Il bar dei Giardini della Biennale di Venezia, progettato da Tobias Rehberger e premiato con il Leone d’Oro nel 2009, è stato rimosso nell’ambito del rifacimento del Padiglione Centrale. La notizia arriva accompagnata dalle prime immagini del nuovo spazio, che da quest’anno prenderà il posto della ormai storica caffetteria d'artista.
L’intervento rientra in una più ampia ridefinizione degli spazi interni a cura dello studio d'architettura e design Labics, di base a Roma.
Le immagini mostrano un ambiente agli antipodi rispetto al precedente. Il bar di Rehberger era un interno saturo, optical e fortemente immersivo, costruito su contrasti grafici, superfici specchianti e arredi scultorei dai colori accesi. Il nuovo progetto adotta invece un registro sobrio, funzionale e rarefatto.
Pareti neutre, banconi scuri, lampade sospese in vetro e un nuovo porticato segnano uno spazio più aperto, luminoso e in dialogo con l’esterno.
La rimozione del bar ha subito sollevato polemiche, anche perché quello realizzato da Rehberger non era un semplice spazio di servizio ma una vera e propria opera d’arte.
A pesare, oltre alla sua scomparsa, sono state soprattutto le modalità. Artribune ha scritto che per la fine del bar “non è stata spesa una singola parola di commiato”, mentre l’artista ha raccontato alla rivista di essere stato informato solo poche settimane prima della rimozione, senza avere il tempo di immaginare una diversa rielaborazione della conclusione del progetto.
Quello che è certo è che il bar, inizialmente concepito come intervento provvisorio, dopo diciassette anni di inaspettato utilizzo mostrava evidenti segni di degrado, nonostante i diversi interventi di restauro realizzati nel tempo, tra cui quello avviato in occasione della Biennale Architettura 2023.
Per un’opera optical, non si tratta di un aspetto secondario. L’efficacia dell’ambiente d’artista dipendeva infatti dalla precisione del disegno, dalla tenuta dei contrasti, dall’integrità delle superfici e dalla continuità dell’effetto percettivo che ne derivava. Tutti elementi ormai compromessi da tempo, fino a intaccare la stessa integrità dell’opera. Se in uno spazio pubblico una certa dose di disfunzionalità può ancora essere tollerata quando appartiene al linguaggio dell’opera, diverso è il caso in cui quell’opera non sia più in grado di esistere per come era stata concepita.
A quel punto arriva il tempo, a fare da padrone.
