Le serie Hbo Max che ogni appassionato di design deve aver visto

Cinque produzioni in cui interni, arredi e costumi non fanno da sfondo ma raccontano potere, lusso e differenze sociali, ora che Hbo Max è arrivata anche in Italia.

Non c’è una volontà o pianificazione unica dietro il design di serie diverse e film diversi prodotti da Hbo Max o anche solo presenti sulla piattaforma, semmai c’è un’idea di come curare i loro prodotti. Lo si è visto in tantissime serie fortunate o sfortunate come quella di gran successo Westworld o quella di piccolo successo Raised by Wolves, la fattura è una delle primissime preoccupazioni. Questo ha un effetto molto forte sul design che nei film e nelle serie è l’unione di costumi, scenografia e fotografia, tutti coordinati con un’idea visiva ed estetica precisa. Questo avviene in ogni film e in ogni serie, solo che raramente queste scelte esprimono un gusto raffinato, una conoscenza della storia del design (anche solo quella recente) o una cura reale. Quelle di cui vi parliamo qui sono 4 serie e 1 film da cui si capisce come Hbo scelga o lavori sul design di interni, dei costumi o anche solo sul setting delle sue produzioni per segnare una differenza tra i personaggi o tra i personaggi e gli spettatori. Il design spesso è associato alla ricchezza e al lusso, ma non tutte le ricchezze sono uguali.

Succession

In quella che è la serie più famosa, tra le recenti, di HBO il design non ha una funzione spettacolare né aspirazioni iconiche, ma costruisce un linguaggio visivo che aderisce in modo quasi mimetico al mondo che racconta. Lo scenografo è Stephen Carter e il set decorator è George DeTitta Jr. e la loro idea di base è che la ricchezza estrema non ha bisogno di essere esibita. Al contrario, deve apparire come qualcosa di naturale, sedimentato, quasi invisibile agli occhi di chi la possiede. Questo vuol dire ambienti lussuosi, ma mai ostentati, materiali costosi ma sobri, palette neutre, arredi di alta qualità scelti per durare e non per stupire. È l’estetica “old money”, la ricchezza ereditaria che non ha bisogno di legittimarsi. Il design in questo caso non spiega la ricchezza ma mostra come viene vissuta.

Gli interni di Succession. Courtesy Hbo

Appartamenti, uffici, yacht, jet privati e sale riunioni non hanno nulla di spettacolare, sono solo funzionali. I riferimenti sono gli interni delle abitazioni delle vere dinastie americane come i Murdoch, Redstone o i Bronfman.

The Gilded Age

The Gilded Age è l’opposto. È ostentazione spettacolare, per mostrare la collisione tra denaro, status e rappresentazione sociale. È un design di ricostruzione storica ovviamente ma di un’epoca in cui l’architettura e l’arredo erano forme di affermazione pubblica del potere. Lo scenografo è Bob Shaw e il set decorator Regina Graves, che in certi casi hanno lavorato su vere location, residenze della fine dell’Ottocento americano (dalle “summer cottages” di Newport come The Breakers e Marble House fino a Lyndhurst Mansion e Glenview Mansion), in altri invece hanno ricostruito in studio gli ambienti.

The Breakers in The Gilded Age. Courtesy Hbo

L’idea che c’è dietro è quella di mettere a confronto gli arricchiti con chi ha soldi da generazioni a partire da come vivono e dalle cose di cui si circondano. I nuovi ricchi hanno un gusto francese, come era la moda dell’epoca, e colori marcati, mentre i vecchi ricchi hanno dimore più cupe e dalle palette cariche di marroni e bordeaux. Spazi che riflettono visioni di mondo. Di nuovo perché quelli erano anni in cui lo status e la posizione politica era comunicata attraverso il design.

Sex And The City

Una delle serie più famose di sempre, ha la città nel titolo ed è totalmente dipendente dall’architettura newyorkese per il proprio tono e il proprio fascino. Sia negli interni che negli esterni.

L'appartamento di Carrie. Courtesy Hbo

Come sempre il design rispecchia la personalità di chi abita quegli ambienti, Charlotte vive in interni luminosi, ordinati, dominati da tonalità chiare e materiali tradizionali che comunicano stabilità e aspirazione borghese; Samantha abita spazi più aperti, sensuali, costruiti su materiali scuri e forme decise; Miranda sceglie un design funzionale, razionale, quasi difensivo, fatto di linee nette e colori neutri. Ma a differenza di altre serie c’è una ricerca esplicita sul bello e sul desiderabile.

Sex And the City è una serie aspirazionale, che mostra cose a molte precluse non per condannarle (come Succession) ma per idealizzarle. Quella della serie non è New York per come è ma una sua versione ripulita selezionando il meglio.

In particolare l’appartamento di Carrie Bradshaw, la protagonista, è uno spazio che rompe con l’idea televisiva di casa, ed è costruita per accumulo attraverso oggetti trovati nei mercatini, pezzi vintage, elementi di design contemporaneo e scelte cromatiche audaci. È un appartamento che cresce nel tempo insieme al personaggio, arricchendosi man mano che Carrie fa esperienze, relazioni e scelte di vita.

La cabina armadio di Carrie. Courtesy Hbo

Ciò che rende questo design particolarmente significativo è la sua capacità di normalizzare il desiderio. L’iconica cabina armadio, ricavata da un semplice corridoio, non è un’esibizione di lusso irraggiungibile, ma una trasformazione creativa di uno spazio ordinario.
Allo stesso modo, la scrivania posizionata davanti alla finestra, il mix di quadri di formati diversi, le sedute rétro accostate senza apparente coerenza costruiscono un’estetica che appare spontanea, quasi casuale, pur essendo accuratamente progettata. È un design che invita all’emulazione perché sembra possibile, replicabile, vicino all’esperienza reale dello spettatore.

The White Lotus

Ciò che distingue The White Lotus da molte altre serie ambientate nel lusso è l’uso sistematico di elementi di design carichi di ambiguità. L’ambientazione alberghiera è, per definizione, uno spazio di comfort totale, progettato per eliminare ogni attrito.
La serie ribalta questa funzione, trasformando arredi, oggetti e dettagli decorativi in segnali narrativi. Lampade iconiche come l’Arco dei Castiglioni, tende di perline, servizi da tavola eccessivamente elaborati, vasche monumentali o volutamente sgradevoli non sono inseriti per puro gusto estetico, ma per creare un costante cortocircuito tra bellezza e disagio. Il design diventa così una forma di commento silenzioso su ciò che sta accadendo in scena.

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, terza stagione

The White Lotus, seconda stagione

The White Lotus, seconda stagione

The White Lotus, seconda stagione

The White Lotus, seconda stagione


C’è una capacità di concentrare l’attenzione su oggetti apparentemente marginali, come un ombrellone a righe blu e bianche, una zuccheriera a forma di conchiglia, una tenda che separa due ambienti, e farli diventare importanti. Ancora più interessante però è come il lusso viene stratificato. 

Nella seconda stagione per esempio, quella in Italia, convivono il design modernista internazionale, l’arredo alberghiero di alta gamma e l’estetica più tradizionale delle ville storiche siciliane. Questa sovrapposizione non è neutra: segnala differenze di classe, provenienza culturale e atteggiamento verso il denaro. Le ville private, con pareti tappezzate, gallerie di quadri e oggetti decorativi ridondanti, comunicano un’idea di ricchezza antica, quasi soffocante; gli spazi dell’hotel, più luminosi e ordinati, incarnano invece un lusso globalizzato, standardizzato, pensato per essere consumato rapidamente .

Here

Di questo film ci eravamo già occupati quando uscì, ora è su Hbo Max, ed è l’esempio più radicale dell’idea di spazio come dispositivo narrativo, un uso quasi concettuale del design. Qui il design non accompagna la storia ma proprio è la storia. Quasi tutto il film è visto attraverso un unico punto di vista fisso, quello di un angolo di salotto, lungo il Novecento. 

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Robert Zemeckis, Here, 2024

Here ribalta una convenzione tipica del cinema e della serialità contemporanea: non sono i personaggi a “usare” lo spazio, ma è lo spazio a osservare i personaggi. Il salotto funziona come una sorta di archivio visivo della vita americana, una scatola del tempo in cui il design domestico riflette aspirazioni, frustrazioni e mutamenti sociali.

Di epoca in epoca quel salotto mostra come stili, materiali e disposizioni degli arredi incarnino paure, entusiasmi e ideali del loro tempo, dal rigore borghese ottocentesco al disordine creativo degli anni Venti, fino alla standardizzazione del dopoguerra e alla saturazione visiva contemporanea. E non manca il valore simbolico attribuito agli oggetti.

In Here il mobilio non è mai neutro: un divano floreale può diventare il segno di un’eredità ingombrante, mentre la sua sostituzione con un modello moderno racconta il desiderio di emancipazione da una generazione precedente. Il continuo riordinare, spostare, rinnovare lo spazio domestico diventa una metafora esplicita del tentativo umano di controllare il tempo che scorre e di rinegoziare il proprio posto nella storia.