Massimo Vignelli e Domus, la storia di un progettista insaziabile

Designer e grafico innovativo e rigoroso, sin da giovanissimo la rivista segue le tappe della lunga carriera, in Italia e negli USA, e racconta i suoi innumerevoli progetti.

Risale al 1952 il primo articolo dedicato all’architetto Vignelli su Domus. È un piccolo progetto per gli interni di un locale per acquistare dischi e ascoltare “conferenze sonore” la sera, un ambiente fatto di pochi e flessibili arredi e da cabine per l’ascolto dalla luce soffusa, “come palchi di un teatro”. Nel progetto compaiono già le caratteristiche progettuali di semplicità e flessibilità delle forme. (Domus 273, agosto 1952)

Il primo articolo di Domus dedicato a Massimo Vignelli, dedicato agli interni di un negozio di dischi. Da Domus 273, agosto 1952. Photo Fortunati.

Nel 1960 Massimo e la moglie Lella (l’architetto Elena Valle), fondano a Milano lo Studio Vignelli per il design e l’architettura, che si caratterizza per un approccio progettuale multidisciplinare, dove le forme classiche sono il punto di partenza per creare oggetti e allestimenti senza tempo. In questi primi anni di attività, Massimo Vignelli collabora con la vetreria Venini di Murano. Domus presenta una collezione di vasi innovativa, dai volumi elementari, in vetro e argento: “L’accostamento di materiali che nascono da tecniche diverse, da origine a forme nuove, […] forme che appartengono contemporaneamente sia al loro tempo che già ad una sorta di classica perennità” (Domus 404, luglio 1963).

Gli anni Settanta sono il periodo aureo dei Vignelli: al Musée des arts decoratif di Parigi, gli architetti firmano l’allestimento per la grande mostra della Knoll International, azienda fortemente legata a Massimo Vignelli, che dal 1966 si occupa dell’immagine coordinata del brand. Una fotografia a tutta pagina di Jean-Edgard de Trentinian apre il pezzo “KNOLL AU MUSEE”: le poche righe sulla mostra sottolineano le soluzioni espositive leggere, fatte di “grandi contenitori trasparenti, in metacrilico, spostabili su ruote” (Domus 508, marzo 1972).

I Vasi in vetro e argento, disegnati per Venini nel 1963. Da Domus 404, luglio 1963.

New York Milano Milano New York: collegamento volante fra i due mondi, ma base fissa a New York” è l’articolo che nel 1973 riassume l’attività americana di Massimo e Lella Vignelli, che qui hanno aperto il loro nuovo studio, Vignelli Associates. Si ripercorrono le tappe significative: la partecipazione alla grafica della metropolitana newyorchese -  rivoluzionaria per la sua immediatezza grafica, concepita con il carattere tipografico Helvetica -  gli interni dello showroom di Artemide a New York e l’impaginazione pulita e chiara del settimanale The Herald, basata su una maggior leggibilità delle notizie e che non permette alla pubblicità di disturbarne la lettura - una grande novità per la stampa americana (Domus 524, luglio 1973).

Nel 1978, Vignelli Associates si occupa dell’allestimento per la Chiesa luterana newyorchese del Criptor center, un edificio religioso che è anche un centro per ospitare spettacoli e concerti. Gli interni, minimali e flessibili, si adattano alle diverse funzioni: “Le piattaforme, gli altari e le panche sono estensibili a seconda della funzione. Gli scalini, in legno, nascondono dei sedili che si chiudono a ribalta. I materiali impiegati, tutti naturali, servono a dare un senso unitario a tutto l’ambiente che risulta privo di sovrastrutture e di oggetti superflui” (Domus 584, luglio 1978).

Massimo e Lella Vignelli tornano nella Domus diretta da Alessandro Mendini nel 1981, in un articolo di Gillo Dorfles in occasione della mostra al PAC di Milano, dedicata alla loro ventennale attività. Dorfles loda i lavori americani, portati avanti “In maniera quanto mai convincente, graficamente e semanticamente dallo studio Vignelli. Continua Dorfles, “Hanno saputo trapiantare a New York quella fantasia (in questo caso rigorosa e non disordinata) che così spesso viene invidiata al nostro design […] Hanno saputo superare il conformismo della lezione grafica di stampo funzionalista alla quale era improntato inizialmente il loro lavoro e – pur mentendo viva la loro agilità compositiva e la loro spericolatezza grafica – hanno saputo limitarla a contatto con l’aspra realtà statunitense, senza tuttavia smussare le « punte » aguzze del loro universo fantastico” (Domus 615,  marzo 1981).

Qualche anno dopo, Domus apre le porte dello studio newyorchese dei Vignelli Associates: 1.500 mq ricavati in un ex laboratorio di oreficeria, un palazzo bianco di 14 piani sulla 10th avenue, lo stesso in cui lavorano Richard Meier, Charles Gwaathemey e Robert Siegels. Il bianco è il colore dominante e dalle cinquanta finestre dell’ufficio sembra entrare tutta la città: “Dalle innumerevoli work station si legge lo scorrere del fiume dalla Statua delle Libertà al Washington Bridge. I singoli posti di lavoro, isolati quando l’utente è seduto, riconsentono una vista totale sino al fiume, quando si è in piedi”. (Domus 677, novembre 1986). Michael Bierut, ex collaboratore della Vignelli Associates, ricorda gli anni in quello studio: “con la moglie Lella […] e un sorprendentemente esiguo, sempre mutevole gruppo di designer, Massimo riusciva a dar vita a una produzione che avrebbe fato arrossire di vergogna studi dieci volte più grandi. Sempre ottimista, mai cinico, aveva un insaziabile appetito per nuove sfide di design, e affrontava ogni lavoro come se non avesse mai fatto nulla di simile prima” (Domus 835, marzo 2001).

Vignelli è ormai una presenza costante su Domus. Aldo Colonnetti, nel 1989, commenta l’efficacia della nuova veste grafica del TG2 e degli studi televisivi della RAI, che dimostra “L’attenzione maniacale verso l’utente” e nel 1992, il direttore Magnago Lampugnani affida a Vignelli la copertina del numero di maggio una pagina rosso pastello (Domus 738, maggio 2992). Durante la direzione di Nicola Di Battista invece, i Vignelli raccontano la loro New York, una città vissuta per oltre cinquant’anni, “una città orgogliosa della propria giovinezza, cosciente del divenire, affascinata da se stessa, una città senza fine”. (Domus 972, 2013)

Pochi giorni prima di andarsene, nel maggio del 2014, Massimo Vignelli chiede a Domus di pubblicare un delicato omaggio alla moglie Lella, alleata professionale, che è anche una riflessione sul ruolo che le donne architetto o designer hanno svolto con i propri compagni e che non hanno mai ricevuto sufficiente attenzione (Domus 980, maggio 2014).

Lo schizzo di Massimo Vignelli per la copertina di Domus del maggio 1992

Le parole di Aldo Colonnetti descrivono con efficacia la levatura del lavoro dello Studio: “C’è sempre un’istanza etica del procedere di Vignelli: […] il fruitore si sente protagonista in questi spazi mentali e fisici, quasi non si accorge della presenza del progettista. La cifra stilistica di Vignelli è riconoscibile proprio per questa capacità nel far parlare i contenuti”, conclude Colonnetti, “Lo stile progettuale dello studio è all’interno di una modernità inesauribile: e questo è la sua forza e la sua qualità fondamentale” (Domus 722, dicembre 1990).

 Immagine di apertura: New York Milano Milano New York: collegamento volante fra i due mondi, ma base fissa a New York, da Domus 524, luglio 1973.

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