“La bellezza? Non è una borsa di marca, ma l’aria pulita”. Intervista a Daan Roosegaarde

Conversazione con l’artista olandese, “tecno-poeta” che si nutre di architettura e immagina un futuro guidato dalla curiosità. Il metodo da lui proposto non è utopia, ma “protopia”: procedere passo per passo verso le risposte giuste.

“Se non fossi stato olandese sarei stato giapponese”, mi dice Daan Roosegaarde. Artista, architetto, designer, inventore, creativo smart, Roosegaarde ha studiato Belle Arti e poi Architettura al Berlage Institute di Rotterdam. Ha fondato il suo studio nel 2007 e, nonostante sia sempre proiettato verso il futuro, la tecnologia non è la sua priorità che, anzi, considera uno strumento per fare emergere la poesia. Il successo dei suoi progetti – come una torre che mangia lo smog, una pista ciclabile luminosa che si carica con il sole, un aquilone che produce energia pulita – sembra dargli ragione: a meno di 40 anni (li compirà il prossimo 24 luglio), Roosegaarde è tra gli innovatori del nostro tempo secondo Forbes e Wired, è uno dei leader globali del World Economic Forum nonché membro del NASA Innovation team. Incontrato alla vigilia della sua prima ambiziosa mostra “Presence”, al Groninger Museum, ci racconta come sarà, secondo lui, il mondo di domani.

Qual è il tuo modello di città del futuro?
È una combinazione di più città. Amo la relazione tra architettura e natura che c’è a Singapore. Penso al nuovo aeroporto di Moshe Safdie, un terminal pieno di giardini e acqua, è uno spazio pubblico davvero potente. Allo stesso tempo, a Singapore manca la follia di Shenzhen, con quelle stradine assurde dove ti vendono un iPhone con tre SIM e tutti i prodotti-copia mutanti. In Europa, i miei committenti di solito mi chiedono: “Sei sicuro che sia già stato fatto prima?”, sono preoccupati soprattutto dalla gestione del rischio. Quando invece faccio progetti in Medio Oriente o in Cina, mi sento chiedere: “Sei sicuro che sia la prima volta?”. Amo Dubai, dove pensano di modificare gli alberi geneticamente per fare crescere degli edifici, invece di costruirli. Questi Paesi invitano creativi come me a fare progetti, fare errori, imparare e crescere. È un po’ quello che ha fatto il Groninger Museum. È una cosa che in Europa sta diventando sempre più rara.

Qual è la questione più importante per un architetto oggi?
Confrontarsi con le sfide ambientali globali: l’innalzamento del livello del mare, l’inquinamento dell’aria, l’inquinamento luminoso li abbiamo creati noi. È strano che quando si parla di sfide globali, gli architetti non facciano mai parte della discussione. Alle Nazioni Unite, per esempio, non ci sono architetti. Sembra quasi che non siano curiosi di guardare al futuro o non siano in grado di trovare nuove soluzioni. Penso che acqua, energia e aria pulita siano i valori del futuro. E tutto quello che progettiamo – che si tratti di un’auto o di un vestito – dovrebbe avere questi valori nel proprio DNA. Perché non possiamo costruire grattacieli che producono aria pulita? Il nostro aquilone smart (Windvogel, ndr) produce energia pulita per 200 apparecchi domestici. Siamo pronti: perché non ce li chiedono? Penso che stiamo giocando a poker con il pianeta. Il mio lavoro è velocizzare il processo di diffusione di questo tipo di progetti. Perché non si tratta solo di avere un’idea e progettarla, ma anche di farla accettare. Uno dei miei progetti preferiti è Gates of Light (sulla Afsluitdijk, la diga di sbarramento che separa i Paesi Bassi dal Mare del Nord, ndr), dove sono i fari delle automobili a illuminare il ponte. Perché dovremmo avere luci accese tutta la notte se non passa nessuno? Perché non usare l’energia già presente – i fari – per creare paesaggi bellissimi? Questo per me è il nuovo standard per l’illuminazione pubblica. Niente inquinamento luminoso. E la bellezza aiuta le persone ad accettare il cambiamento.

Hai fatto molti lavori a scala urbana e hai un master in architettura, ma non ti definisci mai un architetto…
Sono più interessato a esplorare che a definire me stesso. E “artista” è un termine che lascia maggiore libertà. Ma sicuramente quelli che abbiamo fatto e che faremo in futuro sono progetti di architettura e di paesaggio. Sono sicuro che tra 5-10 anni, disegneremo città intere. Progettare nuovi collegamenti, spingere i confini più in là e cambiare la percezione delle cose è quello che faccio. Comunque, amo l’architettura. Nell’architettura mi nutro e mi rilasso. Prendo il mio laptop, un blocco per disegnare e vado in posti come, per esempio, il Terminal TWA di Saarinen a New York, che è stato rinnovato da poco. All’interno di un aeroporto anonimo, come il JFK, è come ritrovarsi catapultati negli anni Sessanta.

È strano che quando si parla di sfide globali, gli architetti non facciano mai parte della discussione. Sembra quasi che non siano curiosi di guardare al futuro.

Cosa c’è in cima alla tua lista dei desideri come progettista?
Città del futuro e paesaggi del futuro. Tutti i miei progetti sono prototipi. Ne realizziamo uno, poi aumentiamo la scala! Servono committenti all’altezza per fare un salto di scala...
Sindaci, per esempio, devono anche rendersi conto che inquinare non può non avere un costo. La bellezza non è una borsa di marca, ma piuttosto l’aria pulita. Viviamo in un mondo dove inquinare non costa nulla. Se quando compri un’auto, un biglietto aereo, quando mangi un hamburger, ci fosse una tassa sull’inquinamento, i prezzi sarebbero molto diversi. Stai suggerendo di metterla?
Certo e prima o poi succederà. Bisogna accettare e accelerare il nuovo mondo.

Il tuo è un atteggiamento da maker.
Assolutamente, non aspetteremo il permesso di fare qualcosa. Abbiamo uno studio con ingegneri e designer bravissimi. Siamo in 32 stabili (che arrivano a 100-150 per certi progetti) e facciamo tantissima ricerca. Non vorrei uno studio più grande o più progetti da gestire allo stesso tempo, perché questo comporterebbe molto disegno, molta attività ripetitiva. Invece, voglio concentrarmi sulla creazione di cose nuove.

Daan Roosegaarde, Sync, 2019

Quanti progetti portate avanti allo stesso momento?
Circa 20. Stiamo lavorando, per esempio, a un memoriale dell’Olocausto fatto di luce [Levenslicht, ndr] che inaugura a gennaio 2020, a un progetto con BMW [Sync, ndr], da poco presentato a Design Miami Basel, che ragiona sullo spazio interno di un veicolo a guida autonoma. Il nostro metodo è molto architettonico: progetto, prototipo, committenti, aziende, test... Nei miei progetti non c’è molta tecnologia, ma piuttosto immaginazione e curiosità per il futuro. So che in studio avete una sedia “Yes, but”, ogni cliente che risponde “Sì, ma” a una proposta riceve una piccola scossa. E ho letto che il 40% dei tuoi lavori è auto-commissionato. È difficile trovare il committente giusto? E come dovrebbe essere il tuo cliente ideale?
Devi essere tu a creare il tuo cliente. Prendi OMA e AMO. Devi cominciare a fare ricerca e poi arriveranno i committenti. Essere il cliente di me stesso per me è anche salutare. È interessante mettersi nei panni di un cliente, avere a che fare con budget, scadenze. Capire la difficoltà di spendere soldi, senza la sicurezza del risultato finale. Mettendoti nei loro panni, stabilisci anche nuovi limiti e nuovi standard. Cinque anni fa, nessuno mi avrebbe mai chiamato per realizzare una Smog Free Tower. Anche perché nessuno ci aveva pensato. Se vuoi innovare, devi essere tu a porre le domande. In questo modo, ottieni i progetti migliori, ma anche le persone e i team migliori: designer, architetti, ingegneri, project manager, senza di loro sarei solo una testa che parla. Se resti in un angolo, aspettando di essere scoperto, non avverrà mai.

Devi cominciare a fare ricerca e poi arriveranno i committenti. Se vuoi innovare, devi essere tu a porre le domande.

Il progetto delle Smog Free Tower sta andando avanti?
Dopo Polonia, Olanda e Cina, abbiamo appena avuto una grande commissione dalla Corea. Lavoriamo sulla base di royalty con clienti locali che le realizzano seguendo i nostri standard artistici. Noi dobbiamo avere tempo per nuovi progetti. Le idee hanno bisogno di crescere. La mia non è utopia, ma “protopia”. Nel senso che non possiedo già le risposte. E so che bisogna procedere passo dopo passo.

Quale persona vivente ammiri di più e perché?
Ammiro moltissimo Elon Musk. Amo i creativi della Pixar. A chi viene a lavorare per me, come prima cosa, regalo il libro Creative Inc. di John Lasseter che racconta la loro storia. Il capitolo sette insegna che devi trovare un equilibrio tra “the hungry beast” (i costi di un’azienda, l’affitto da pagare) e “the ugly baby” (un’idea che sta nascendo ed è ancora fragile). L’uno ha bisogno dell’altra, si tratta di riuscire a essere comunque creativi. Mi piace tantissimo il loro metodo “Plussing”: se arrivi con un’idea, invece di giudicarla o scartarla, cercano un modo per renderla migliore. Lo fanno più volte al giorno con persone diverse. Mi piacerebbe vedere come sarebbe una città – reale, non un cartone animato – se fosse la Pixar a disegnarla. Amo, in generale, gli architetti: Herzog & de Meuron, Bjarke Ingels, Oscar Niemeyer ed Eero Saarinen tra gli altri. Diciamo poi che m’innamoro dei luoghi più che delle ragazze o delle persone.

Ammiro Elon Musk e amo i creativi della Pixar: mi piacerebbe vedere come sarebbe una città vera progettata da loro. Amo l’architettura. Mi innamoro più dei luoghi che delle persone.

Quale libro ha cambiato la tua vita?
Oltre a Creative Inc., Drawdown: The Most Comprehensive Plan Ever Proposed to Reverse Global Warming, di Paul Hawken. Parla di design e tecnologia, ma calcola anche il danno che stiamo facendo, quanto costerebbe ripararlo e il profitto. Si tratta di design, scienza e denaro. È una sorta di bibbia dell’arte. E amo il premio “Index. Design to improve life” a Copenhagen [soprannominato il “Nobel del design”, ndr]. Ci sono stato una volta... Credevo di conoscere parecchio in questo campo, ma la metà di quelle presentate lì non le avevo mai nemmeno sentite nominare. È un’intera comunità di maker, ingegneri, programmatori e designer che non aspettano il permesso per fare le cose: vanno lì e le fanno.

Sono positivo, ma allo stesso tempo non lo sono. In ognuno di noi, si nascondono George Orwell e Leonardo Da Vinci.

Come vedi il futuro di qui a 30 anni? Sei positivo?
Abbiamo l’obbligo di essere positivi, ma i numeri sono contro di noi. E non siamo nemmeno lenti, stiamo semplicemente aspettando. Forse speriamo che saranno i nostri figli a occuparsene. In realtà, dobbiamo fare qualcosa noi per primi. E lo dobbiamo fare adesso. Dimentichiamoci le opinioni e i numeri, concentriamoci sull’immaginazione. Dobbiamo mostrare la bellezza di un nuovo mondo. La speranza è andare più veloci. Sono positivo, ma allo stesso tempo non lo sono. In ognuno di noi, si nascondono George Orwell e Leonardo Da Vinci. Prendiamo la costa di Miami, dove nonostante le inondazioni si continua a costruire. Si prevede che sarà un disastro. Non è una questione di “se”, ma di “quando”. Forse dovremmo disegnare delle città che galleggiano.

Andare a vivere su un altro pianeta? È un’opzione?
È improbabile. Il rischio, poi, è rovinare anche quello. Con il progetto Space Waste Lab, sviluppato con la NASA ed ESA, abbiamo reso visibili 8,1 milioni di kg di spazzatura abbandonata nello spazio. Succede perché non c’è l’obbligo di andare a riprenderla. La seconda fase del progetto si concentrerà su come eliminarli, magari facendoli bruciare come stelle cadenti artificiali, sorta di fuochi artificiali sostenibili. I rifiuti diventerebbero luce. ESA sta lavorando da 15 anni sull’idea di pulire i rifiuti spaziali. Io ho progettato solo l’ultimo 2%, ma potrebbe cambiare tutto. Per me si tratta spesso di progettare il collegamento mancante o di attivare un nuovo link che permette all’innovazione di diventare realtà.

Nei miei progetti non c’è molta tecnologia, ma piuttosto immaginazione e curiosità per il futuro.

Quali abilità dovrebbero imparare i nostri figli per essere in grado di progettare la vita del futuro?
A non avere paura. Ogni volta che progetto qualcosa di nuovo, provo sempre un misto di paura e curiosità. Mi chiedo: “E se nessuno lo capisce? E se non funziona?”. Possiamo essere qualunque cosa – artisti, scienziati, architetti, designer – ma dobbiamo essere spinti dalla curiosità e non dalla paura, che è davvero una cattiva consigliera. Siate curiosi! È tutto.

Foto di apertura: Daan Roosegaarde e il Van Gogh Path, parte del progetto Smart Highway