Uriel Orlow

Uriel Orlow. Dobbiamo ricordare a noi stessi che migrare è il nostro modo di abitare il pianeta

Wishing trees, un’ampia installazione al contempo toccante e politica mette insieme il tempo lungo che l’artista svizzero si è preso per raccontare storie siciliane di alberi e uomini.

Wishing Trees, 2018. Video installation, documents and artefacts in vitrines, photography Dimensions variable. Photo: Simone Sapienza. Photo Courtesy: Manifesta 12 Palermo and the artist

Uriel Orlow, presente a Manifesta con una grande installazione video e fotografica a Palazzo Butera, è un uomo garbato e un artista complesso. Ogni suo lavoro è frutto di anni di studio e di molteplici relazioni che intreccia con le persone in uno specifico luogo, di solito un nodo irrisolto della Storia, e che costituisce il sostrato necessario perché un’opera possa nascere. A Palermo ha preso in considerazione il santo patrono, nero e cuoco, i migranti, neri e cuochi, e Simona Mafai, ebrea, comunista, senatrice e fiera oppositrice della mafia e li ha messi in dialogo con tre alberi che rappresentano tre diversi momenti della storia locale e nazionale.

Come sei riuscito a rendere in modo così toccante le storie delle persone?
Credo che sia una questione di tempo, è importante creare una relazione estesa nel tempo con le persone. Con Simona Mafai prima e i cuochi del secondo video dopo, ci siamo visti diverse volte nell’arco di qualche mese. Ho cominciato il lavoro facendo le riprese nella cucina in cui lavorano questi ragazzi, così si è creata una certa intimità visto che stavamo lavorando nello stesso spazio. Poi è venuta la fiducia, che è necessaria affinché le persone raccontino le loro storie.

È interessante notare che queste persone sono contadini, e questo mi ricorda quando erano gli italiani a emigrare. Come si relaziona l’agricoltura col tema di Manifesta?
Beh, le piante e la sussistenza sono la base delle nostre esistenze. La migrazione delle piante e delle persone in relazione al cibo è al cuore della questione. Da ciò il concept di “Il Giardino Planetario” e le specie di piante che sono migrate in Sicilia, tra le più famose le arance che non sono autoctone. È importante ricordare a noi stessi che le migrazioni non sono questione degli ultimi dieci anni, non è niente di nuovo: è parte di come abitiamo il pianeta, ci siamo spostati nei millenni e con noi abbiamo portato le piante. Quello che è interessante delle storie dei cuochi, e due di loro vengono dal Senegal, è che sono contadini che coltivano per la sussistenza e credo che ci sia una gran confusione tra quello che è l’agricoltura di sussistenza e quello che è per noi l’agricoltura. Lavoravano per sopravvivere con la sensazione di non avere un futuro, senza la possibilità di evolvere e di crescere e questa è una delle ragioni per cui sono emigrati.

Hai scelto degli alberi dal forte significato simbolico. Come hai pensato alla relazione tra questi alberi e una rappresentazione poetica?
Per me è importante che il lavoro esista a differenti livelli. Faccio molta ricerca, mi interessa anche molto la relazione che hanno gli eventi storici, e gli alberi, con il presente. E come ci relazioniamo con questo presente. Una parte di ciò avviene attraverso il linguaggio e una parte attraverso un approccio poetico all’immagine. Il bisogno di dare la sensazione che qualcosa sia accaduto ma che non è necessariamente detto, esplicitato. La storia degli alberi la lascio agli alberi medesimi, ciò di cui parlo sono le persone che hanno una relazione con questi alberi oggi. Simona Mafai e i tre cuochi. La storia che l’albero contiene è implicita; è del presente che parlo ed è una storia, quella degli alberi, che non ha bisogno di essere narrata nel nostro linguaggio umano.

Uriel Orlow, Wishing Trees 2018. Still da video. Foto Leandro Lembo
Uriel Orlow, Wishing Trees 2018. Still da video. Foto Leandro Lembo

Hai scelto delle persone diverse: tre cuochi e una donna molto importante per la Sicilia, da un punto di vista politico. La politica è importante per il tuo lavoro?
Penso che la politica abbia a che vedere con qualsiasi cosa noi facciamo, persino quando andiamo al supermarket entriamo in uno spazio politico. Come artista sono un po’ riluttante all’idea di arte politica ma anche di arte non politica, o formale o poetica: per me si tratta di un continuum e non di un’etichetta. Vivere in questo mondo ed essere impegnato come artista significa che ho deciso di pensare a quello che sta succedendo, alle relazioni tra visibilità e invisibilità, tra potere e mancanza di potere, alla Storia nascosta oppure a quella evidente e tutto ciò entra nel modo in cui penso e lavoro. Non mi pare che ci sia qualcosa di straordinario in questo anzi direi che è proprio ordinario. È semplicemente necessario. Credo che in qualche modo tutta l’arte sia politica in modi diversi, nella misura in cui è una rappresentazione del mondo, di come è fatto.

Parliamo di colonialismo.
Allora facciamo un passo indietro. Sono interessato ai fantasmi: se pensiamo ai fantasmi in senso letterale dobbiamo pensare a questioni non finite del passato. Questo è un fantasma, per questo viene a perseguitarci dal passato, perché non può riposare in pace. Ci sono vicende irrisolte che sono spesso legate a problemi di giustizia. Molto cinema popolare si basa su questo assunto. Viviamo con i fantasmi ma il punto è che non sono del passato sono fantasmi del presente. La questione del colonialismo è appunto una faccenda di fantasmi

Ma c’è anche un neo-colonialismo…
Infatti ma è proprio perché non ci siamo misurati con i fantasmi del passato. Ci sono problemi di giustizia che non sono mai stati affrontati e che tornano oggi. Il Senegal ad esempio, dove sto lavorando al mio prossimo progetto che verte proprio sull’agricoltura, non è più una colonia ma le strutture coloniali sono ancora in vigore, e così lo sfruttamento. Per me è importante comprenderne gli effetti nel presente: la storia di questi cuochi è strettamente legata a tutto questo, la loro vita è ancora condizionata dai rapporti coloniali. Ed è per questo, allargando il discorso, che mi interessa una persona come Simona Mafai, perché ha messo insieme diverse battaglie, quella dei lavoratori, delle donne, le battaglie civili come quella per l’aborto o contro la violenza sulle donne e la mafia. È questa capacità di tenere insieme tutto questo che rende la sua vita straordinaria. Bisogna tenere insieme tutto altrimenti si rischia di avere persone che sono contro la mafia e poi tornano a casa e picchiano la moglie. Insomma la violenza è trasversale, dalle strutture coloniali alla violenza domestica, che è la ragione per cui ho messo insieme queste storie.

 

Dalle migrazioni all’agricoltura: mi sembra che la natura abbia un ruolo centrale nel tuo lavoro.
Sì, negli ultimi anni sì. Ho appena finito un ampio lavoro, Theatrum botanicum, che ora è anche un libro che nasce in Sud Africa. Ho cominciato a pensare alla relazione tra piante e politica, e tra piante e storia, cosa che sembra poco evidente perché si tende a pensare alle piante come se fossero neutre. In realtà sono fortemente implicate nel colonialismo e questo tema continua a interessarmi. È anche importante per me per quanto riguarda la rappresentazione, e in particolare come possiamo rappresentare la Storia dalla prospettiva delle piante. Una rappresentazione del silenzio o persino una non rappresentazione, che è la ragione per cui nei video degli alberi non c’è spiegazione e neppure un sonoro tra le due proiezioni.

 

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