Il cinema pensa che il mondo dell’arte sia losco. E a quanto pare non riesce a smettere.
Nell'ultimo Sundance Film Festival 2026, tre dei titoli più discussi erano ambientati interamente nel sistema dell’arte. The Oligarch and the Art Dealer (2026), I Want Your Sex (2026) e The Gallerist (2026) non usano l’arte come semplice sfondo, ma come ambiente operativo, dove il valore dipende da chi lo possiede e da chi lo può vendere.
Il sistema dell’arte diventa così lo scenario perfetto per raccontare ambizione, dipendenza e manipolazione. Come ha osservato Brittany Rosemary Jones su Ocula, d'altronde, è uno dei pochi ambienti in cui è possibile identificare il momento preciso in cui un valore viene deciso.
Ma quando è iniziata questa ossessione, e quanto c’è di vero?
Per capirlo, siamo tornati indietro di 80 anni.
The Oligarch and the Art Dealer (2026)
Il documentario racconta il rapporto tra il mercante svizzero Yves Bouvier e l’oligarca russo Dmitry Rybolovlev, per cui Bouvier acquista capolavori da Leonardo a Rothko. La loro collaborazione si trasforma in una guerra legale quando l’oligarca lo accusa di aver gonfiato i prezzi e tradito la sua fiducia, dando origine a uno scandalo miliardario che scuote il mercato internazionale.
Morale: il prezzo dipende spesso da chi parla per primo.
I Want Your Sex (2026)
Elliot ottiene un lavoro con Erika Tracy, un’artista famosa e provocatoria interpretata da Olivia Wilde. Lei lo sceglie come suo assistente e progressivamente come musa e partner, trascinandolo in una relazione fatta di sesso, potere e dipendenza. Quello che inizia come un lavoro ideale si trasforma in qualcosa di ossessivo e pericoloso.
Morale: essere indispensabili non significa essere indipendenti.
The Gallerist (2026)
Natalie Portman interpreta Polina Polinski, una gallerista disperata che cerca di affermarsi durante Art Basel Miami. Quando un uomo muore accidentalmente impalato su una scultura nella sua galleria, decide di non rimuovere il corpo e di presentarlo come parte dell’opera. Insieme alla sua assistente, interpretata da Jenna Ortega, costruisce una narrazione capace di attirare collezionisti, influencer e dealer. Nessuno sembra chiedersi se sia reale.
Morale: se qualcuno riesce a venderlo, allora può diventare arte.
Velvet Buzzsaw (2019)
Il critico Morf Vandewalt (Jake Gyllenhaal) e la gallerista Rhodora Haze (Rene Russo) scoprono centinaia di dipinti nell’appartamento di un artista morto e iniziano a venderli immediatamente. Advisor e collezionisti competono per acquistarli mentre i prezzi salgono rapidamente. Il nome dell’artista diventa importante solo dopo la vendita.
Morale: la scoperta arriva spesso dopo l’investimento.
The Square (2017)
Christian (Claes Bang), curatore di un museo di arte contemporanea, costruisce la propria immagine su valori di fiducia e responsabilità. Dopo il furto del suo telefono, reagisce con aggressività e paranoia, intimidendo estranei e perdendo progressivamente il controllo della situazione. L’istituzione resta intatta, lui molto meno.
Morale: la reputazione è più fragile di quanto sembri.
La migliore offerta (2013)
Virgil Oldman, celebre battitore d’aste, manipola le vendite per costruire segretamente la propria collezione. Quando incontra una misteriosa ereditiera, si lascia coinvolgere emotivamente e diventa vittima di una truffa costruita con gli stessi meccanismi che lui ha usato per anni.
Morale: l’esperienza non protegge dalla fiducia.
Basquiat (1996)
Diretto da Julian Schnabel e interpretato da Jeffrey Wright, il film segue l’ascesa di Jean-Michel Basquiat dai graffiti alle gallerie di SoHo negli anni Ottanta. I mercanti iniziano a vendere i suoi dipinti appena escono dallo studio, i collezionisti li comprano prima ancora che si asciughino e Andy Warhol, interpretato da David Bowie, diventa il suo principale alleato. Più la domanda cresce, più il suo lavoro smette di appartenergli davvero.
Morale: una carriera può accelerare anche contro il suo autore.
Wall Street (1987)
Non è ambientato nelle gallerie, ma il mercato dell’arte appare chiaramente come estensione diretta della finanza degli anni Ottanta. Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, colleziona opere come status symbol e strumento di potere, mentre il giovane broker Bud Fox capisce che il valore di un oggetto dipende soprattutto da chi lo possiede. I dipinti compaiono negli uffici come prova visiva di successo, non certo come oggetto d'interesse.
Morale: collezionare può servire a essere visti.
How to Steal a Million (1966)
Nicole (Audrey Hepburn) scopre che una scultura venduta dal padre e ora esposta in un museo è un falso. Per evitare che venga analizzata, organizza il suo furto con l’aiuto di un ladro interpretato da Peter O’Toole.
Morale: un falso funziona finché nessuno lo verifica.
Scarlet Street (1945)
Christopher Cross (Edward G. Robinson) dipinge per hobby, ma una donna e il suo complice iniziano a vendere i suoi quadri sotto un altro nome. I collezionisti li comprano immediatamente, convinti di aver scoperto un nuovo artista. Il pittore resta invisibile mentre il suo lavoro acquisisce valore senza di lui.
Morale: il nome può essere più importante dell’opera.
Un sistema funziona finché qualcuno ci crede
Il mondo dell’arte non è abitato soltanto da galleristi, collezionisti e artisti. A mandarlo avanti, stando ai numeri, sono soprattutto assistenti, registrar, studio manager, tecnici e coordinatori. Sono loro che installano le mostre, preparano le fiere, scrivono le email, accompagnano i collezionisti e tengono insieme la logistica quotidiana. Come in altri settori legati al lusso, la distanza tra chi sostiene la struttura e chi ne beneficia è evidente. Il prestigio si concentra, mentre il lavoro resta distribuito. Sono spesso precari, spesso sottopagati, e in larga maggioranza donne.
È un sistema che richiede presenza costante. Le opportunità nascono negli studi, alle inaugurazioni, alle fiere, durante cene e conversazioni informali più che attraverso selezioni ufficiali. Essere lì conta quanto ciò che si fa — se non di più — e questo rende difficile allontanarsi, cambiare ritmo, interrompere la continuità, ricordandosi che la vita reale è un’altra, senza rischiare di scomparire.
Anche il corpo diventa parte di questa economia della presenza: l’aspetto, il comportamento, la disponibilità sociale influenzano la percezione professionale in modi che raramente vengono esplicitati.
È anche un sistema piccolo, di difficile accesso, dove gli stessi nomi riappaiono e le stesse dinamiche si ripetono. Questo lo rende immediatamente riconoscibile e, per il cinema, particolarmente efficace.
Se tra tutti i film citati dovessimo scegliere una scena che meglio riassume tutti questi aspetti sarebbe ancora oggi la cena di gala di The Square. Durante una raffinata serata al museo, entra in sala un performer interpretato da Terry Notary, attore noto per il motion capture di scimmie e primati. All’inizio gli ospiti ridono, convinti che sia parte dello spettacolo. Poi si avvicina troppo, annusa le persone, sale sui tavoli, rompe oggetti. Prende di mira una donna e la costringe a indietreggiare. La sala resta immobile.
Collezionisti, curatori e benefattori continuano a stare seduti, guardandosi tra loro. All’inizio nessuno capisce se sia una farsa, e quindi arte, oppure se la violenza sia qualcosa di reale.
Anche quando il comportamento del performer diventa troppo reale per essere ignorato, nessuno interviene. Tutti aspettano che a farlo sia qualcun altro.
Morale: il valore esiste perché abbastanza persone decidono di comportarsi come se esistesse.
- Copertina:
- Fermo immagine da The Oligarch and the Art Dealer, 2026.
- Courtesy:
- Sundance Institute.
