Fare qualcosa con la luce

Per inaugurare la nuova ala della sede di Wevelgem, progettata da Govaert & Vanhoutte, Delta Light ha invitato quattro artisti internazionali a “fare qualcosa di bello con la luce”.

Azeinda famigliare delle Fiandre Occidentali, Delta Light ha inaugurato la nuova ala del suo quartier generale, progettata da Govaert & Vanhoutte – autori anche del progetto originale realizzato nel 2005 – con l’obiettivo di creare uno spazio che fosse tecnologico, ma anche emozionale.

Per collegare l’edificio esistente (alto 9,40 metri) e quello nuovo (alto 26 metri) Vanhoutte ha scelto di inserire un volume vetrato in aggetto: qualcosa che fosse trasparente e visibile da lontano, che avesse una presenza anche durante le ore notturne, che fosse sempre aperto al paesaggio circostante.

In apertura: Tom Dekyvere, Digital Jungle. Sopra: Damiaan Vanhoutte, Delta Light headquarters, Wevelgem, Belgio

Questo volume in vetro, che costituisce un contrappunto alla massiccia architettura nera, ospita anche la prima delle quattro installazioni commissionate da Paolo Amellot, fondatore di Delta Light, ad altrettanti artisti belgi e inglesi.

In Digital Jungle il giovane artista belga Tom Dekyvere – noto come Them Sculture – proietta la luce su un intreccio di 2 km di cavo a fluorescenza. In questo modo esprime visivamente il contrasto tra natura e tecnologia artificiale. “Nel processo produttivo analogico e digitale, umani e robot, vanno di pari passo. Il collegamento con il nuovo edificio è importante, in quanto il volume di vetro in cui è installata l’opera suggerisce una sorta di museo/serra, creata per ‘coltivare’ il lavoro”.

Scendendo dal volume vetrato per entrare nella nuova estensione troviamo Shine, l’opera di 7 metri creata da Fred Eerdekens. “La scultura in sé non brilla. Al contrario, è un oggetto opaco che assorbe tutta la luce. Solo la sua ombra è leggibile. Questa contraddizione è un tema ricorrente nel mio lavoro. È inoltre possibile associare il termine shine, ‘brillare’ con la parola olandese schijnen, ‘apparire’. Qualcosa che non è ciò che sembra. Anche in questo caso c’è un’incertezza costante, e la dualità tra luce e ombra. Inoltre, come artista, ho sempre cercato di stare sullo sfondo e lasciare che il lavoro parli da sé”.

Fred Eerdekens, Shine

A Shine segue l’installazione ideata dall’illustratore londinese Ian Wright, che usa la Lighting Bible (il massiccio catalogo annuale edito dall’azienda, oggi alla sua undicesima edizione) come punto di partenza. “È la prima volta che uso un catalogo come materia prima. Quindi, per me, l’incarico è stato una sfida per lo sviluppo di nuovi metodi di lavoro. La carta ha un carattere specifico e c’è una variazione enorme di toni di colore. Le foto dei progetti realizzati potrebbero essere intese come la luce tradotta in una sorta di statico modulo stampato. Proprio come un pittore, ho lavorato strato per strato per creare un giocoso ritratto del fondatore Paul Ameloot, largo 90 cm e alto 120 cm”.

Il viaggio si conlude con Chromaphagia, l’installazione creata dal duo inglese Bompas & Parr. “Questa installazione è espressione della nostra filosofia, secondo la quale lo spazio cambia la nostra esperienza del gusto. Invitiamo i visitatori a mangiare lo stesso cibo in tre atmosfere diverse, in modo da sperimentare il modo in cui il gusto è influenzato dalla luce, dal colore e dal suono. Dal momento che la luce è un elemento cruciale nella creazione dell’atmosfera, è l’ingrediente principale. Inoltre, controllando la luce, siamo in grado non solo di creare un’esperienza, ma possiamo anche controllare come i visitatori la percepiscono. La luce è quindi essenziale per la nostra esperienza. Dopo tutto, secondo la scienza della sinestesia, i nostri sensi interagiscono tra loro,” spiega Harry Parr.

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Ian Wright, <i>Portrait of Paul Amelot</i>
Tom Dekyvere, <i>Digital Jungle</i>
Tom Dekyvere, <i>Digital Jungle</i>
Tom Dekyvere, <i>Digital Jungle</i>
Tom Dekyvere, <i>Digital Jungle</i>
Tom Dekyvere, <i>Digital Jungle</i>
Fred Eerdekens, <i>Shine</i>