Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Domus 1113, giugno 2026.
“Ora più che mai, c’è una necessità pressante di esplorare il mondo facendosi sorprendere ancora e ricordandosi che progettare è una necessità primigenia dell’umanità e, quindi, un atto che va coltivato come antidoto all’alienazione”. Rileggo queste parole di Francesco Faccin nel testo introduttivo del suo libro Zattere, pubblicato nel 2024 per Corraini, un manuale che raccoglie dieci storie di progetti emblematici che possono ispirare la realizzazione di oggetti “sinceri e comprensibili”.
La semplicità, la povertà e l’intelligenza sottesa al progetto della zattera erano lo strumento per parlare della professione del designer, che per lui rimane legata, nella sua forma migliore, a realizzare oggetti al servizio delle necessità umane in un mondo che cambia e che affronta emergenze abitative e climatiche.
“Le zattere mi ricordano che abitiamo un pianeta selvaggio e che l’ignoto, l’imprevisto, il naufragio appunto, l’emergenza, i cambiamenti improvvisi e radicali sono l’essenza stessa del nostro essere umani e ci riconciliano con il resto della natura, che segue questo schema con disinvoltura e non conoscendo modelli alternativi”, continua.
Vista sotto questa luce Pancalpina, ultimo suo progetto nato su commissione della Provincia Autonoma di Trento, è sicuramente una zattera: è formalmente semplice, tipologicamente rientra tra le categorie di base, è pensata per risolvere situazioni di emergenza e risponde a un cambiamento nel modo in cui si vive la montagna oggi.
La panca è un oggetto quasi anonimo che fa parte del paesaggio montano insieme a rifugi e bivacchi, che aiutano a orientarsi e a proteggersi, ed è usata per contemplare il paesaggio e riposarsi. La versione di Faccin vuole farla diventare uno strumento che contribuisce a vivere la montagna in modo più sicuro. La sua “pancia” nasconde infatti un kit di sopravvivenza – con oggetti utili come coperte termiche, una pala, una torcia – e una tenda che può essere montata sfruttando la struttura della panca stessa. Non è pensata per permanenze lunghe, ma come riparo minimo per sopravvivere in attesa che arrivino i soccorsi o per trascorrere una notte al riparo da pioggia o neve.
La struttura in legno massiccio di larice, con elementi in acciaio inossidabile, garantisce resistenza agli agenti atmosferici estremi; l’approccio costruttivo adottato ha scelto di concentrarsi su pochi elementi, per rispettare e preservare un contesto poco antropizzato. A rendere interessante, oltre che necessario, ripensare uno degli arredi che popolano la montagna sono stati i cambiamenti climatici e il crescente afflusso di persone negli ambienti alpini, una delle rare isole di natura selvatica rimaste in Europa.
“L’utenza media di chi li frequenta è cambiata”, racconta. “Non ci sono più solo persone esperte, ma anche un pubblico impreparato che può trovarsi in situazioni di emergenza”. L’input di base del progetto era utilizzare materia prima locale o aziende di quell’area geografica: la struttura di larice è opera della falegnameria Decrestina, le attrezzature sono fornite da Franco Gecele e la tenda da Ravelli Sport.
Anche se nato in seno a un progetto di valorizzazione del legno trentino non finalizzato alla produzione e alla distribuzione – che ha coinvolto altri designer i cui oggetti sono stati presentati nella mostra “Nodi” all’Adi di Milano, lo scorso aprile – nella mente di Faccin il suo potenziale è alto. Per questo, insieme al suo team ne sta immaginando possibili completamenti e sviluppi, come un’app che indichi la posizione delle panche lungo il percorso in cui vengono installate, geolocalizzate per essere trovate facilmente.
Certo, il vero passo verso una messa a terra del progetto a livello territoriale è l’interessamento delle amministrazioni locali. La visibilità sui canali della comunicazione è un altro fattore che può aiutare. “Uno dei fan più entusiasti di Pancalpina è un blogger che vive su una piccolissima isola dell’Oceano Atlantico, Tristan da Cunha, probabilmente il luogo più isolato al mondo”, racconta.
Il boost di questo genere di progetti sono la politica e la comunicazione. Come è avvenuto per Honey Factory, l’arnia urbana presentata nel 2015, poi approdata nei parchi di Seoul, a Kyoto e in Germania – una diffusione favorita da leggi che proponevano sgravi fiscali a chi investiva in progetti green – finché Faccin non ha trovato un partner italiano, un produttore di arnie che vende anche attrezzatura per apicoltura e che fornisce assistenza ai clienti. Un percorso lento, ma virtuoso, frutto di visione.
