Perché Wang Shu

Quando il fondatore di Amateur Architecture Studio ha vinto il Pritzker nel 2012, la scelta di premiare un architetto non commerciale e poco noto è stata una delle più insolite nella storia del premio. Ecco cosa aveva scritto Domus tredici anni fa sul prossimo curatore della Biennale di Architettura di Venezia 2027.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato il 3 marzo 2012.

Sarà un caso che, lo stesso anno in cui l'Oscar per il miglior film va a un film muto, il più importante dei premi d'architettura vada a un designer che disdegna il computer e afferma che "gli artigiani sono più bravi degli architetti"? La giuria del premio Pritzker è stata forse vittima dello stesso senso di colpa che, a quanto pare, in fin dei conti ha suggerito all'Academy di premiare l'enorme balzo all'indietro da Billy Wilder a James Cameron? La scelta di Wang Shu, architetto non commerciale e non famoso, come vincitore del 2012 è forse un tentativo di assolvere l'architettura dalla sua avidità e dalla sua vanità, e di restaurare l'immagine che ha di se stessa come professione seria e consapevole della propria dimensione civile?

Non è un buon momento per i grandi architetti. I protagonisti dell'architettura, dopo aver raggiunto negli anni del boom il livello di celebrità di secondo piano, ora mostrano il marchio della bolla. Il pubblico li guarda con sospetto; sappiamo che gli architetti non lavorano più per noi. La celebrità ha eroso la loro autorevolezza, procurando loro più venerazione ma meno rispetto. In tempo di crisi gli architetti non vengono consultati. Nonostante la loro sensibilità, la loro coscienza della storia, nonostante siano il punto di riferimento di una decina di professioni differenti, perfino i vincitori del premi Pritzker si ritrovano fuori del giro.

Non c'è paese in cui questa situazione sia più grave che in Cina, terra di metri quadrati infiniti e di programmi claustrofobici. 'Architetto' è un concetto relativamente nuovo nella Repubblica Popolare Cinese e, essendosi evoluto insieme con il processo di riforma e di apertura, l'architetto cinese in genere viene considerato un assistente dei principali attori della scena politica: funzionari statali e imprenditori. Il suo ruolo passivo-aggressivo nella cancellazione delle vecchie, caratteristiche città e nella costruzione di nuove, indistinte megacittà mina alle radici la credibilità dell'architetto locale e, implicitamente, l'importanza stessa dell'architettura.

Da quando ha fondato, quindici anni fa, l'Amateur Architecture Studio, lo "Studio d'architettura del Dilettante", Wang Shu ha impostato la sua prassi professionale in senso opposto all'epica urbanizzazione cinese. Ne ha spiegato le ragioni in una lezione tenuta a Harvard l'anno scorso: "Negli ultimi venticinque anni [la Cina] ha compiuto un'impresa incredibile… Un paese con una storia di tre o cinquemila anni, con un patrimonio culturale e di tradizione tanto ricco […] ha preso la grande decisione di demolirlo. Al novanta per cento solo negli ultimi venticinque anni. Dopo di che costruisce qualcosa di nuovo; copia da tutto il mondo […] Sono i professionisti dell'architettura e dell'urbanistica a compiere il disastro. E lo fanno a fianco dello Stato. E perciò io penso che ci sia bisogno di un altro genere di architetti".

Questo architetto diverso è il 'dilettante' di Wang, figura romantica che si ispira al passato, si inquieta del presente, spera nel futuro di una cultura commerciale cinese attiva e indipendente. È sperimentalista e attento. Ed è critico nei confronti dell'idea che la modernità consista nella contrapposizione radicale al passato. Secondo il Dilettante il Moderno è solo una sezione del vasto catalogo di materiali e di tecniche a disposizione del progettista. In una delle sue prese di posizione fondamentali Wang spiega l'opera del Dilettante: "L'architettura del Dilettante è un'architettura senza importanza. Uno dei problemi dell'architettura dei professionisti è che prendono l'architettura troppo sul serio. L'edilizia è più essenziale dell'architettura: è strettamente legata alla vita contemporanea, è semplice, spesso banale. Prima di diventare architetto ero soprattutto un intellettuale: il progetto d'architettura per me era solo un hobby. L'atmosfera culturale del luogo conta più dell'architettura in sé; la luminosità del linguaggio, delle regole e delle idee di una semplice costruzione artigianale conta più della tecnologia".

C'è stato un tempo – prima della riforma, prima del boom – in cui in Cina progetti edilizi significativi nascevano dallo stretto rapporto tra l'artigiano e il sapiente. Avevano in comune un alto livello di fiducia e una tolleranza verso l'ambiguità quasi inimmaginabili. Gli artigiani realizzavano nello spazio fisico idee che venivano loro comunicate in forma di poesie e di dipinti astratti. Il loro compito principale non consisteva nel produrre sostanza ma atmosfera, manipolare la materia alla ricerca dell'immateriale, e in questo tentativo esercitavano un'ampia libertà di interpretare e di sperimentare.

L'opera di Wang Shu fa parte di questa tradizione. Il suo Dilettante è idealmente più vicino ai sapienti del passato che agli architetti del presente. Progetta idee di bellezza che danno origine a edifici inconsueti. Disegna schizzi, sceglie materiali, definisce dinamiche e poi lascia l'esecuzione a dilettanti che reinterpretano la sua visione secondo i loro desideri e le loro capacità. "Nel procedere della costruzione si scoprirà che i muratori hanno aggiunto le loro tecniche", mi ha confidato una volta nel corso di una visita al suo capolavoro, il Museo di Storia di Ningbo. "Per esempio hanno sistemato i mattoni secondo un motivo tradizionale tratto dal mondo del tessuto. Non gli ho detto io di farlo, sono loro che hanno capito il modo, e così l'hanno fatto." "Ti dispiace?" "No, mi piace questo modo di procedere: si comincia con una certa idea, ma mentre si va avanti non è possibile controllarne completamente i risultati, e tuttavia il risultato finale rimane sotto controllo. Credo che sia qualcosa di molto vicino alla filosofia tradizionale cinese: l'equilibrio tra la natura e le capacità degli esseri umani."

Nel nostro attuale ambiente di eccesso di informazione, livelli di risoluzione continuamente crescenti, spazio di archiviazione infinito e diminuzione della memoria, nella predilezione di Wang Shu per l'imprecisione c'è qualcosa che suona eroico. È un ambasciatore del passato analogico, che pare inviato sulla terra per ricordarci che l'innovazione migliore è la comprensione dell'antichità. Quando parla della sua opera recita poesie e cita la pittura di paesaggio. Durante la visita sembra non tanto un architetto quanto la guida di una riserva naturale. Parla di valli, di caverne, di laghi. Quando abbiamo raggiunto la cima del Museo di Ningbo, una piattaforma dove la costruzione si apre in cinque corpi affilati, ha dichiarato: "Quando l'ho progettato pensavo alle montagne. Non riuscivo a progettare una cosa per la città, perché qui non c'è ancora nessuna città, e allora volevo fare qualcosa che avesse vita".
Che il museo non sia esteticamente bello (visto da certe angolazioni è di una bruttezza maldestra) in qualche maniera non ne diminuisce il fascino. Contro il fondale della città cinese di oggi, con le sue infinite articolazioni di novità, di eccentricità, di occidentalità, di potenza e di lusso e di sofferenza, la dedizione di Wang all'artigianato e la sua apparente indifferenza alle attenzioni commerciali può apparire ridicola. La sua è un'architettura dell'esperienza. Non è facile da fotografare, perché privilegia la sensazione all'aspetto. Non se ne può dare un'immagine perché è a bassa risoluzione per ragioni di progetto. Negli edifici di Wang Shu le linee di demarcazione tra interno ed esterno, luce e ombra, costruito e naturale si confondono. In quest'epoca di alto contrasto ipermediatico, in cui l'architettura spesso pare un'estensione della scenografia, Wang, invece di fondali stupefacenti, propone atmosfere stimolanti.

In certo qual modo il Pritzker a Wang Shu appare prematuro. Ci sono certamente altri progettisti che ne sono meritevoli, con carriere più lunghe, argomenti più autorevoli, assistenti più capaci. Lo stesso vincitore pare riconoscerlo nel suo discorso ufficiale: "È una grande sorpresa, sono ancora così giovane!" Ma l'opera di Wang Shu rappresenta qualcosa di più del risultato  del lavoro di un singolo studio. Rappresenta la cultura complessiva di una civiltà, decine di tradizioni filosofiche e artistiche, elitarie e popolari, molte delle quali sono state travolte dal frenetico impulso alla modernizzazione della Cina. Benché la giuria del Pritzker nel motivare la sua scelta abbia fatto frequente ricorso a verbi al futuro – "La scelta da parte della giuria di un architetto cinese rappresenta un passo significativo verso il riconoscimento del ruolo che la Cina avrà nell'evoluzione delle idee dell'architettura." – nel premiare l'opera di Wang Shu la giuria implicitamente dà un riconoscimento a questa tradizione architettonica e, per estensione, al sottovalutato contributo della Cina alla storia dell'architettura. È una scelta ispirata, che proietta una luce fredda sugli eccessi del progetto delle città contemporanee e dà l'occasione di un cambio di rotta.

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