Eileen Gray: pioniera del design

Nel dicembre del 1968, sulle pagine di Domus,  Joseph Rykwert rende omaggio a Eileen Gray, la progettista “straordinariamente sensibile” e incredibilmente trascurata dalla critica. 

In occasione del festival Archivissima Digital, quest’anno dedicato alle figure femminili attivatrici di momenti di trasformazione nella cultura e nelle arti, ripubblichiamo dall’archivio di Domus le parole del critico Joseph Rykwert, che nel 1968 rende omaggio a Eileen Gray, la progettista irlandese che negli anni Venti “ebbe la forza e il coraggio di intraprendere una via nuova”. 
 

J. Rykwert, Un omaggio a Eileen Gray, pioniera del design, da Domus 469, dicembre 1968

È ben strano che nessuno abbia reso omaggio a Eileen Gray in questi ultimi trent’anni, se si pensa che l’ultimo a farlo è stato Le Corbusier. Le Corbusier, che presentò il progetto di Eileen Gray per un “Centre de Loisirs” nel suo stupendo padiglione dell’Esprit Nouveau all’esposizione di Parigi nel 1937, e lo riprodusse anche nel suo profetico libro Des canons, des munitions? Merci! Des logis... S.V.P. nel 1938. Poi venne la guerra, ed Eileen Gray si ritirò nel Sud della Francia, a Saint Tropez, dove aveva un appartamento bellissimo sul vecchio porto, con mobili tutti disegnati da lei, ma dove un giorno venne un bombardamento a distruggere tutto. E poiché anche i disegni e i progetti da lei lasciati a Parigi andarono tutti perduti, oggi i soli documenti che rimangano del suo “design” sono i mobili della casa parigina in cui tuttora ella abita – in rue Bonaparte, da più di sessant’anni. Mobili straordinari, visti oggi: mobili che, a guardarli ora, si stenta a credere che sian stati progettati e realizzati prima del ’30.

Come Van de Velde e Behrens, Eileen Gray cominciò con la pittura. Era stata, intorno al ’900, una delle primissime donne a studiare alla Slade School di Londra, e poi a Parigi, dopo il 1907, a erudirsi nell’arte della lacca, con un maestro giapponese. (Molti viaggi fra Parigi e Londra prima della guerra, con qualche traversata della Manica anche in volo, con Farman). Finita la guerra aprì un atelier in rue Visconti a Parigi, e cominciò allora a realizzare dei mobili, pezzi unici, in legno e lacca, e nel 1922 ne fece la sua prima mostra presso la Union des Artistes Modernes, con uno straordinario successo.

Fu allora che Eileen incontrò J. J. P. Oud e altri architetti olandesi, e il risultato di questo incontro fu la pubblicazione delle sue prime opere in un numero speciale di Wendingen, nell’anno successivo.Il successo la incoraggiò. Aprì, sempre a Parigi, un laboratorio per produrre non più pezzi unici ma mobili in serie, multipli, ed accettò incarichi di arredamento. Fu in questo momento che incontrò anche Jean Badovici – il cui nome è ancora legato al prestigio di Architecture Vivante, che egli diresse per molti anni – e per suo suggerimento iniziò anche a progettare edifici. Due soli, purtroppo, furono realizzati – due case, nel Sud della Francia, da lei stessa abitate: entrambe singolari, entrambe esercitazioni estremamente eleganti e personali in un linguaggio formale nuovo e intentato, e perciò stimolante.

Poltroncina in tubo continuo,con un solo bracciolo, 1927. Poltronain tubo d'acciaio e pelle bianca,e tavolino da té in acciaio con discoporta-dolci in alluminio, 1927-28. <em>Domus</em> 469 / dicembre 1968. Vista pagine interne
I mobili in tubolare d’acciaio progettati da Eileen Gray tra il 1927 e il 1928 e pubblicati su Domus 469, dicembre 1968, nell’articolo di Joesph Rywert

La prima casa, a Roquebrune, progettata in collaborazione con Badovici, fu terminata solo nel 1929. (È la casa che venne pubblicata in Architecture Vivante come la “Maison en Bord de Mer”). Ogni cosa, nella casa, dai mobili ai tappeti, agli arazzi, era disegnata da Eileen, ed eseguita nel suo laboratorio, sotto la sua personale direzione. Un intervento così totale del designer nella creazione dell’ambiente oggi non è un’eccezione, ma negli anni venti poteva dirsi un’anticipazione. A parte la casa del maestro alla Bauhaus di Dessau, ben pochi sono gli interni di allora in cui la “nuova” architettura sia così pienamente, meravigliosamente, umanizzata, e così allegra.

Terminata questa prima casa, Eileen Gray rinunciò al suo laboratorio, pur continuando a lavorare come designer di mobili e di tessuti, per dedicarsi all’architettura – ai molti progetti che, come quello del Centre de Loisirs, rimasero irrealizzati, e a quello che si costruì: la sua seconda casa, a Castellar, Alpi Marittime (ora proprietà di Graham Sutherland), una casa che non venne mai adeguatamente pubblicata, che io sappia, e che pure ha tutte le qualità della casa di Roquebrune, perfezionate anzi dall’esperienza.

Ritratto di Eileen Gray. <em>Domus</em> 469 / dicembre 1968. Vista pagine interne
Ritratto di Eileen Gray. Da Domus 469, dicembre 1968

Non ci si spiega, oggi – oggi che le battaglie per la “nuova architettura” sono finite – come mai un’opera come quella di Eileen Gray, un’opera di tale sensibilità e talento, sia stata così trascurata; come mai queste forme, che oggi sono ancora cosi appropriate e così fresche, e che anticipano tanto di quel che ora i più giovani designer stan facendo, abbiano avuto così poca fama. Eppure l’opera di Eileen Gray, anche se esigua, è tale da potersi avvicinare solo a quella dei tre o quattro grandi maestri del suo tempo. I quali, in ogni modo, la apprezzarono.

Non ci si spiega, oggi – oggi che le battaglie per la “nuova architettura" sono finite – come mai un’opera come quella di Eileen Gray, un’opera di tale sensibilità e talento, sia stata così trascurata

Le Corbusier, che possedeva parte del terreno della casa di Roquebrune (su questa riva costruì il piccolo cottage da cui partì per la fatale nuotata) venne, intorno al ’45, a dipingere alcuni affreschi nella casa, e la loro pubblicazione fu forse l'ultima occasione in cui l’opera di Eileen Gray comparve in pubblico.

Citiamo l’episodio perché serve a chiarire un contesto storico. Ma Eileen Gray lavora ancora, e ciò che ha fatto finora non va visto soltanto come documento storico: vale, e rimarrà, come testimonianza di un’artista straordinariamente sensibile, e che ebbe la forza e il coraggio di intraprendere una via nuova.

Immagine d’apertura: E. Gray, poltrona in legno di sicomoro con giunti metallici, 1924. Da Domus 469, dicembre 1958

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