C'è un'Italia che esiste nelle crepe dei muri, nei cancelli arrugginiti, nella memoria di chi ancora ricorda quando quei luoghi erano vivi. È l'Italia cosiddetta minore, un patrimonio che diventa terra di nessuno nell'assenza di qualcuno che abbia cura di qualcosa. Giulio Tremonti, intellettuale di razza e lettore di Fernand Braudel, per anni ha usato una parola che la burocrazia trova scomoda e che la politica ha imparato a ignorare: demanio. Non nel gergo degli uffici. Ma in quello più arcaico, nobile, doloroso del termine: il patrimonio comune di una nazione. La cosa di tutti che, nel momento in cui diventa di tutti smette – per una contraddizione tristemente italiana – di essere di qualcuno.
L’Italia abbandonata che nessuno vuole davvero custodire
Tra ex colonie marine, stazioni chiuse e conventi dimenticati, il paradosso del patrimonio comune italiano è che appartiene a tutti e quindi a nessuno.
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- Walter Mariotti
- 25 maggio 2026
Foto Julius Barclay da Wikipedia
Foto Julius Barclay da Wikipedia
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Archivio Luigi Cosenza, Archivio di Stato di Napoli, Pizzofalcone
Foto di Davide Galli Atelier
Foto di Roberto Conte
Foto di Roberto Conte
Foto di Roberto Conte
Foto di Roberto Conte
Domus 1026, luglio 2018
Foto di Gerardo Semprebon
Foto su Wikicommons
Courtesy Archivio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Si cammini lungo la costa adriatica, tra Ortona e Vasto. Oppure nell'entroterra sannita. O ancora lungo la via Emilia, dove le stazioni minori chiuse nel 1986 presidiano ancora i loro binari come vedove fedeli. Si osservino i castelli demaniali del Meridione, le ex colonie marine fasciste della Romagna, i conventi sconsacrati dell'Umbria, le caserme dismesse che occupano interi isolati nei centri delle città medie. Si guardi con attenzione. E si chieda: di chi è questo? La risposta, sempre, è la stessa. È dello Stato. È di tutti. Perciò, di nessuno.
Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. [...] La cosa di cui qualcuno – un comune, una fondazione, un'associazione, un privato con vincoli, uno Stato capace di delegare senza abdicare – si prende concretamente cura.
Il paradosso della ricchezza italiana, di quello che fa dell'Italia l'Italia, è questo. Tra poco ci sarà un enorme real equity, capitale immobile, minore ma anche maggiore, che passerà a uno Stato che non è attrezzato per gestirlo e valorizzarlo. Sarà formalmente più protetto ma anche più concretamente abbandonato. Il vincolo che lo tutela dalla vendita e dalle tasse presenti e future non lo mette la sicuro dal degrado e l'oblio. Tutto mentre il capitale mobile, circulating equity, si assottiglia per quella dinamica fatale che sta trasformando il Paese in fruitore di servizi erogati da piattaforme straniere, che hanno azzerato la catena del valore. E imposto modelli di vita, lavoro e identità alieni.
I Romani avevano un concetto preciso per indicare la cosa che non apparteneva a nessuno: res nullius. Era tutto quello di cui che si poteva appropriare proprio perché priva di padrone. Gli italiani, invece, con una ferocia tutta burocratica, hanno capovolto questo principio creando beni che appartengono a tutti ma di cui nessuno si può appropriare. Tutto giustificato come difesa dallo sfruttamento, ma in realtà anche dall'uso, dalla valorizzazione.
Vi sono paesi – la Francia, prima di tutti – dove il patrimonio pubblico minore è stato affidato sistematicamente a comunità locali, ad associazioni, a privati con vincoli di destinazione. Qui lo Stato ha smesso di fare il proprietario assenteista e ha cominciato a fare il fiduciario. Non è svendita, come fu criticato Tremonti: è cessione di cura. In Italia invece alla realtà dell'abbandono si preferisce ancora il mito del controllo pubblico, che nella pratica significa controllo di nessuno.
L'Italia è il paese con la più alta densità di patrimonio storico, artistico e paesaggistico del mondo. Il che significa, necessariamente, che è il paese con la più alta densità di responsabilità inadempiuta. Ogni borgo abbandonato è un debito non pagato. Ogni caserma dismessa che marcisce è uno spreco non solo di mattoni ma di possibilità: di turismo, di residenza, di lavoro, di identità. Ma una civiltà si misura anche da come custodisce ciò che considera comune. Da quanta cura riserva a ciò che nessuno, in particolare, si è preso la briga di reclamare.
Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. È res publica nel senso originario. La cosa di cui qualcuno – un comune, una fondazione, un'associazione, un privato con vincoli, uno Stato capace di delegare senza abdicare – si prende concretamente cura.
Immagine di apertura: ex Colonia Edoardo Agnelli - Marina di Massa. Foto maxviator Via Flickr