Che cosa significa teoria?
La parola deriva dal verbo greco theorein che significa contemplare, guardare, scorgere, osservare, assistere a un evento. Ma anche, in senso filosofico, meditare, giudicare, paragonare, investigare. La parola dunque contiene in sé un carattere in parte passivo legato all'atto del guardare, dunque, a un tempo di sospensione dall'azione. E certamente, il momento primo, fondante e indispensabile, della teoria è proprio quello di un tempo di sospensione, di raccoglimento, di studio, di lettura. Ma, allo stesso tempo, a ben guardare, proprio quella contemplazione che in un certo senso rappresenta l'apice dello stato meditativo, contiene o implica già in sé, un primo movimento: contemplare significa infatti attrarre qualcosa nel proprio orizzonte. Ovvero, scegliere. Da cui il secondo significato del verbo theorein: meditare, giudicare, investigare.

Il ruolo specifico della teoria è dunque quello di investigare e di scegliere, o, usando una metafora spaziale, di costruire orizzonti: orizzonti di senso, di significato, di valore. Una costruzione di orizzonti che, proprio perché dispiegati, esplicitati, argomentati, possono diventare comuni. La teoria dunque come una pratica di pensiero volta a interrogare e decifrare le cose articolandole in un discorso, il cui obbiettivo non è affermare una verità assoluta né, tanto meno però, una verità puramente soggettiva, ma piuttosto una verità inter-soggettiva, comune e che accomuni.

Ecco perché il momento passivo e quello attivo della teoria, la sospensione dall'azione e la necessità dell'azione implicita nella scelta di qualcosa che viene individuata come elemento significante, nonché pezzo di un mosaico che costruisce un punto di vista parziale ma orientante rispetto alla complessità della realtà, fanno della teoria una pratica che non può essere neutrale. La mappa infatti non è il territorio: è piuttosto uno strumento che proprio riducendo la complessità del territorio, ne compie una lettura, dandone una interpretazione. E questa interpretazione, contiene già in sé degli elementi non solo di lettura ma anche di potenziale trasformazione della realtà.

La teoria, in questo senso, è un'azione meta-progettuale. O, un principio di progetto: la costruzione di un orizzonte di senso all'interno del quale il progetto ha significato. Ma, anche, un orizzonte di senso rispetto al quale è possibile attribuire o meno un valore, stabilire delle gerarchie, affermare l'interesse, la bellezza o la radicalità di un progetto. La teoria, un po' come un faro, è dunque alla base di una capacità critica ovvero di una capacità di giudizio, un giudizio che, evidentemente, non ha appunto il valore di una verità oggettiva ma neanche di un gusto soggettivo: forte dell'orizzonte critico costruito dalla teoria, il giudizio sarà inter-soggettivo, un giudizio di parte, ma di una parte comune a quanti ne condividano l'orizzonte critico. La teoria quindi, attraverso l'espressione di alcune domande o questioni di fondo, è anche l'orizzonte che permette la critica.

Forti del punto di vista costruito dalla teoria, potremo infatti dire che un progetto è tanto più riuscito quanto più esso risponde efficacemente non soltanto alle questioni occasionali, locali e specifiche che lo hanno richiesto, ma anche alle domande di fondo che sono quelle proprie della sua epoca. Il che significa anche e soprattutto affermare che l'architettura non ha alcun valore assoluto: poiché il valore non è qualcosa che appartiene alla forma in sé, ma alla forma come risposta ad alcune domande. Domande, per di più, che non sono strettamente disciplinari (insite nella storia dell'architettura e dei suoi sviluppi, ovvero in problemi linguistici tutti intrinseci alla forma dello spazio) ma che sono largamente inter-disciplinari ed inter-personali.

In questo senso, il problema specifico dell'architettura (in tutto analogo a quello delle altre discipline) è come dare una risposta nel proprio linguaggio e con i propri strumenti, e cioè nel linguaggio delle forme e con lo strumento del progetto, a quelle stesse questioni cui la sociologia, l'arte, la biologia o l'economia, danno risposte specifiche attraverso i loro linguaggi e con i loro strumenti. A partire però da un orizzonte comune e in vista di un fine comune: oggi, sostenere la vita, alla piccola e alla grande scala.

È questo il fatto centrale della nostra epoca (è questo che la teoria oggi deve collocare al centro dell'orizzonte). Viviamo su un pianeta malato, dove le forme del nostro abitare stanno producendo un continuo aumento di povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale, una riduzione di biodiversità e di risorse. Ecco perché, in questo preciso momento storico, capire come cambiare le regole del gioco (le regole dell'abitare) non può che essere il fine comune di tutti i settori di ricerca.

Al di là delle specificità disciplinari, questa continuità della domanda, che attraversa un'epoca e la sua cultura, è proprio ciò che (in ogni epoca) permette di parlarsi e di trovare i discorsi altrui (cioè di altre discipline) più o meno stimolanti, appropriati, interessanti, utili o, al contrario, inutili. A patto di possedere la domanda: ovvero, quell'orizzonte di questioni critiche a cui, con i propri strumenti, nella propria disciplina, si sa di dover dare risposte.

Risulta così evidente che possedere una domanda, e non semplicemente agire (fare, costruire), è anche ciò che fa la differenza tra un'architettura di ricerca ed una pratica professionale: da un lato c'è la consapevolezza di un problema, l'inquietudine per la ricerca di una soluzione che non può ogni volta se non aggiungere un piccolo pezzo al puzzle, dall'altro lato c'è il mestiere, la consapevolezza degli strumenti e delle strategie già noti messi all'opera, con maggiore o minore sensibilità, in un progetto che può anche dare una forma convincente allo spazio ma che non aggiunge nulla a quanto conoscevamo già, né ci dice nulla sulle domande di fondo poste dal mondo in cui viviamo.

In questo senso, indubbiamente, se la teoria è il luogo della domanda, la ricerca abita la teoria. E non si dà l'una senza l'altra.

 
Questo testo è un estratto dal libro Paesaggi Sensibili. Architetture a sostegno della vita, in corso di pubblicazione con duepunti edizioni.

MariaLuisa Palumbo, architetto e senior fellow del McLuhan Program in Culture and Technology dell'Università di Toronto (Canada), è autrice di Nuovi Ventri. Corpi elettronici e disordini architettonici (Testo & Immagine, 2001), tradotto in diverse lingue. Dal 2003 cura la direzione scientifica del Master di Architettura Digitale dell'Istituto Nazionale di Architettura. Suoi saggi sono stati pubblicati in vari libri collettivi.