Così adesso anche Obama ha la sua. O meglio: ha il suo campus. L’Obama Presidential Center che aprirà il 19 giugno nel South Side di Chicago nasce infatti come una reinterpretazione del concetto di biblioteca presidenziale, trasformando un archivio della memoria in un luogo dedicato all’incontro, alla cultura e alla partecipazione civica.
Biblioteche presidenziali Usa: quella di Obama cambia il paradigma
Più che una biblioteca presidenziale, un campus civico nel South Side di Chicago. Tra museo, auditorium, sport, giardini e spazi pubblici, l’Obama Presidential Center punta a trasformare la memoria politica in un luogo di partecipazione e incontro.
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- Nicola Aprile
- 08 giugno 2026
Non è una novità, ma una vera e propria tradizione quella di costruirsi una propria biblioteca alla fine del mandato come presidente degli Stati Uniti. A farlo per primo fu Roosevelt che nel 1938 annunciò la costruzione della sua all’interno della tenuta di famiglia, a Hyde Park. Da allora ne sono state costruite quattordici, in linea con le disposizioni del Presidential Libraries Act che prevede che gli edifici siano finanziati privatamente (e quindi costruiti dove e come vuole l’ex presidente) e mantenuti dallo Stato che garantisce a tutti l’accesso e la consultazione di ciò che contengono: documenti e materiali storici, dalle lettere indirizzate ai cittadini ai dossier sulle decisioni politiche che hanno segnato il funzionamento del governo, fino agli oggetti cerimoniali e personali legati tanto alla vita pubblica quanto alla dimensione privata di ogni presidente.
Obama ha scelto di costruire il suo centro nel South Side di Chicago, dove è iniziata la sua carriera politica e dove Michelle Obama è nata e cresciuta. Non è soltanto una scelta biografica: il progetto restituisce infatti al quartiere un nuovo polo culturale e civico destinato a diventare uno dei principali spazi pubblici della città. “It’s more than a landmark—it’s a new space of possibilities”, si legge sul sito web del centro.
Il progetto sembra ambizioso anche solo a giudicarlo dagli spazi che prevede. Museo, auditorium, aree dedicate agli eventi, strutture sportive, ristorazione, giardini e una sky room panoramica compongono un programma che assomiglia più a quello di un centro civico che a quello di una biblioteca tradizionale. Non manca nemmeno una riproduzione fedele della Sala Ovale così come appariva durante la presidenza Obama. Se il complesso è stato concepito per custodire una memoria politica, lo è però attraverso una formula che punta soprattutto alla partecipazione e alla vita pubblica.
Ad occuparsi del progetto è stato lo studio newyorkese Tod Williams Billie Tsien Architects che l’ha concepito frammentandolo in diversi corpi architettonici, tutti accessibili dallo stesso livello verde. I progettisti parlano di story-making più che di story-telling: non soltanto un luogo che racconta una storia, ma uno spazio pensato per produrre nuove relazioni, incontri e attività. Anche se autocelebrazione e autonarrazione occupano inevitabilmente una parte importante del programma, l’intenzione di generare un centro capace di ispirare e connettere le persone emerge chiaramente dalla distribuzione delle funzioni, che trasforma il complesso in una sorta di villaggio attivo e diffuso.
Qui gli ambienti coperti si alternano a spazi aperti come il Women’s Garden o la Wetland Walk. Secondo i progettisti, l’intervento si integra nel parco crescendo tra la vegetazione e portando il verde anche sulle coperture e sulle terrazze; effettivamente, l’architettura si distingue senza la minima difficoltà, imponendosi con decisione sul proprio intorno.
Il corpo principale
A dominare l’area è un imponente edificio rivestito in granito, già soprannominato “Obamalisk”, caratterizzato da un sistema che funziona come brise-soleil composto da enormi lettere, ciascuna alta 1,5 metri, che compongono un estratto del celebre discorso “You are America”, pronunciato da Obama a Selma nel 2015 in occasione del cinquantesimo anniversario delle marce di Selma-Montgomery.
All’interno di questa struttura si snoda il percorso espositivo del museo, dedicato all’attività di Barack e Michelle Obama, costruito attorno al motto “Yes We Can”, leitmotiv della campagna elettorale prima e dell’intera presidenza poi. L’allestimento si sviluppa attraverso un ricco apparato multimediale che comprende filmati, immagini, dispositivi tattili e un’installazione che raccoglie oltre 400 spille utilizzate durante la campagna elettorale.
L’auditorio e il campo sportivo
Nel campus trovano spazio anche il Forum e l’Home Court. Il primo, articolato su due livelli, è concepito come uno spazio civico destinato a ospitare congressi, dibattiti, spettacoli musicali e teatrali; il programma funzionale è completato da un’ampia hall, un ristorante e sette sale dedicate ai workshop.
Non è soltanto una scelta biografica: il progetto restituisce infatti al quartiere un nuovo polo culturale e civico destinato a diventare uno dei principali spazi pubblici della città
Non poteva mancare un’infrastruttura sportiva, intesa secondo la visione di Obama come strumento fondamentale per la costruzione di comunità. L’esterno dell’edificio è caratterizzato da un rivestimento in metallo e pannelli in vetro serigrafato che evocano la trama di una rete: una metafora sia del canestro da basket che della connessione tra gli individui. La progettazione di questa parte del complesso è stata affidata a Moody Nolan, il più grande studio di architettura a proprietà afroamericana degli Stati Uniti, rinomato a livello nazionale per i suoi centri sportivi e comunitari.
Gli spazi esterni
Guidata dagli stessi valori che ispirano gli edifici, la progettazione delle aree esterne ha dato vita a spazi pensati per ogni tipo di attività: giardini, aree picnic, parchi giochi, spazi per il dibattito e un’area in pendenza che d’inverno sarà utilizzata per attività sulla neve. Ai piedi del corpo centrale, la John Lewis Plaza rende omaggio a una delle figure simbolo della lotta per i diritti civili, mentre un orto dedicato all’educazione ambientale e alla conoscenza del mondo vegetale porta il nome di Eleanor Roosevelt Fruit & Vegetable Garden.
Una fontana progettata dall’architetta Maya Lin rende omaggio alla madre dell’ex presidente. A completare il sistema degli spazi aperti ci sono inoltre il Women’s Garden, la Wetland Walk e la Promenade, un percorso pedonale e ciclabile con vista sulla Jackson Park Lagoon e sulla Wooded Island. L’intera gestione dell’area è stata orientata da criteri di sostenibilità ambientale e accessibilità.
L'apertura al pubblico
Il progetto, che ha ricevuto finanziamenti, tra gli altri, dalla Columbia University di New York, dall’Università di Chicago, dall’Università dell’Illinois e dall’Università delle Hawaii a Mānoa, aprirà le sue porte il 19 giugno, in occasione del Juneteenth, la festa che commemora la liberazione degli schiavi afroamericani.
Quando aprirà al pubblico, l’Obama Presidential Center entrerà nella lunga tradizione delle biblioteche presidenziali americane, ma con un’ambizione diversa: non limitarsi a conservare il passato, bensì trasformarsi in una piattaforma civica capace di generare nuove attività, relazioni e opportunità per la città che ha dato inizio alla storia politica di Barack e Michelle Obama.
Immagine di apertura: Foto © The Barack Obama Foundation