S'ode a destra uno squillo di tromba - "Museo del 900 a tutto 2012: il calendario fra yoga, lezioni di inglese, cinema e martedì d'autore" - a sinistra risponde uno squillo: "In collaborazione con lo studio Shanti. In dieci sedute ti senti meglio, in venti sedute migliori il tuo aspetto fisico, in trenta sedute avrai un corpo completamente nuovo…" (Joseph Hubertus Pilates) Una pausa pranzo rigenerativa, esercizio e arte" . Con questo tono ruspante il Museo del Novecento e il Museo Diocesano intendono incoraggiare gli ingressi presso le loro sedi. Per verificare, basta entrare nei rispettivi siti internet.

Da un'indagine sulle attività formative o collaterali dei musei emergerebbero diverse altre preziosità del genere. E anche molte contraddizioni. Una per tutte: il Premio Terna, nell'ambito delle prime edizioni, aveva rivolto ai musei italiani un concorso per nuovi progetti intesi a coinvolgere il pubblico. Le regole d'ingresso erano piuttosto semplici. In palio c'era un premio in denaro di una certa consistenza. Malgrado la scarsità di fondi instancabilmente lamentata dai musei, l'interesse generale per il bando si rivelò talmente tiepido da scoraggiare il replicarsi dell'iniziativa.

Tuttavia va notato che in molti casi l'attività formativa dei musei è interessante; non solo ma, curata da agili squadre di persone fortemente motivate, è di fatto più vitale e sperimentale di quanto non lo siano i programmi espositivi dei relativi musei. Gli stessi musei del '900 e Diocesano hanno programmi variegati e propositivi. E basti pensare al Dipartimento Educazione Castello di Rivoli che alle attività di già comprovata qualità, quest'anno ha aggiunto la Summer School, dedicata ad adulti, docenti, operatori culturali, studenti, bambini e famiglie. O al Maga, Museo d'arte Gallarate, che ha sviluppato negli ultimi anni ottimi laboratori per bambini, corsi per le scuole e corsi interni di specializzazione dello IED. O alla Strozzina di Firenze, le cui attività sono ampiamente frequentate. In alcuni musei si ha l'impressione che queste attività si trovino non a supportare, ma a sopperire alla debolezza dei programmi espositivi; in altri casi si ha addirittura l'impressione che si svolgano 'malgrado' il museo, più che in collaborazione con il museo.

La situazione è multiforme. Ma la questione di fondo è che queste attività non possono essere intese in se stesse, indipendentemente dalle singole strutture a cui afferiscono. Parlare di programmi di formazione, di attività collaterali significa dunque chiedersi cosa sia un museo partecipato. Senonché all'interno di una cornice complessiva come quella italiana attuale, la domanda stessa rischia di risultare paradossale. La cornice è quella di una politica culturale inesistente, di un sistema istituzionale inefficace, di una totale mancanza di chiarezza di obiettivi e di rispetto dei ruoli e delle specificità. Le competenze vanno in esilio, sostituite, semmai, dal marketing, i musei restano privi di struttura direttiva o sono diretti da figure nominate in base a logiche politiche o amministrative o a concorsi dal funzionamento opaco; il ruolo curatoriale è sistematicamente trascurato o disatteso; i programmi espositivi sono ondivaghi e puntiformi. L'idea di una responsabilità pubblica che spingerebbe a proporre contenuti di significato, di qualità e di rilievo non è contemplata; il risultato è una sequenza intermittente di episodi, di scelte utili fondamentalmente a se stesse, giustificate poi con la pretestuosa motivazione di una ammiccante facilità che renderebbe le proposte più accessibili. Alla deriva di senso si sopperisce semmai con una comunicazione martellante.

Ora, mentre il protrarsi di questo diktat della 'facilità' genera forme di assuefazione, il consenso a cui si mira viene rilevato esclusivamente in base a dati quantitativi di affluenza; il pubblico viene contato, ma non conta (al contrario di quanto vorrebbe Anna Pironti del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli). Tant'è vero che è normale che i frequentatori dei musei siano definiti 'utenza', 'spettatori', 'audience'; che vengano considerati semplici 'consumatori'.
Tornando ai programmi dei musei, è chiaramente impossibile immaginarli in termini di complementarietà di contenuto rispetto a visioni e obiettivi che i musei non hanno. Tutt'altra cosa sarebbe poter immaginare progetti legati a programmi improntati a continuità e visione.

Il museo ha molto da trasmettere. Per questo oggi, in tutto il mondo, si sente la necessità di muoversi oltre l'idea di contemplazione passiva e di apprendimento diretto; di aprirsi a modalità diverse; e in questo senso non stupisce che il museo voglia ampliare il proprio pubblico e attrarre con proposte differenziate anche quell'ampia porzione di visitatori per la quale l'istituzione culturale non è un fulcro d'interesse. Il risultato è che non solo l'esperienza di una mostra può essere vissuta e condivisa in modi diversi, ma che al museo ci si può recare, oltre che per visitare una mostra, anche per un momento di pausa, di riflessione, di relazione, per assistere a incontri, proiezioni, concerti, spettacoli teatrali, per sfogliare o acquistare libri o per trovare un regalo, per usufruire di un punto di ristoro piacevole.

Ma occorrerebbe porsi alcune domande: quando invitiamo il visitatore di un museo a essere protagonista, lo invitiamo a essere protagonista di cosa? E perché? Ponendoci un obiettivo in termini di senso, i progetti e i programmi verranno di conseguenza, naturalmente orientati. Interpretandoli come strumenti a sé stanti per raggiungere obiettivi a breve scadenza misurabili esclusivamente in termini di numero d'ingressi rischiamo di rinunciare alle reali opportunità che la cultura ci offre. Considerando invece quale immenso archivio di idee e di sguardi sul presente un museo possa essere, perché non attingere a questi stimoli infiniti per alimentare una programmazione?

Non si tratta necessariamente di fare continuo riferimento all'arte, ma di stabilire un contatto con ciò che ha generato il pensiero artistico; di intendere l'arte come serbatoio di idee e di valori, di emozione, di energie immaginative sia su temi soggettivi sia sui temi cruciali dell'attualità. In questo senso il museo può diventare un immenso attivatore di pensiero. Rivitalizzare l'esperienza di frequentare gli spazi dell'arte e attrarre nuove e più ampie fasce di pubblico significa costruire nel tempo un senso di confidenza e incoraggiare forme diverse, anche irrituali e non prescrittive, di sperimentazione. Ma questo non implica la rinuncia a qualsiasi specifica visione culturale. Un museo partecipato invoglia un coinvolgimento non solo da consumatori, ma da partecipanti culturali e lo si fa a partire dal patrimonio di idee e progetti messi a disposizione dall'arte.
Il problema è a monte.
Urge che il museo torni ad avere coscienza di se stesso.