All’Hong Kong Palace Museum, Treasures of Global Jewellery porta per la prima volta fuori da New York la collezione del Metropolitan Museum of Art: un attraversamento di epoche e culture che inserisce il gioiello nel dibattito globale su moda, identità e rappresentazione. Questa primavera il calendario espositivo internazionale sembra aver trovato un asse preciso: moda, accessori, gioiello. Dalla retrospettiva dedicata a Elsa Schiaparelli al Victoria and Albert Museum fino alla celebrazione del quarantesimo anniversario degli Antwerp Six al MoMu, il corpo torna al centro come superficie culturale. In questo panorama si inserisce con decisione Treasures of Global Jewellery: The Body Transformed, la nuova mostra dell’Hong Kong Palace Museum, realizzata con il Metropolitan Museum of Art e aperta dal 15 aprile al 19 ottobre 2026.
Il gioiello non è decorazione: è ciò che costruisce il corpo. Una mostra lo racconta bene
Quattromila anni di ornamenti raccontano come il gioiello abbia sempre costruito identità, status e rappresentazione, trasformando il corpo in un linguaggio pubblico.
Courtesy Hong Kong Palace Museum,
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- Francesca Chiacchio
- 17 aprile 2026
Il gioiello non è decorazione
L’operazione è chiara: spostare il gioiello fuori da una lettura puramente estetica e inserirlo in una storia lunga, discontinua, spesso sociale. Circa 200 opere attraversano quattro millenni, dal secondo millennio a.C. fino al contemporaneo, costruendo una narrazione che tiene insieme ritualità, status e rappresentazione. È anche la prima grande tournée della collezione di gioielli del Met, che per molti nell’immaginario resta legato tanto agli scalini dove si sedevano le protagoniste di Gossip Girl quanto al rituale mediatico del Met Gala, che quest’anno si terrà il 4 maggio.
Il gioiello è sempre stato una questione pubblica, anche quando sembra privato.
Il corpo come superficie culturale
Per l’Hong Kong Palace Museum, inaugurato nel 2022, la mostra consolida una linea già avviata. Dopo Cartier and Women (2023) e The Adorned Body: French Fashion and Jewellery 1770–1910 (2024), il museo prosegue una programmazione che usa moda e ornamento come strumenti di lettura culturale. Il contesto è quello del West Kowloon Cultural District, uno dei progetti culturali più ambiziosi degli ultimi anni, pensato per posizionare Hong Kong come snodo internazionale tra istituzioni, pubblico e mercato. Qui la collaborazione con il Metropolitan Museum of Art diventa strategica. Non solo per il peso della collezione — oltre 1,5 milioni di opere complessive — ma per la capacità di attivare nuove geografie espositive. Portare a Hong Kong un nucleo così ampio di gioielli significa cambiare prospettiva: non più oggetti isolati dentro una tradizione occidentale, ma elementi di un sistema globale.
Indossare è costruire il corpo
Il percorso segue cinque capitoli, dal corpo divino a quello splendente, e ogni sezione dà risalto a una distinta categoria di accessorio, senza irrigidirsi in una cronologia lineare. A tenere insieme il racconto è una tipologia di oggetti molto concreta: collane, spille e fermagli, copricapi, gioielli per il viso. Cambiano materiali, tecniche e provenienze, ma resta evidente una costante: il modo in cui il corpo viene costruito e percepito attraverso ciò che indossa.
Portare a Hong Kong un nucleo così ampio di gioielli significa cambiare prospettiva: non più oggetti isolati dentro una tradizione occidentale, ma elementi di un sistema globale.
Lo status si legge sul corpo
Un altro asse centrale della mostra riguarda il rapporto tra ornamento e status sociale, che emerge con particolare chiarezza nei gioielli ottocenteschi e del primo Novecento. È qui che materiali e tecniche diventano segni di accesso a un mondo preciso, spesso legato alle élite urbane europee e americane. La spilla di smeraldo e diamanti attribuita a Tiffany & Co., con montatura in platino ancora rara all’inizio del XX secolo, o le creazioni di Raymond C. Yard mostrano una precisione quasi ostentata nella costruzione del dettaglio. Oggetti pensati per essere letti da vicino ma anche riconoscibili da lontano, tra luce artificiale e rituali mondani. In questa sezione il gioiello diventa codice sociale. Dalla testa ai piedi, il gioiello diventa così un lessico condiviso che attraversa culture e geografie, oscillando tra fede, status e ricerca estetica.
Quando il gioiello diventa immagine
Il risultato è una sequenza compatta, dove un copricapo egizio può dialogare con un ornamento colombiano o con un pezzo europeo ottocentesco senza soluzione di continuità. Il tempo, qui, è più un materiale che una struttura. Quando si arriva al Novecento, il tono cambia. The Jealous Husband (1940) del celebre scultore americano Alexander Calder introduce una leggerezza inattesa. Resta una delle immagini più note quella dell’attrice Anjelica Huston che lo indossa, fotografata da Evelyn Hofer: un ritratto che sposta il gioiello nel territorio dell’immagine.
Il corpo come campo di conflitto
Il contemporaneo, invece, tende a stringere. Male Jaw Piece (1998) di Alexander McQueen, realizzato con il designer di gioielli britannico Shaun Leane, è una struttura in alluminio fuso che insiste sul volto maschile con una presenza quasi aggressiva. Qui emergono temi più espliciti: violenza, costruzione della mascolinità, corpo come luogo di conflitto. Non è un caso che la sezione dedicata agli accessori per il viso includa anche oggetti storicamente associati agli uomini, come le lorgnette. Tra gli esempi in mostra c’è una coppia tempestata di diamanti creata da Cartier intorno al 1905. La mostra tiene insieme queste tensioni senza forzarle in una lettura unica. Il passaggio tra rituale, moda e costruzione sociale resta aperto.
E soprattutto chiarisce una cosa: il gioiello è sempre stato una questione pubblica, anche quando sembra privato