Lina Ghotmeh scrive un manifesto sul movimento in architettura

Nel suo nuovo testo, l’architetta franco-libanese Lina Ghotmeh riflette su Beirut, archeologia, natura e trasformazione continua, immaginando l’architettura non come forma stabile ma come materia in costante movimento.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Domus 1112, maggio 2026.

Sono nata nel movimento, in una città in cui il moto definisce la vita quotidiana: seppellita sette volte, distrutta e rinata, l’ho sempre vista cambiare. L’unica costante è il Mediterraneo, anch’esso mai immobile. La storia inizia a Beirut, dove il movimento prende avvio sul confine in cui memoria e luogo si incontrano. In questa città levantina, l’instabilità non è un’eccezione, ma una condizione dell’existence. Qui bisogna imparare a essere buoni marinai, a navigare tra le onde alte, risvegliate dalle tempeste. 

À table, progetto per il Serpentine Pavilion, Londra (2023). Foto Lina Ghotmeh

A godersi le acque limpide e cristalline all’alba. Un buon marinaio è però solo a un passo dal diventare un architetto, che naviga su un terreno instabile, abbraccia il movimento attraverso la forma e cerca di forgiare le dinamiche della società in una costruzione che abbia senso, portando nella vita quotidiana lo stesso stupore suscitato dal mare. Impari a essere in sintonia con il clima, a leggere la profondità del terreno, a scoprire strati sconosciuti e a far emergere tesori nascosti cose che erano sempre state lì, ma non si erano mai rivelate allo sguardo. Crescere in una città come Beirut significa comprendere presto che l’architettura non è mai stabile: è sempre provvisoria, in una costante negoziazione con il tempo, la fragilità e il divenire.

L’architettura non è mai uno stadio finale. È un allineamento temporaneo di flussi, una condensazione momentanea di tempo, materia e vita.

Cos’è l’archeologia? È lo studio scientifico delle società del passato attraverso resti materiali, manufatti, strutture e altre tracce. Resti che rivelano però anche il modo in cui gli esseri umani si sono mossi e come il movimento abbia modellato e rimodellato il territorio. L’archeologia è un processo di moto costante. È una ricerca continua di ciò che è stato per ricostruire una storia destinata a rimanere incompleta. Tale processo trova la sua risonanza più profonda in una città stratificata come Beirut, già Bērūt (letteralmente, pozzi) al tempo dei Fenici, Berytus sotto l’Impero Romano e Bayrūt in arabo.

Costruita su più livelli, questa città ci insegna a leggere attraverso i frammenti. I resti degli edifici perdurano, i vuoti vengono reclamati dalla natura e le strutture incompiute ammorbidite nel tempo dalla luce, dal vento e dalla vegetazione. A Beirut, la natura non è mai disgiunta dall’architettura, ma la infiltra, scivolando negli interstizi, abitando le rovine, trasformando l’assenza in presenza. Questa coesistenza di fragilità e resilienza plasma la mia comprensione del movimento, non come spostamento, ma come trasformazione. Diventa la capacità di evolversi rimanendo connessi a ciò che ci ha preceduto. Da una simile condizione emerge un’intuizione centrale nel mio lavoro: il movimento è la capacità di cambiare. Non è rottura, ma continuità. Non estinzione, ma divenire.

Le arcate e la griglia ortogonale di Precise Acts (2023), progetto per gli Ateliers Hermès in Normandia, diventano una coreografia di accompagnamento al lavoro manuale degli artigiani. Foto Iwan Baan, Lina Ghotmeh – Architecture, Hermès, 2023

Prima dell’architettura, c’è sempre la natura. Il vento, l’acqua e la luce sono forze attive, non elementi astratti. Non impongono la forma, la negoziano nel tempo. L’acqua scorre, erode, ricorda. La luce rivela e al tempo stesso dissolve. Il vento rimodella silenziosamente, in modo quasi impercettibile. Non si tratta di gesti spettacolari, ma di movimenti fondamentali che ci ricordano che la forma non è mai fissa, ma sempre una relazione definita da forze più grandi, cuocendolo, colorandolo e costruendo strato dopo strato. Il ritmo è ciò che dà vita all’architettura. Nei laboratori Hermes, in Normandia, il ritmo emerge attraverso 550mila mattoni modellati, cotti e assemblati uno per uno.

Il complesso Stone Garden progettato da Lina Ghotmeh – Architecture nei pressi del porto di Beirut (2020). Foto Iwan Baan

Frammenti che racchiudono tempo, abilità e gesto artigianale. Il mattone diventa un linguaggio del movimento. In questa manifattura di selleria, la ripetizione genera un ritmo spaziale, riprendendo la cadenza di un cavallo al galoppo e traducendo il movimento in architettura. Ogni mattone conserva la traccia dell’arte, incidendo il tempo nella materia e collegando corpo, tecnica e spazio.

Anche nell’immobilità dell’architettura c’è un potente movimento. In una struttura che ricorda una giostra, le persone siedono, parlano, mangiano e dialogano intorno a un lungo tavolo, ricollegando i gesti quotidiani alle questioni dell’ecologia e della convivenza. Condividiamo lo spazio sotto lo stesso tetto. Come ebbe a dirmi Beatriz Colomina, quando condividiamo un tavolo condividiamo anche i batteri, i flussi invisibili che ci legano tra noi, alla terra, alla luce e al tempo. Il padiglione per la Serpentine Gallery incarnava questa idea.

L’osservatorio Play Earth a Nanto, in Giappone (2025–). Foto Lina Ghotmeh – Architecture

La sua struttura scheletrica, una reiterazione di nervature lignee, formava una geometria circolare che suggeriva il movimento. Travi slanciate sostenevano una tettoia leggera, progettata per essere reversibile, costruita per essere smontata, riutilizzata ed estesa. Il movimento qui è anche temporale: l’architettura come ciclo, ritorno e riutilizzo. L’architettura si fa da parte per amplificare l’attenzione verso le persone, il paesaggio e il mondo vivente.

Questa idea di passaggio si rinnova in “Connecting Seas” al Padiglione del Bahrein dell’Expo 2025 di Osaka che, facendo eco alle dhowi, le tradizionali barche modellate attraverso gli scambi marittimi, agisce come un’imbarcazione in movimento. Opera di alta falegnameria, costruita con 3mila pezzi di cedro giapponese, il suo assemblaggio ricorda una coreografia, richiamando corpi che si muovono nello spazio sollevando elementi più grandi di loro. All’interno, l’aria e la luce fluiscono liberamente. Mentre lo si percorre, le prospettive cambiano e il movimento si moltiplica attraverso i livelli e le superfici. In Giappone, si impara che tutto è in movimento.

Il movimento è la capacità di cambiare. Non è rottura, ma continuità. Non estinzione, ma divenire.

Può essere il flusso costante del tempo, ciò che viene chiamato mono no aware, la consapevolezza dell’impermanenza, oppure kū, la comprensione che tutte le cose sono interdependenti e in continuo mutamento. Il movimento non è solo fisico. È tempo, ritmo, consapevolezza e flusso naturale. Un osservatorio a Toyama incarna queste relazioni in forma concentrica. Tali tipologie costruttive hanno avuto origine dal nostro bisogno di seguire il movimento degli astri per misurare il tempo, per la navigazione, l’agricoltura e i sistemi filosofici. Le prime civiltà in Mesopotamia ed Egitto scrutavano il cielo dai tetti dei templi per organizzare i calendari e comprendere il ciclo delle stagioni.

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Joe Ladhou

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Lina Ghotmeh Architecture, Stone Garden, Beirut, Libano, 2019. Foto © Takuji Shimmura

Visitare il Jantar Mantar a Jaipur, in India, è stato per me fare esperienza del movimento stesso. Mi sono trovata di fronte a un osservatorio straordinario, costruito in pietra e marmo, che misura il moto celeste a occhio nudo. Qui l’architettura diventa strumento, permettendo alla luce e all’ombra di rivelare il mondo attraverso l’immobilità. Situato in un bosco vicino alla città di Nanto, in Giappone, il Play Earth Observatory continua questa relazione. Una struttura rotante si erge dal terreno tra la vegetazione, estendendosi verso la chioma degli alberi. Fa eco alla logica ramificata di un albero, dissolvendosi nella foresta.

Il movimento diventa uno spostamento di scala tra terra, corpo e paesaggio. Incarnare la natura significa incarnare il movimento, la qualità labirintica di un paesaggio. Metamorphosis in Motion, un’installazione temporanea per la Milano Design Week a Palazzo Litta, invita i visitatori a rallentare. Propone un percorso più lungo, un tempo da trascorrere, uno spazio per riunirsi, conversare e sperimentare la presenza condivisa su una terra in perenne movimento.

Prima dell’architettura, c’è sempre la natura. Il vento, l’acqua e la luce sono forze attive, non elementi astratti. Non impongono la forma, la negoziano nel tempo.

In definitiva, il movimento non è qualcosa che osserviamo da lontano. È ciò di cui siamo fatti. È quella condizione silenziosa che unisce geologia, corpo, memoria e architettura in un campo in continuo divenire. Costruire non significa fissare una forma, ma entrare con attenzione in questa corrente incessante, ascoltare prima di agire, tradurre nello spazio le forze già in moto, senza arrestarle. L’architettura non è mai uno stadio finale. È un allineamento temporaneo di flussi, una condensazione momentanea di tempo, materia e vita. Conserva l’immobilità solo come forma di movimento solidificato, una pausa all’interno della continuità piuttosto che la sua interruzione. Questa presa di posizione significa accettare che nulla è mai completo, che tutto è relazione. Ogni struttura, ogni paesaggio, ogni corpo fa parte di un ritmo di trasformazione più ampio, che lo supera. 

“Connecting Seas”, padiglione del Bahrain per l’Expo 2025 di Osaka. Foto Lina Ghotmeh

Ciò che rimane non è la permanenza, ma la risonanza. Come scrive Henri Bergson, “la realtà è mobile” e ciò che chiamiamo forme non sono che “istantanee scattate durante il movimento.” Concludere non significa chiudere, ma continuare in modo diverso. Riconoscere che anche quelle parole fanno parte di ciò che descrivono: un movimento che si dispiega, in viaggio.

Immagine di apertura: Ritratto di Lina Ghotmeh a Palazzo Litta. Foto Emanuele Cremaschi