Ingo Maurer

«Senza correre rischi, senza impegnarsi con oggetti che non corrispondono esattamente all’idea consolidata di bellezza, le nostre idee non cresceranno e la qualità estetica del nostro lavoro gradualmente si deteriorerà… Qualche volta less taste is more taste» (Ingo Maurer)

Ingo Maurer

Ingo Maurer è imprenditore e designer tedesco, specializzato nella produzione di apparecchi illuminanti.

Nasce sull’isola di Reichenau (tra le acque del lago di Costanza) nel 1932, figlio di un inventore che brevetta una macchina per l’affumicazione di prosciutti. Compie la propria formazione di tipografo e poi grafico in Svizzera e a Monaco di Baviera (1954-1958), dove nel 1960 apre una piccola bottega artigianale, la Design M, oggi divenuta azienda internazionale denominata Ingo Maurer GmbH. Alla conclusione dei propri studi, intraprende un viaggio durato tre anni negli Stati Uniti, dove avviene il primo contatto con il mondo del design: tra New York e San Francisco, lavora come progettista indipendente a importanti progetti di grafica legati ad aziende come IBM.

Autodidatta e vero e proprio outsider, dunque, esordisce ufficialmente nel 1966, quando progetta la lampada da tavolo “Bulb”. L’idea nasce dalla considerazione della semplice lampadina quale «massima sintesi tra poesia, industria e design» e getta le basi del linguaggio di Maurer: l’innovazione tecnologica è intesa sia come imprescindibile caratteristica da sottoporre a continui aggiornamenti, sia come mezzo per esprimere la bellezza contemporanea di una luce capace di emozionare l’utente, risvegliandone ricordi e sensazioni.

Concepita come lampadina contenuta dentro un involucro ingigantito in vetro soffiato, anch’esso a forma di lampadina, “Bulb” è anche l’atto fondativo del successo di Maurer: il prototipo, realizzato in una vetreria di Murano, viene presentato allo showroom Herman Miller di Monaco, ottenendo uno straordinario riscontro di pubblico e critica, che gli consente di inaugurare la Design M. Ancor oggi prodotta, “Bulb” è inoltre la prima riflessione di Maurer sul riconoscimento del valore figurativo delle comuni fonti d’illuminazione, portato avanti in larga parte della sua produzione degli anni Settanta, con progetti quali “No Fuss”, “Pollux”, “Thomas Alva Edison”, “Big M”.

Molte opere di Maurer sono pensate per essere riproducibili in serie, mentre altre sono immaginate come singole copie altamente variate, che si spingono al limite dei cosiddetti oggetti “one-off”, strutturati intorno agli effetti di sorpresa e spaesamento. Tutte, però, sono frutto di uno strettissimo controllo esercitato dal designer sull’intero ciclo produttivo e spesso condotto attraverso il lavoro artigianale realizzato in prima persona. Ne sono esempio una serie di lampade in carta giapponese – tra cui “Zettel’z” (1997) e “MaMo Nouchies” (1998) – “Birds, birds, birds” (1992) e “Luccellino” (1989), rivestite in piuma d’oca, ma anche “Porca miseria!” (1994), nata dall’assemblaggio libero e sempre diverso di cocci di porcellana e stoviglie.

In particolare, “Birds, birds, birds” e “Luccellino” (il cui nome è la combinazione di “luce” e “uccellino”) sono oggetti ibridi che ironicamente alludono al mondo animale, attraverso l’uso di materiali poveri – la lampadina e le piume – che combinano il prodotto industriale con l’artefatto manuale. “Zettel’z”, invece, è uno scenografico lampadario composto da una miriade di fogli di carta ad alta qualità che vengono agganciati, mediante semplice graffette, a una filiforme struttura di sostegno, realizzata in cavi d’acciaio. Il packaging della sospensione luminosa contiene sia fogli precompilati, sia pezzi di carta bianca, su cui l’utente è invitato a scrivere. Secondo Maurer, «l’idea dell’origine di Zettel’z è la luce che splende attraverso le carte, accostata a poesie, messaggi – forse all’amata o all’amato – schizzi di bambini, immagini sexy, rebus misteriosi, o forse solo “Scusa sono stupido”, ricette, annotazioni personali» in cui ruolo fondamentale è svolto dalla calligrafia dei diversi proprietari.

Oltre la componente emozionale, nel design di Maurer hanno infatti un ruolo fondamentale l’approccio ludico e quello d’interazione con il fruitore finale. Basti pensare, nel primo caso, alla lampada “Bibbibi” (1982), retta da supporti a zampa di cicogna in una brillante tonalità di rosso; nel secondo, a oggetti come “Hearts Attack” (1997), che offre un’infinita possibilità di variare la posizione dei quarantotto cuori orientabili, realizzati in materiale sintetico e specchi, che la compongono.

Accanto alla produzione di lampade, Maurer ha avviato la realizzazione di installazioni, al limite della performance artistica, per mostre, eventi culturali, stazioni della metropolitana, teatri e persino centri commerciali, che diventano occasione di sperimentare la luce in scenografie che vanno oltre la scala domestica, spingendosi fino a quella urbana. Molto spesso, questi progetti portano al disegno di nuove lampade, che poi vengono messe in produzione. Questo il caso, per esempio, di “XXL Dome” (1999) originariamente studiata per la metro di Monaco di Baviera.

In quest’ottica, fondamentale si rivela la mostra “Ingo Maurer. Lumière Hasard Réflexion” tenutasi alla Fondation Cartier di Parigi nel 1989. Prima, vera e propria installazione del designer tedesco, l’esibizione è stata l’occasione di mostrare il proprio lavoro attraverso la creazione di dodici ambienti – omaggio ad artisti come Daniel Buren e David Hockney - in cui risulta protagonista la percezione sensoriale dell’effimero, grazie all’uso di specchi, aria, fumo e acqua. Per questa occasione, Maurer ha disegnato i “Tableaux Chinois” (poi riproposti al Vitra Museum e al Centre Pompidou), a proposito dei quali ha scritto: «sono il giocare con l’acqua, specchi, pesci vivi e il movimento creato dai pesci. Un acquario, largo 250x180 cm, alto 25 cm, con il fondo coperto da uno specchio e riempito d’acqua, con specchi galleggianti sulla superficie. Un proiettore è diretto sull’acquario: l’acquario riflette il suo contenuto su uno schermo. Il risultato è come un grande disegno cinese, reso vivo dal movimento casuale dei pesci».

Altrettanto comunemente, le opere di Maurer nascono da eventi fortuiti: la lampada “Willydilly” (1983), per esempio, è composta da semplici pezzi di carta direttamente appesi con delle mollette al cavo di alimentazione.

Tra i propri numi tutelari Maurer annovera la figura Achille Castiglioni, a cui è dedicata la lampada “Hot Achille” (1994), vera e propria citazione diretta della celebre “Parentesi” (1971), che fu disegnata dal maestro italiano per Flos. Fonti d’spirazione sono anche l’astrattismo giapponese, l’arte minima, l’opera di Calder – ai cui mobili si richiama, per semplicità e libertà compositiva, “YaYaHo” (1984) - e l’immaginario pop.

Al mondo dell’arte rimandano anche una serie di lavori condotti sul tema del collage, in cui le logiche di assemblaggio e riuso vengono combinate per rievocare immagini archetipiche: “Bellissima brutta” (1997) è nata come accorpamento artistico attraverso cui testare l’uso dei led, mentre la versione da tavolo di “El.E.Dee” (2001) è forse l’apice della sua ricerca sul tema  della possibile combinazione tra arte e tecnica.

Tra le più recenti realizzazioni di Maurer, una carta da parati (2011) a disegni LED incorporati, comandabili a distanza.

Attraverso le parole di Alessandro Mendini:

Ho sempre guardato di sfuggita le lampade di Ingo Maurer. Mi sono sempre solo detto “è un mago”. Ma non volevo pensarci bene, non sono mai riuscito a definirlo, e perciò non ci ho pensato. Ok, Maurer da sempre disegna le lampade, si sa e si dice. Ma questo è proprio vero? No è sbagliato. Maurer non disegna lampade come fa ogni normale e tipico designer. Maurer “usa” le lampadine (di tutti i tipi), le combina, le strumentalizza, le monta assieme, le smonta, le divide, eccetera, per obbiettivi e finalità che non hanno direttamente a che fare con l’intenzione di “disegnare una lampada come strumento per fare luce”. È per questo sfuggente scivolamento di obbiettivi che non ho voluto (non ho saputo) finora pensare al lavoro di Maurer. Un fascino rimasto misterioso. Una luce non di raccoglimento, ma anzi una energia nervosa di dispersione
Estremi cronologici:
1932–in vita
Ruolo professionale:
designer

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