L'ufficio come spazio dell'identità


Il progetto di redesign delle sedi EY in Italia


L’ufficio? È lo spazio dell’identità

Il redesign delle sedi di EY in Italia diventa occasione per riflettere, in un dialogo tra architettura e visione corporate, sull’evoluzione dei luoghi di lavoro. Perché per valorizzare le potenzialità delle intelligenze artificiali bisogna rafforzare le relazioni umane.

Per tutto il Novecento, gli spazi di lavoro so­no stati costruiti come estensioni fisiche di un modello produttivo che considerava la persona soprattutto per la sua funzione. La fabbrica fordista, con i suoi ritmi scanditi, rappresentava la sintesi perfetta dell’epo­ca: ordine, prevedibilità, ripetizione. L’uf­ficio amministrativo ne era la versione ci­vile, un luogo dove l’architettura incarna­va la gerarchia. È in questi ambienti che ha preso forma l’idea, potente e duratura, che il lavoro dovesse adattarsi allo spazio, e non viceversa. La scrivania, più che un suppor­to, era un simbolo. Lo erano anche i corri­doi, le stanze chiuse, i vetri smerigliati che separavano i ruoli e marcavano le distanze.

L’evoluzione del Novecento ha introdot­to una nuova estetica, ma non ha scardina­to questa impostazione. Le facciate vetra­te degli anni Sessanta, la trasparenza come metafora di apertura, la modularità come promessa di efficacia: tutto sembrava indi­care un cambiamento. In realtà, si trattava di un nuovo modo per ribadire l’idea di effi­cienza come valore assolutamente raziona­le. La luce naturale, le superfici ampie, i ma­teriali industriali: si trattava di strumenti per rendere il lavoro più lineare, più rapido, più controllabile. La persona, ancora una volta, era un elemento inserito in un siste­ma che non veniva messo in discussione. Gli uffici erano scenari perfetti, ma raramen­te luoghi di appartenenza. Erano concepiti per funzionare, non per accogliere. 

La qualità di uno spa­zio influenza direttamente quella delle re­lazioni che vi si sviluppano.
Drawing courtesy of Piuarch

Quando poi, dagli anni ’70, si è affermato l’open space, molti hanno salutato quel pas­saggio come l’arrivo definitivo di una nuo­va modalità: la collaborazione. Eliminare le pareti sembrava voler dire abbattere an­che le barriere culturali. Lo spazio aperto prometteva trasparenza, informalità, flus­si continui di idee. Ma la realtà dei fatti ha mostrato come spesso quella fluidità si tra­ducesse in una perdita d.intimità. Le perso­ne non avevano più luoghi per concentrarsi, isolarsi e respirare. L’ufficio aperto è diven­tato troppo spesso un ambiente dove tutto è teoricamente possibile, ma poco davvero accade. E, soprattutto, è diventato il luogo dove si è smarrita un’idea fondamentale: quella dell’identità.

Poi è arrivata la rivoluzione digitale, ra­pida e inesorabile, e infine la pandemia, che ha accelerato tutto ciò che era rimasto in sospeso. Il lavoro da remoto ha separato la presenza dalla produttività. Ha rivelato che lo spazio fisico non era, in senso stretto, in­dispensabile per portare a termine i propri compiti o raggiungere obiettivi. Per la pri­ma volta, intere organizzazioni hanno sco­perto che era possibile lavorare senza con­dividere un luogo comune. Questo ha gene­rato libertà, flessibilità, autonomia, ma ha messo in evidenza anche una perdita: quel­la della relazione spontanea, della serendi­pità, di quella trama di scambi informali che, tacitamente, costituiva il vero tessuto culturale delle comunità di lavoro. 

Che cosa accade quando entria­mo in un luogo? Che tipo di energia ci resti­tuisce? Come ci fa sentire?
Photo courtesy of Google

Quando si è tornati negli uffici, anche so­lo parzialmente, molte persone hanno visto quegli spazi con occhi nuovi. Luoghi che per decenni erano sembrati ‘normali’ appari­vano improvvisamente impersonali, pro­gettati più per contenere che per esprime­re. Senza la necessità della presenza quo­tidiana, l’ufficio ha mostrato il suo limite: non generava desiderio. E questa mancan­za di desiderabilità è diventata la questione centrale del nostro tempo. Perché tornare, se il luogo non offre nulla che non possa es­sere fatto altrove? Qual è il valore aggiunto della vicinanza fisica? Che cosa, nello spa­zio, può rendere evidente che stare insieme è meglio che essere soli?

È in questa frattura che si inserisce la tra­sformazione contemporanea: la riscoperta dello spazio come esperienza, linguaggio, come parte viva della cultura organizzati­va. Non più un contenitore neutro, un insie­me di metri quadrati da ottimizzare, ma un organismo vivo, un elemento che racconta qualcosa e che influisce sui comportamenti, sulle relazioni, sui valori condivisi. Proget­tare gli spazi di lavoro oggi significa dunque assumersi una responsabilità diversa: in­terpretare i bisogni profondi delle persone e dar loro forma. È qui che entrano in gioco tre parole che, fino a pochi anni fa, non era­no considerate centrali nella progettazione aziendale: cura, bellezza, consapevolezza. 

Dopo un secolo in cui l’efficienza era il principio guida, oggi stiamo scoprendo che la vera misura di uno spazio non è quanto faccia lavorare, ma quanto faccia vivere.

La cura è ciò che trasforma un insieme di stanze in un luogo abitato. È attenzione ai dettagli, alle materie, alla luce, ai suoni. È la volontà di creare ambienti nei quali sia possibile riconoscersi, nei quali si percepisca un’intenzione. La cura fa capire alle persone che il loro benessere non è un corollario, ma parte del progetto. E questo cambia tutto, perché la qualità di uno spa­zio influenza direttamente quella delle re­lazioni che vi si sviluppano. Uno spazio cu­rato produce comportamenti più gentili, più attenti, più collaborativi.

La bellezza, in questo nuovo orizzonte, non è decorazione. È una forma di ener­gia. È la capacità dello spazio di restituire a chi lo abita una sensazione di benessere, di apertura, di possibilità. Un luogo bello non è necessariamente un ricco o spettacolare. È piuttosto armonico, leggibile, capace di parlare ai sensi e non solo alla funzione. La bellezza è ciò che fa venire voglia di tornare. E senza desiderio, nessun luogo può diven­tare una comunità.

La consapevolezza, infine, è il livello più profondo della trasformazione. Uno spazio non è mai isolato: esiste dentro una città, in un quartiere, come parte di una storia. Pro­gettare con consapevolezza significa capire che lo spazio di lavoro è anche un atto ur­bano e politico: un modo per prendere par­te alla vita collettiva. Per questo, per esem­pio, la scelta di rimanere nei centri storici, invece di spostarsi in periferie più semplici o più economiche, acquista una forza parti­colare. Significa affermare un legame con il territorio, con la memoria, con la comples­sità della città. Significa dire: il nostro la­voro non è separato dal mondo, ne fa parte. 

Tutto questo porta a una conseguenza: la progettazione degli spazi di lavoro non può più limitarsi a rispondere a esigenze fun­zionali. Deve confrontarsi con domande più profonde. Che cosa accade quando entria­mo in un luogo? Che tipo di energia ci resti­tuisce? Come facilita o ostacola le relazioni? In che modo ci rappresenta? E, soprattutto, come ci fa sentire?

Ripensare gli spazi significa ripensare il lavoro stesso, comprendere che la presen­za fisica non può essere data per scontata, e proprio per questo deve essere valorizza­ta. Significa riconoscere che un luogo non è solo il teatro delle attività, ma uno dei fat­tori che contribuiscono a generare cultu­ra, identità, senso di appartenenza. Dopo un secolo in cui l’efficienza era il principio guida, oggi stiamo scoprendo che la vera misura di uno spazio non è quanto faccia lavorare, ma quanto faccia vivere. Un uf­ficio ben progettato non è quello che mas­simizza le postazioni, ma quello che rende possibili relazioni significative, intuizioni condivise, forme di collaborazione che nes­suna piattaforma digitale può replicare. È uno spazio che sostiene la comunità. Che la ispira. Che le dà forma. Dopo aver impara­to che possiamo lavorare ovunque, stiamo imparando anche che non vogliamo lavora­re ovunque. Desideriamo luoghi che ci as­somiglino, che ci accolgano, che ci parlino. Luoghi che non siano neutri, ma capaci di raccontare chi siamo e, soprattutto, chi vo­gliamo diventare. Progettare spazi di lavo­ro significa, insomma, progettare identità.

Immagine di apertura: Photo StockCake

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