Cosa sappiamo dell’ospedale di Malpensa? Zaha Hadid Architects svela a Domus i dettagli

Un impianto tipologico insolito, un’enorme area verde e tetti che diventano piazze: è questo lo scenario per il nuovo ospedale nell’area metropolitana di Milano. A raccontarlo a Domus è Paolo Zilli, director di Zha.

A pochi minuti da uno degli hub aeroportuali più importanti d’Europa sta per essere costruito quello che, più che un’infrastruttura sanitaria, sembra un esperimento su come costruire un ospedale tutt’altro che tradizionale. Sorgerà tra Milano e Varese, e più precisamente tra Busto Arsizio e Gallarate, in sostituzione degli ospedali esistenti, con la promessa di aumentare il numero complessivo dei posti letto oggi disponibili nelle due sedi. In gara c’erano alcuni degli studi più rilevanti della scena internazionale: Snohetta, Oma, Big e Mario Cucinella Architects, che proprio a Milano, tre anni fa, ha realizzato il nuovo polo dell’Ospedale San Raffaele, il cosiddetto “iceberg”. La giuria, invece, ha premiato Zaha Hadid Architects, per la “capacità di integrarsi nel territorio creando una struttura che oltre a divenire un nuovo polo sanitario si presenta come una attrezzatura pubblica di accoglienza e servizi, un’area di centralità in un tessuto territoriale a scarsa densità urbana”. Insomma, è come se a questo ospedale si stesse già chiedendo di essere qualcosa di più di una “semplice” struttura sanitaria: un’occasione di valorizzazione del territorio, che dovrebbe portare con sé nuovi servizi infrastrutturali e visibilità della zona.

Zaha Hadid Architects (ZHA), Nuovo Ospedale della Malpensa, Varese, Italia, in corso Rendering  X Universe

Zaha Hadid Architects (ZHA), Nuovo Ospedale della Malpensa, Varese, Italia, in corso Rendering  X Universe

Zaha Hadid Architects (ZHA), Nuovo Ospedale della Malpensa, Varese, Italia, in corso Rendering  X Universe

Zaha Hadid Architects (ZHA), Nuovo Ospedale della Malpensa, Varese, Italia, in corso Rendering  X Universe

Ecco perché ricorrere alla tipologia a più blocchi collegati, figlia degli anni ’80 e di un modo di concepire l’ospedale ormai distante dalle esigenze contemporanee, non è più sufficiente. “Abbiamo proposto un’evoluzione della struttura poliblocco, ruotando idealmente le stecche degenze e collegandole tra loro a formare una corte”, racconta a Domus Paolo Zilli, director di Zaha Hadid Architects e capo progetto. L’obiettivo è chiaro: costruire un sistema capace di rispondere a emergenze che vadano oltre la sola dimensione clinica.

Un complesso che funziona “come una fibbia”

“Il progetto nasce dalla lettura di un’ecologia fragile” dice l’architetto: una fascia verde continua che attraversa un territorio frammentato da capannoni e infrastrutture. Poco distante, in questo panorama tipico della periferia ovest di Milano, c’è anche la storica Cascina dei Poveri, che nel 1918 aveva ancora 400 abitanti e che è rimasta in funzione fino ai primi anni Settanta, quando è stata totalmente abbandonata. “Non fa parte del progetto vero e proprio, ma ci è stato chiesto un suggerimento sulle nuove funzioni” e cioè strutture a supporto dell’ospedale e ospitalità per le famiglie dei degenti. Oggi, la Cascina dei Poveri è sotto la tutela del Fai perché “è una preesistenza davvero rilevante dell’area”.

Negli ospedali tradizionali, almeno il 75 per cento delle camere guarda dentro un’altra camera. Il paziente è costretto a guardare un altro paziente

Paolo Zilli, director di Zaha Hadid Architects


In questo contesto, invece di aggiungere un nuovo volume “calato dall’alto”, l’edificio si solleva da terra e si comporta “come una fibbia”: lascia che il paesaggio lo attraversi e che il parco entri nella corte. La “main street” interna collega l’ingresso pubblico alle aree paesaggistiche del campus e il piano terra diventa una sequenza di passaggi pubblici, mentre le coperture si trasformano in superfici praticabili. Rispetto alle aree parcheggio specializzate, come quelle per la dialisi e il pronto soccorso, il parcheggio visitatori è più distante, lasciando immaginare, nel futuro, un attraversamento lento passando dal bosco. 

La corte è un dispositivo di cura

Nei modelli ospedalieri consolidati, l’efficienza si misura nella compattezza del sistema che determina percorsi più rapidi: doppio corridoio, camere contrapposte, percorrenze separate per pubblico e personale. Una macchina perfetta, ma che spesso si è mostrata indifferente alla dimensione emotiva della degenza. Nel progetto di Zaha Hadid Architects, la corte diventa invece lo strumento per soddisfare sia l’indispensabile efficienza, sia la cura psicologica del paziente. La giuria l’ha definita un hortus conclusus, ma è talmente ampia da impedire la frontalità tra le stanze: secondo il director di Zha “nei poliblocchi tradizionali, almeno il 75 per cento delle camere guarda dentro un’altra camera. Il paziente è costretto a guardare un altro paziente”.

Vorremmo cercare di ‘umanizzare’ l’ospedale, per allontanarlo dall’asetticità tipica di questa tipologia.

Paolo Zilli, director di Zaha Hadid Architects

L’allontanamento delle degenze non è quindi un gesto formale, ma una presa di posizione sul ruolo dello spazio nella terapia. Lo sguardo di chi vive quei luoghi – per brevi o lunghi periodi – si orienta così verso il paesaggio, riprendendo implicitamente una lezione che arriva dagli Aalto e dall’architettura “umanistica” del Sanatorio di Paimio: la guarigione passa anche attraverso la percezione dell’ambiente circostante.

Zaha Hadid Architects, Nuovo Ospedale della Malpensa. Render di X Universe

“Ma qui non si tratta solo dei pazienti” dice Zilli, “perciò il design dell’ospedale si focalizza anche sul personale medico e di supporto, che qui trascorre la maggior parte del proprio tempo”. Per questo, gli ambienti per lo staff si affacciano su corti verdi riservate, piccoli giardini introversi che funzionano come camere di decompressione. La visione human-centric si riflette anche nella scelta dei materiali caldi, come il legno, ancora atipico per un ospedale. Non mancano però le sperimentazioni in Europa, come il caso emblematico dell’Ospedale Pediatrico Universitario a Zurigo di Herzog & De Meuron, un concorso vinto più di dieci anni fa e realizzato nel 2025 in cui il legno è protagonista assoluto, negli interni come negli esterni. D’altro canto, parlando di materiali inusuali, Paolo Zilli è la stessa persona che ha impiegato il bambù per soffitti e pavimenti del centro commerciale di CityLife a Milano, con l’obiettivo di far sentire i residenti della zona “come nel proprio salotto privato”.

Quando sarà costruito?

Se l’impianto spaziale lavora sul benessere, il sistema costruttivo punta sulla semplicità. Cinque piani fuori terra e un piano interrato costruiti su 90mila mq di superficie. L’obiettivo per la costruzione è fissato entro il 2031, e la fiducia del team di progettazione che si possa riuscire nei tempi prestabiliti dipende da un sistema costruttivo semplice, basato su una maglia 8x8m.

Zaha Hadid Architects, Nuovo Ospedale della Malpensa. Render di X Universe

La maggior parte delle stanze sono standard, e possono essere doppie o singole, con un impianto che garantisce una certa adattabilità nel tempo, in base alle esigenze. L’angolo, invece, lontano dalla semplicità delle linee perpendicolari, è stato risolto dallo studio nella maniera più genuina e potenzialmente efficace: stanze più grandi. La fase di cantiere non sembra così lontana, almeno sulla carta, perché alcune scelte progettuali sono pensate per facilitare la costruzione: la stessa logica modulare della pianta governa i prospetti, e questa corrispondenza rende tutto più semplice. Inoltre, la facciata principale a cellule è agganciata ai solai ma il giunto tra le cellule è sul parapetto. “In questo modo la costruzione sarà più rapida e ridurrà le opere provvisorie perché non sarà necessario costruire parapetti di cantiere”. 

Come saranno gli ospedali del futuro

Negli ospedali di nuova costruzione, la pianificazione degli spazi nasce dal criterio dell’intensità di cura, un modello organizzativo ospedaliero che, a differenza dei modelli del passato, dispone i reparti in base al bisogno clinico e assistenziale del paziente e non in base alla specialità medica. Nel progetto di Zha, la piastra interrata concentra logistica, magazzini e funzioni tecniche, liberando i livelli superiori per le attività di cura e per gli spazi di relazione. I flussi sono separati per ridurre interferenze e rischi di contaminazione, con percorsi dedicati a visitatori, personale e sistemi automatizzati per la movimentazione interna. 

Zaha Hadid Architects, Nuovo Ospedale della Malpensa. Render di X Universe

Il Grande Ospedale della Malpensa si presenta così come una sezione abitabile: dal piano tecnico sottoterra si sale verso un paesaggio costruito fatto di servizi, terrazze e tetti accessibili. In un territorio che non è città ma nemmeno campagna, l’ospedale tenta di diventare spazio pubblico, dispositivo ecologico e luogo di cura insieme. Se l’impressione, però, è quella di aver già sentito questa storia, è perché negli ultimi anni, la progettazione sanitaria si sta muovendo in questa stessa direzione. Un caso emblematico sorgerà a pochi chilometri da Malpensa: è il nuovo ospedale di Cremona, progettato da Mario Cucinella Architects, dove l’attenzione alle persone, alla guarigione, agli spazi verdi e alla natura si ripete come fosse un mantra. Il concorso è del 2023, e il progetto è composto da due grandi emicicli terrazzati che racchiudono un grande spazio alla quota stradale dedicato interamente alla vegetazione. Più che un’eccezione, quindi, il Grande Ospedale della Malpensa sembra appartenere a una nuova stagione della progettazione sanitaria, in cui l’efficienza è indispensabile ma non basta più a definire la qualità dello spazio di cura. Entrano in gioco le relazioni con il paesaggio, con chi lo attraversa ogni giorno, con un territorio che chiede infrastrutture civili prima ancora che architettoniche. “Vorremmo cercare di ‘umanizzare’ l’ospedale, per allontanarlo dall’asetticità tipica di questa tipologia” conclude Zilli, fissando un’ambizione quanto meno complessa ma senza dubbio condivisibile: progettare gli spazi della cura come luoghi in cui anche l’architettura diventa parte del processo di guarigione.