Nelle ultime settimane sono circolate online immagini e ricostruzioni contrastanti sulla demolizione di uno dei quattro parcheggi progettati dall’architetto svizzero Christian Kerez a Muharraq, in Bahrain. Accanto a contenuti generati dall’intelligenza artificiale, si sono diffuse anche notizie reali, ma frammentarie, spesso contraddittorie. Non è la demolizione in sé a essere falsa, ma il modo in cui è stata raccontata: più che una singola fake news, è una narrazione distorta, costruita su immagini false e informazioni parziali, ad aver trasformato una vicenda complessa in una storia apparentemente lineare. Costruito appena due anni fa, il progetto del primo parcheggio demolito aveva fatto il giro del mondo occupando le pagine delle principali riviste di architettura. Per capire cosa stesse succedendo davvero, abbiamo deciso di andare alla fonte: abbiamo intervistato Kerez e vi raccontiamo tutto quello che sappiamo oggi sullo stato dei quattro parcheggi di Muharraq. La storia comincia quindici anni fa.
Muharraq è una città storica del Bahrain, di cui è stata capitale fino al 1923. Per secoli la sua economia e la sua identità sono state definite dalla pesca delle perle, un'industria che ha lasciato tracce visibili ovunque nel tessuto urbano: nelle case dei pescatori, nei mercati, nei magazzini. Dal 2011 il Ministero della Cultura (Bahrain Authority for Culture and Antiquities) ha deciso di valorizzare tutto questo attraverso il Pearling Path, un percorso che collega i siti legati a quella storia riempiendo alcuni vuoti urbani del centro storico. Per farlo ha chiamato architetti internazionali tra i più importanti a lavorare nel denso tessuto medievale della città vecchia: Valerio Olgiati, Anne Holtrop, Noura Al Sayeh e Leopold Banchini, SeARCH. E Christian Kerez, incaricato di progettare quattro parcheggi multipiano in cemento armato.
“Ciò che è straordinario di questo progetto”, ci dice Kerez parlando del Pearling Path, “è il modo in cui combina l’eredità architettonica agli edifici contemporanei. Ci sono piccole piazze, centri per i turisti, musei, auditori.” Un ecosistema urbano costruito per gradi, in cui convivono restauro e intervento contemporaneo senza gerarchie apparenti e di cui i parcheggi di Kerez rappresentano una parte strutturale.
Una infrastruttura pensata come spazio pubblico
Quarantacinque mila metri quadri di cemento, distribuiti in quattro lotti diversi della città vecchia. Kerez ha progettato i parcheggi attorno a un principio che attraversa tutta la sua ricerca: la sezione libera. Le solette si curvano e si inclinano, fondendosi fino a diventare esse stesse le rampe di accesso tra i piani. In quello che dovrebbe essere uno spazio per la stasi si rivela invece un certo dinamismo, tradotto in una struttura concepita come percorso più che come semplice area di sosta.
Hanno ospitato mercati, festival musicali, sessioni di skate, parchi giochi per bambini.
Christian Kerez
Il carattere brutale mette a nudo la struttura senza aggiungervi niente. Un gesto audace, radicale, quasi prepotente, ma è proprio questa nudità a fare dell’architettura uno spazio aperto, non geloso di sé. “La parola parking condivide con park la radice”, osserva Kerez. Ed è esattamente così che Muharraq ha vissuto questi edifici: trasparenti, integrati con le piazze e i percorsi pedonali del masterplan, pensati come un’espansione del centro urbano. “Hanno ospitato mercati, festival musicali, sessioni di skate, parchi giochi per bambini.” Una versione che non tutte le testate condividono: alcuni articoli pubblicati nelle scorse settimane descrivono quegli stessi parcheggi come per lo più deserti e inutilizzati. Più che una contraddizione verificabile a distanza, è uno scarto di narrazione, ed è anche su queste narrazioni che spesso si gioca il destino dell’architettura.
Due demolizioni, nessuna spiegazione
Tre settimane fa, senza annuncio ufficiale e senza che fosse reso pubblico alcun progetto alternativo, sono iniziati i lavori di demolizione di due dei quattro parcheggi.
Il primo a cadere è stato il Parking C, quello costruito di fronte al palazzo di Sheikh Isa bin Ali, sovrano del Bahrain fino alla sua morte nel 1932. Il parcheggio era una struttura a un solo piano, pensata appositamente per non competere con la presenza storica del palazzo e che funzionava da quattro anni. Su questa prima demolizione Kerez si mostra comprensivo: racconta quanto egli stesso fosse stato colpito dalla bellezza del palazzo, spiega l’importanza simbolica di quel luogo e arriva a comprendere le ragioni della demolizione, anche se resta aperta la questione di cosa lo sostituirà.
La seconda demolizione, quella del parcheggio “A”, è stata più difficile da accettare. Kerez inizialmente aveva scelto il silenzio: in questo momento storico, in una regione del pianeta segnata dalla guerra, la vicenda dei parcheggi non gli sembrava la più importante. “Questo per me è stato uno shock più doloroso, ma inizialmente ho deciso di non dire nulla. Poi hanno iniziato a circolare articoli e post falsi ed estremamente irrispettosi e ho deciso di reagire, semplicemente parlando, dicendo la verità e postando alcuni contenuti sui miei profili social.” Per quanto ne sappiamo, il Parking A è ancora in fase di demolizione. Non ci sono comunicazioni ufficiali. Non c'è un progetto reso pubblico di cosa prenderà il suo posto.
Ciò che sappiamo è che le demolizioni rientrano in un nuovo masterplan voluto dal re, orientato, stando a quanto dichiarato da Abdulaziz Al-Najjar, presidente del consiglio municipale di Muharraq, a una fruizione più celebrativa dei monumenti storici. Una decisione calata dall’alto su edifici commissionati dallo stesso ministero che ora li abbatte: una contraddizione che racconta bene la fragilità dell’architettura contemporanea quando si confronta con il potere. Kerez non si sottrae a questa tensione, ma la inquadra con lucidità: “è una decisione del re, non voglio criticarla: se accetti di lavorare in una monarchia accetti il suo potere.” I suoi interlocutori, in questi mesi, non sono le autorità ma i residenti che ha conosciuto negli anni, anche se ribadisce: “a preoccuparmi è soprattutto la guerra. Mi sembra che quella situazione sia più grave.”
Gli altri due parcheggi, B e D, sembrano per ora fuori dal piano di rigenerazione, meno centrali e meno visibili. Forse sono salvi. Nel frattempo, in occasione del prossimo Fuorisalone, una mostra allestita a Dropcity ripercorrerà la storia dei parcheggi attraverso materiali d’archivio e filmati, raccontando soprattutto il modo in cui residenti e turisti avevano saputo abitarli — mentre, altrove, questi stessi spazi stanno già diventando memoria.
