Per tutto il Novecento, gli spazi di lavoro sono stati costruiti come estensioni fisiche di un modello produttivo che considerava la persona soprattutto per la sua funzione. La fabbrica fordista, con i suoi ritmi scanditi, rappresentava la sintesi perfetta dell’epoca: ordine, prevedibilità, ripetizione. L’ufficio amministrativo ne era la versione civile, un luogo dove l’architettura incarnava la gerarchia. È in questi ambienti che ha preso forma l’idea, potente e duratura, che il lavoro dovesse adattarsi allo spazio, e non viceversa. La scrivania, più che un supporto, era un simbolo. Lo erano anche i corridoi, le stanze chiuse, i vetri smerigliati che separavano i ruoli e marcavano le distanze. L’evoluzione del Novecento ha introdotto una nuova estetica, ma non ha scardinato questa impostazione. Le facciate vetrate degli anni Sessanta, la trasparenza come metafora di apertura, la modularità come promessa di efficacia: tutto sembrava indicare un cambiamento. In realtà, si trattava di un nuovo modo per ribadire l’idea di efficienza come valore assolutamente razionale. La luce naturale, le superfici ampie, i materiali industriali: si trattava di strumenti per rendere il lavoro più lineare, più rapido, più controllabile. La persona, ancora una volta, era un elemento inserito in un sistema che non veniva messo in discussione. Gli uffici erano scenari perfetti, ma raramente luoghi di appartenenza. Erano concepiti per funzionare, non per accogliere.
L’ufficio? È lo spazio dell’identità
Il redesign delle sedi di EY in Italia diventa occasione per riflettere, in un dialogo tra architettura e visione corporate, sull’evoluzione dei luoghi di lavoro. Perché per valorizzare le potenzialità delle intelligenze artificiali bisogna rafforzare le relazioni umane.
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- Walter Mariotti, Mattia Schieppati
- 21 gennaio 2026
La qualità di uno spazio influenza direttamente quella delle relazioni che vi si sviluppano.
Quando poi, dagli anni ’70, si è affermato l’open space, molti hanno salutato quel passaggio come l’arrivo definitivo di una nuova modalità: la collaborazione. Eliminare le pareti sembrava voler dire abbattere anche le barriere culturali. Lo spazio aperto prometteva trasparenza, informalità, flussi continui di idee. Ma la realtà dei fatti ha mostrato come spesso quella fluidità si traducesse in una perdita d.intimità. Le persone non avevano più luoghi per concentrarsi, isolarsi e respirare. L’ufficio aperto è diventato troppo spesso un ambiente dove tutto è teoricamente possibile, ma poco davvero accade. E, soprattutto, è diventato il luogo dove si è smarrita un’idea fondamentale: quella dell’identità. Poi è arrivata la rivoluzione digitale, rapida e inesorabile, e infine la pandemia, che ha accelerato tutto ciò che era rimasto in sospeso. Il lavoro da remoto ha separato la presenza dalla produttività. Ha rivelato che lo spazio fisico non era, in senso stretto, indispensabile per portare a termine i propri compiti o raggiungere obiettivi. Per la prima volta, intere organizzazioni hanno scoperto che era possibile lavorare senza condividere un luogo comune. Questo ha generato libertà, flessibilità, autonomia, ma ha messo in evidenza anche una perdita: quella della relazione spontanea, della serendipità, di quella trama di scambi informali che, tacitamente, costituiva il vero tessuto culturale delle comunità di lavoro.
Che cosa accade quando entriamo in un luogo? Che tipo di energia ci restituisce? Come ci fa sentire?
Quando si è tornati negli uffici, anche solo parzialmente, molte persone hanno visto quegli spazi con occhi nuovi. Luoghi che per decenni erano sembrati ‘normali’ apparivano improvvisamente impersonali, progettati più per contenere che per esprimere. Senza la necessità della presenza quotidiana, l’ufficio ha mostrato il suo limite: non generava desiderio. E questa mancanza di desiderabilità è diventata la questione centrale del nostro tempo. Perché tornare, se il luogo non offre nulla che non possa essere fatto altrove? Qual è il valore aggiunto della vicinanza fisica? Che cosa, nello spazio, può rendere evidente che stare insieme è meglio che essere soli? È in questa frattura che si inserisce la trasformazione contemporanea: la riscoperta dello spazio come esperienza, linguaggio, come parte viva della cultura organizzativa. Non più un contenitore neutro, un insieme di metri quadrati da ottimizzare, ma un organismo vivo, un elemento che racconta qualcosa e che influisce sui comportamenti, sulle relazioni, sui valori condivisi. Progettare gli spazi di lavoro oggi significa dunque assumersi una responsabilità diversa: interpretare i bisogni profondi delle persone e dar loro forma. È qui che entrano in gioco tre parole che, fino a pochi anni fa, non erano considerate centrali nella progettazione aziendale: cura, bellezza, consapevolezza.
Dopo un secolo in cui l’efficienza era il principio guida, oggi stiamo scoprendo che la vera misura di uno spazio non è quanto faccia lavorare, ma quanto faccia vivere.
La cura è ciò che trasforma un insieme di stanze in un luogo abitato. È attenzione ai dettagli, alle materie, alla luce, ai suoni. È la volontà di creare ambienti nei quali sia possibile riconoscersi, nei quali si percepisca un’intenzione. La cura fa capire alle persone che il loro benessere non è un corollario, ma parte del progetto. E questo cambia tutto, perché la qualità di uno spazio influenza direttamente quella delle relazioni che vi si sviluppano. Uno spazio curato produce comportamenti più gentili, più attenti, più collaborativi. La bellezza, in questo nuovo orizzonte, non è decorazione. È una forma di energia. È la capacità dello spazio di restituire a chi lo abita una sensazione di benessere, di apertura, di possibilità. Un luogo bello non è necessariamente un ricco o spettacolare. È piuttosto armonico, leggibile, capace di parlare ai sensi e non solo alla funzione. La bellezza è ciò che fa venire voglia di tornare. E senza desiderio, nessun luogo può diventare una comunità. La consapevolezza, infine, è il livello più profondo della trasformazione. Uno spazio non è mai isolato: esiste dentro una città, in un quartiere, come parte di una storia. Progettare con consapevolezza significa capire che lo spazio di lavoro è anche un atto urbano e politico: un modo per prendere parte alla vita collettiva. Per questo, per esempio, la scelta di rimanere nei centri storici, invece di spostarsi in periferie più semplici o più economiche, acquista una forza particolare. Significa affermare un legame con il territorio, con la memoria, con la complessità della città. Significa dire: il nostro lavoro non è separato dal mondo, ne fa parte.
Tutto questo porta a una conseguenza: la progettazione degli spazi di lavoro non può più limitarsi a rispondere a esigenze funzionali. Deve confrontarsi con domande più profonde. Che cosa accade quando entriamo in un luogo? Che tipo di energia ci restituisce? Come facilita o ostacola le relazioni? In che modo ci rappresenta? E, soprattutto, come ci fa sentire? Ripensare gli spazi significa ripensare il lavoro stesso, comprendere che la presenza fisica non può essere data per scontata, e proprio per questo deve essere valorizzata. Significa riconoscere che un luogo non è solo il teatro delle attività, ma uno dei fattori che contribuiscono a generare cultura, identità, senso di appartenenza. Dopo un secolo in cui l’efficienza era il principio guida, oggi stiamo scoprendo che la vera misura di uno spazio non è quanto faccia lavorare, ma quanto faccia vivere. Un ufficio ben progettato non è quello che massimizza le postazioni, ma quello che rende possibili relazioni significative, intuizioni condivise, forme di collaborazione che nessuna piattaforma digitale può replicare. È uno spazio che sostiene la comunità. Che la ispira. Che le dà forma. Dopo aver imparato che possiamo lavorare ovunque, stiamo imparando anche che non vogliamo lavorare ovunque. Desideriamo luoghi che ci assomiglino, che ci accolgano, che ci parlino. Luoghi che non siano neutri, ma capaci di raccontare chi siamo e, soprattutto, chi vogliamo diventare. Progettare spazi di lavoro significa, insomma, progettare identità.
Immagine di apertura: Photo StockCake