Dal Deutscher Werkbund a Ulm, una impressionante storia di arredi scolastici

Dall’Archivio Domus. Il design è in grado di influenzare positivamente insegnamento e apprendimento? Raffaella Poletti racconta l’evoluzione degli arredi per la scuola.

Nella breve estate del 1914, ai visitatori dell’Esposizione del Deutscher Werkbund di Colonia era possibile ammirare, oltre alle architetture e ai beni di consumo selezionati dal comitato “per elevare il livello della cultura artistica”, anche proposte innovative nell’ambito del lavoro e delle condizioni di vita. Tra le novità per il grande pubblico, anche una “camera Montessori”, realizzata da un produttore di mobili berlinese, P. Johannes  Müller, membro dello stesso Werkbund. In Germania esistevano già proposte di arredo formulate ad hoc per la scuola d’infanzia, come quelle ispirate dalle teorie di Fröbel; tuttavia, le proposte montessoriane furono accolte con un interesse che andò rapidamente crescendo tanto da fare aprire, nel 1919, la prima scuola Montessori a Berlino. 

In quegli stessi anni, Maria Montessori stava mettendo a fuoco una questione basilare del suo pensiero educativo, formulata in modo compiuto nel libro del 1916 L’autoeducazione nelle scuole elementari (Garzanti Libri 2000): se un ambiente e materiali più avanzati potessero fare progredire l’indirizzo educativo che già aveva avuto successo con i bambini più piccoli. “I locali di una scuola libera devono avere delle esigenze speciali: l’igiene psichica viene a influire su essi come già fece l’igiene fisica… L’aula ‘psichica’ dovrebbe essere grande il doppio dell’aula ‘fisica’… Nelle nostre scuole raccomandiamo del mobilio ‘leggero’: esso è perciò ‘semplice ed economico’ al sommo grado. Se è lavabile, è molto bene, specialmente perché i bambini imparano a lavarlo... Ma quello che soprattutto importa è che sia possibilmente ‘bello e artistico’. La bellezza non è fatta in questo caso col ‘superfluo’, col ‘lusso’, ma con la grazia e l’armonia delle linee e dei colori, uniti a quella massima semplicità che è richiesta dalla ‘leggerezza’ del mobile... Potrebbero sorgere dei tipi di arredamento valevoli per se stessi ad elevare il gusto e ad affinare i costumi… Sarebbe l’umanesimo dell’arte, sorgente in mezzo alle bruttezze, all’oscurantismo di chi era abituato a pensare solo alla morte… E sembrano poi addirittura tombe le scuole coi banchi allineati come catafalchi, tutti neri, sol perché essi devono essere del colore dell’inchiostro e nascondere le ‘macchie’”.

Le parole dell’educatrice – medico e antropologo di formazione – già allora proiettata in una dimensione fortemente internazionale, fissano con estrema chiarezza un concetto poi condiviso dalle punte più avanzate della cultura progettuale novecentesca, sintetizzabile oggi nella domanda: come il design, nella sua accezione più ampia, può trasformare positivamente insegnamento e apprendimento?

A questa domanda potrebbe fornire una qualche risposta una visita a Tauberbischofsheim, non lontano da Würzburg, in Germania. Qui, dal 1924, ha sede la VS, azienda produttrice di arredi scolastici e per ufficio, erede dell’antica “P. J. Müller” di Berlino; qui, in un antico capannone industriale, accanto allo stabilimento e allo showroom progettato una decina di anni fa da Günter Behnisch, si offre agli occhi dei visitatori un’impressionante raccolta di arredi scolastici, dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri. Ma Thomas Müller (che della raccolta è autore e instancabile alimentatore), animato da un interesse che ha ben presto travalicato l’utilizzo professionale, ha negli anni operato, con il prezioso contributo di Romana Schneider, un meticoloso lavoro di contestualizzazione dei manufatti nell’ambito della più generale questione del progetto dei luoghi dell’educazione. […] Gli esempi proposti provengono da tutta Europa, dagli Stati Uniti e dal Brasile; ma sotto i riflettori, ovviamente, c’è la Germania, il Paese che dal suo sorgere ha scommesso su istruzione e formazione facendone uno dei punti forza del suo successo.

Diversi esemplari di banchi multiposto ci ricordano come la scuola abbia inizialmente mutuato da altre istituzioni, come la Chiesa, sia la tipologia del banco (le panche ecclesiali), che lo schema di disposizione in linea a fronte di una predella da cui l’insegnante “trasmette nozioni, principi e interpretazioni della realtà conformi a testi indiscutibili” (A. Laurìa, Progettare i luoghi dell’educazione,  in Costruire in laterizio, n. 86, 2002). Altezza e collocazione del podio e schema combinatorio dei banchi riflettono le diverse concezioni pedagogiche, raccontandoci molto sui rapporti di potere nella scuola: il pensiero va alle acute analisi di Michel Foucault, che evidenziava come gli schemi funzionali delle prime aule scolastiche, destinate a formare la futura classe operaia, derivassero dalla disciplina militare. “L’organizzazione di uno spazio seriale”, scriveva  nel 1975 in Sorvegliare e punire: nascita della prigione (Einaudi, 1976), “fu una delle grandi mutazioni tecniche dell’insegnamento elementare… Assegnati dei posti individuali, rese possibile il controllo di ciascuno e il lavoro simultaneo di tutti; organizzò una nuova economia dei tempi di apprendimento; fece funzionare lo spazio scolare come una macchina per apprendere ma anche per sorvegliare, gerarchizzare, ricompensare”.

Robert Doiseneau, La Pendule, 1957. © Robert Doiseneau / Gamma-Rapho / Contrasto
Robert Doiseneau, La Pendule, 1957. © Robert Doiseneau / Gamma-Rapho / Contrasto

I risultati dei primi studi ergonomici trovano pieno riscontro nei banchi messi a punto nel 1890 da Wilhelm Rettig, architetto capo della Municipalità di Monaco: dotati di sedili mobili, furono un esempio antesignano di design corretto per combattere le malformazioni della colonna vertebrale, al centro delle considerazioni mediche del tempo; l’agevole ribaltamento laterale, effettuabile senza dispersione di inchiostro, permetteva una più accurata igiene dell’aula. Queste caratteristiche ne fecero un successo senza precedenti, con una produzione in milioni di esemplari fino agli anni Cinquanta. […] La grande ventata innovativa degli anni Venti e Trenta punta sulla scuola come elemento cruciale della riforma sociale: qui arredi e involucro partecipano allo stesso programma di costruzione dell’uomo nuovo. Si rompono le righe, l’insegnante scende dalla cattedra, il banco cede il passo alla combinata tavolo+seduta, più flessibile, trasportabile facilmente anche all’aperto. Ne sono esempio i mobili versatili in tubolare metallico, chiaramente influenzati dalle teorie del Bauhaus, progettati da Wilhelm Schütte per le scuole di Francoforte, e la ricerca più formalistica di Gropius per Isokon.

Banco a pattino, fine anni Cinquanta. Prodotto da Eheim
Banco a pattino, fine anni Cinquanta. Prodotto da Eheim

In tempi più vicini a noi, l’esperienza della Scuola di Ulm ci consegna un mobile ‘modello’, sintesi di una teoria didattica diversa ma estremamente attuale. Elementare nella costruzione, minimalista dal punto di vista estetico, il versatile sgabello messo a punto da Max Bill e Hans Gugelot nel 1953 era di volta in volta sedia, scaffale, leggio, podio o tavolino. Ogni studente ne riceveva un esemplare – di cui era personalmente responsabile – che lo accompagnava nelle diverse fasi della giornata; non solo: doveva anche imparare a costruirlo. Un dispositivo di arredo (scolastico) dotato di una forte tensione educativa, oltre che estetica.

Oggi, di fronte alla situazione quantomeno critica che attraversa la scuola (in primis in Italia), occorre più che mai reperire, oltre alle risorse economiche, idee per (ri)modellare un ambiente fisico in grado di incoraggiare l’apprendimento, stimolare la creatività, dare motivazione e senso di benessere. È la sfida che aveva intuito Maria Montessori un secolo fa.

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