America. Il sogno che divora se stesso

L’immaginario americano dall’arte delle origini al presente. Da Edward Hicks a Edward Hopper, da Warhol a Trump: l’America non ha mai smesso di dipingere se stessa. Il problema è che il ritratto è diventato una caricatura.

C’è un quadro che ogni americano conosce anche senza averlo mai visto. Lo portano dentro, come un sogno ricorrente che non si sa spiegare ma che si riconosce appena arriva. Si chiama The Peaceable Kingdom, lo dipinse Edward Hicks tra il 1820 e il 1849, più di sessanta versioni della stessa scena: il leone accanto all’agnello, il bambino che accarezza la bestia feroce, sullo sfondo William Penn che stringe la mano agli indiani Lenape. Un’America che non è mai esistita, dipinta da un uomo ansioso di crederci. La prima grande bugia consolante della nazione. Tutto l’immaginario americano è contenuto in quella tensione: il desiderio di innocenza e la coscienza oscura della colpa. Prima ancora di Hicks, era già scritto nei paesaggi di Thomas Cole, il fondatore della Hudson River School, che negli anni Quaranta dell’Ottocento dipingeva foreste verginali come cattedrali gotiche, fiumi come vie di redenzione, montagne come promesse di Dio. Cole sapeva però che quella natura era già condannata. Il suo ciclo The Course of Empire è la profezia più lucida mai formulata su un paese che non era ancora nato del tutto e già immaginava la propria fine.

Thomas Cole, Destruction from The Course of Empire, 1836

L’America si è sempre raccontata per immagini prima che per parole. Non è un caso. Era un paese senza un passato sufficientemente lungo da mettere in versi, e allora ha inventato la sua mitologia nel colore. Winslow Homer dipingeva marinai e schiavi emancipati con la stessa dignità austera, senza retorica, senza perdono. Albert Bierstadt portava le montagne rocciose a dimensioni di affresco, non per documentarle ma per renderle irraggiungibili, belle come il Paradiso, inabitabili come il sogno.

L’America si è sempre raccontata per immagini prima che per parole.

Poi arrivò il Novecento, e con lui la crepa. Edward Hopper capì prima di chiunque altro quello che stava succedendo: l’America non era un paese che cresceva verso qualcosa, era un paese che si svuotava. Nighthawks, 1942. Quattro figure in un diner illuminato nel buio della notte, nessuno che guarda l’altro, nessuna uscita visibile nel quadro. La solitudine non come condizione tragica ma come architettura. Hopper dipingeva l’America dei motel, delle strade statali, delle domeniche in cui il tempo non passa. Dipingeva il futuro di un paese che aveva vinto la guerra e non sapeva cosa farsene.

Christina's World (1948) by Andrew Wyeth

Andrew Wyeth, nello stesso periodo, dipingeva Christina’s World, una donna che striscia su un prato verso una fattoria lontana. Apparentemente americana, apparentemente semplice. Ma Christina Olson era disabile, incapace di camminare, e quella casa sullo sfondo forse non avrebbe mai potuto raggiungerla. Il Sogno Americano ridotto a sforzo, a fatica, a distanza. Nessuno se ne accorse subito. Il quadro piaceva, era bello, era rurale, era rassicurante. L’America ha sempre amato i propri simboli di sconfitta a patto che sembrino vittorie. Poi venne Warhol e il cerchio si chiuse in modo imprevisto. Andy Warhol non dipingeva l’America: la riproduceva. Marilyn Monroe, la sedia elettrica, le lattine di zuppa Campbell’s, i dollari, Mao. Metteva tutto sullo stesso piano, con la stessa tecnica seriale, la stessa assenza di gerarchia emotiva. Era il più feroce critico che l’America potesse avere, e il più invisibile, perché sembrava celebrare ciò che smontava. Il consumismo aveva divorato l’arte? No: l’arte aveva divorato il consumismo e ne aveva assunto le fattezze per sopravvivere dentro di lui.

Andy Warhol, Big Campbell's Soup Can 19c (Beef Noodle), 1962 © Andy Warhol

Jean-Michel Basquiat arrivò dopo, dalla strada, con la vernice spray. I suoi quadri sono crani, corone, parole scritte e cancellate, corpi neri che reclamano un nome. Copyright come protesta, anatomia come resistenza. Basquiat non chiedeva di entrare nell’immaginario americano: lo sfondava. E mori a ventisette anni, nel 1988, e l’America lo trasformò subito in un’icona da vendere. Kara Walker, negli anni Novanta, tagliava silhouette di carta nera e le appiccicava alle pareti dei musei: scene di piantagione, schiavitù, violenza, raffinate nella forma come le ombre di un teatro di marionette. La bellezza come esca, l’orrore come contenuto. Jeff Koons costruiva oggetti enormi e lucidissimi: il cane di palloncini, il coniglio d’acciaio, e li chiamava sculture. Erano specchi. Ti ci guardavi dentro e vedevi te stesso deformato, ingrandito, ridicolo nella tua voglia di possedere cose belle o di comprendere qualcosa che non doveva essere compreso (o non poteva).

Edward Hopper, Nighthawks, 1942 © Edward Hopper

E ora? Ora l’America è tornata a dipingere se stessa con una pennellata grossa, sicura, senza dubbi: Make America Great Again! Uno slogan che è prima di tutto un’operazione estetica: il ritorno a un immaginario che non è mai esistito, esattamente come The Peaceable Kingdom di Hicks. La stessa nostalgia per un’innocenza che non c’è stata. Lo stesso desiderio di credere a qualcosa di abbastanza semplice da stare su un cappellino rosso. La preghiera che anticipa la guerra. L’ossimoro americano. L’arte contemporanea reagisce con gli strumenti che ha. Installazioni, fotografia, performance, intelligenza artificiale, ma la domanda che si pone è la stessa di sempre: chi appartiene a questa storia? Chi ha il diritto di raffigurare e chi viene raffigurato? Titus Kaphar ridipinge vecchi ritratti cancellando i bianchi e portando in primo piano i neri che erano sempre stati lì, sullo sfondo. Il Museum of Arts and Design a New York, come il Whitney, come il MoMA, come decine di istituzioni private, stanno riscrivendo le proprie collezioni con una urgenza che somiglia al panico. È tardi, forse. 

L’arte contemporanea reagisce con gli strumenti che ha. Ma la domanda che si pone è la stessa di sempre: chi appartiene a questa storia?

L’immaginario americano è nato dalla contraddizione e vive di contraddizione. Un paese che si è fondato sulla libertà tenendo gli schiavi. Che professa l’uguaglianza tra gli uomini escludendo le donne, i neri, i poveri, gli indigeni, gli immigrati. Che ha dipinto paesaggi di paradiso su territori appena sottratti con la forza. Quella tensione non si risolve, si rappresenta. E in questa rappresentazione infinita, ossessiva, violenta, commovente, sta forse l’unica forma di verità che l’arte americana abbia mai saputo produrre. Thomas Cole lo aveva capito duecento anni fa. Il sogno ha sempre un atto finale. Si chiama rovina. Ma anche nella rovina, guardatele bene. C’è ancora luce. Non abbastanza per salvarsi. Forse, abbastanza per dipingere la nuova cronaca.

Immagine di apertura: Edward Hicks, The Peaceable Kingdom (1826)