Il tavolo senza gambe che funziona solo se ci sei tu

Dalla riscoperta dell’autoprogettazione agli oggetti che funzionano solo grazie alla nostra presenza, il design torna a chiederci di non essere semplici consumatori passivi, ma abitanti attivi e consapevoli.

Se è vero che il design è fatto per gli esseri umani, è altrettanto vero che ci sono alcuni casi in cui, senza gli esseri umani, il design non potrebbe proprio esistere. C’è un tavolo, ad esempio, che funziona solo se ci si incastrano due persone che gli prestano le gambe e lo tengono su. La struttura, in legno, ha un piano e due sedute con tanto di schienale, ma nessun elemento che lo faccia stare in piedi. Così, esiste e funziona solo se due persone lo sollevano, ci si incastrano e lo mantengono stabile, rimanendo a una distanza obbligata l’una dall’altra.

Ovviamente, più che una soluzione utile a liberarsi delle gambe – su cui tanto si era arrovellato Eero Saarinen inseguendo il sogno di arredi monomaterici con una gamba sola che sarebbero diventati la serie Tulip marchiata Knoll – quella del “tavolo senza gambe” è un’indagine sui temi del design partecipato e collaborativo, che esaspera la centralità dell’umano considerandolo non più solo come beneficiario del progetto, ma come parte integrante dello stesso.

Ciò che per secoli è stato la norma – un uso consapevole e misurato, basato sulla confidenza instaurata con gli oggetti – oggi torna a essere una provocazione radicale.

È una visione radicale che oggi più che mai ci colpisce, nell’epoca in cui tutti gli oggetti sembrano disponibili, accessibili e facili, e ricorda le tante indagini che hanno molto a che fare con il design e le persone ma meno con l’industria. Dall’Autoprogettazione di Enzo Mari, che mette a disposizione dell’utente non il mobile finito ma le istruzioni per costruirselo, alla Chairless dell’architetto cileno Alejandro Aravena per Vitra, che consiste solamente in una cinta in cui incastrare le ginocchia per mantenersi in equilibrio seduti per terra.

Alejandro Aravena, Chairless, Vitra

Ciò che per secoli è stato la norma – un uso consapevole e misurato, basato sulla confidenza instaurata con gli oggetti – oggi torna a essere una provocazione radicale. Ricordarci che un oggetto funziona meglio se sappiamo come abitarlo, mettendo un dito qui, appoggiandoci sopra un peso, ficcandoci sotto uno spessore, ci insegna che il nostro ruolo non è mai passivo e marginale. È un monito che risuona con la crisi globale attuale, nell’epoca che ci chiede di essere cittadini attivi, condomini attivi, abitanti attivi. E che, soprattutto, torna a illuminare l’altra faccia della user experience: non quella che vuole rendere tutto più facile e veloce, ma quella che vuole renderci più consapevoli.