Favola: il cinema incontra il teatro che incontra la moda

La trasposizione cinematografica della pièce di Filippo Timi è un inno alla libertà nell’America degli anni Cinquanta, con i costumi firmati Fabio Zambernardi, design director di Prada.

Favola, Sebastiano Mauri, Filippo Timi, Nexo Digital

Quando il teatro diventa cinema a volte può diventare una Favola. È questo il caso del film diretto da Sebastiano Mauri, scrittore alla prima opera di regia, compagno nell’arte e nella vita di Filippo Timi, autore e protagonista dello spettacolo teatrale omonimo che ha debuttato con grande successo nel 2011. Quello del teatro che diventa cinema è un trend che si segnala da alcuni anni, con titoli eccellenti come Carnage di Roman Polanski dalla pièce di Jasmina Reza o Il nome del figlio, altro testo della comédie française trasposto in pellicola. Le ragioni di questo travaso sempre più frequente stanno innanzi tutto nel minore costo produttivo dovuto alla natura monolocation di storie legate ai limiti scenici teatrali, ma anche nel dialogo brillante e vivido dei testi. Contrariamente ai titoli citati però, Favola dichiara apertamente la sua natura teatrale, a cominciare dal cast che rimane immutato, e ci gioca con grande divertimento.

La storia è quella di Mrs Fairytale (Filippo Timi), casalinga americana degli anni Cinquanta che prende atto della propria infelicità e compie un percorso di liberazione personale, aiutata e sospinta dall’amica Mrs Emerald (Lucia Mascino). Le due donne si incontrano ogni giorno per condividere le loro esistenze tranquille solo all’apparenza, perché celano violenze domestiche, tradimenti e depressione, finché al minuto 45, la metà esatta del film, accade l’impensabile: in un mondo che non prevede questa possibilità, le due amiche s’innamorano.

Gli anni Cinquanta sono il perfetto scenario per una storia di liberazione dalle costrizioni sociali, un luogo dell’immaginazione gestito con grande libertà e ironia dove tutto vale ed è occasione di sorriso: la minaccia degli Ufo, il Comunismo, i fucili in salotto, ma anche gli scorci delle molte finestre che sono altrettante istantanee degli Stati Uniti d’America, dalle foglie d’acero in autunno ai grattacieli, dalla bandiera americana ai cactus del Grand Canyon. Nella ricostruzione libera di questo mondo americano anni Cinquanta, scenografia e costumi sono fondamentali.

L’ampia casa di Mrs Fairytale, ricostruita in studio come nei film della Hollywood degli anni d’oro con Doris Day, riferimento imprescindibile, ma anche di Alfred Hitchcock (Mrs Emerald biondissima e in apparenza algida come le sue eroine), è un tripudio di colori vivaci e forme anni Cinquanta in cui non mancano moquette rossa, carte da parati con fantasie sgargianti come fenicotteri rosa su fondo blu e boiserie. Gli spazi della casa comunicano attraverso aperture dai contorni ogivali che, ripresi in infilata, creano un vertiginoso tunnel come a sottolineare che anche il quel mondo apparentemente perfetto, da favola appunto, si nasconde l’incubo.

I costumi poi, frutto della prestigiosa collaborazione con Fabio Zambernardi, design director di Miu Miu e Prada, sono una festa per gli occhi, tra gonne a ruota e grembiuli per Mrs Fairytale, tubini e impermeabili di plastica trasparente per Mrs Emerald. Insomma, il cinema incontra il teatro che incontra la moda in un libero gioco di citazioni e reinvenzione.

Proprio la libertà è uno dei cardini di questo film. La libertà negata e poi conquistata della protagonista, la libertà di essere ciò che si è perché “nessuno sceglie chi essere o chi amare”. Ma anche la libertà di tenere elementi dello spettacolo teatrale davvero poco cinematografici come la protagonista interpretata da un uomo e la cagnolina Lady, che pur impagliata scompare e rispunta qua ora là. La libertà che, invece, in alcuni casi gli autori si prendono rispetto allo spettacolo, con l’aggiunta di due personaggi che nella pièce sono solo evocati. Il marito Stan (Sergio Albelli) secondo cui “quando la moglie dà retta al marito la vita scorre serena”, un uomo borghese la cui tenuta in giacca e cravatta e il baffetto d’ordinanza nascondono un carattere dispotico e violento. E la madre, o meglio Mother (Piera degli Esposti, spesso presente nel cinema indipendente italiano), che piomba in scena per ricordare alla figlia che senza il marito la moglie è perduta, che se perdi la faccia nessuno potrà mai restituirtela e che sarà bene non sollevare dicerie: meglio fingere, indossare la maschera, perché tanto la vita è una farsa.

Favola, la locandina del film
Favola, la locandina del film

Favola è un film che non è un film nel senso tradizionale. È un’operazione artistica che richiama certe pellicole di François Ozon (Come gocce d’acqua su pietra rovente la pièce di Rainer Werner Fassbinder) in cui la matrice teatrale è esplicitata senza l’obbligo di trasporre la storia in un mondo verosimile. Non a caso, il film esce nei cinema come evento speciale per Nexo Digital, distributore nelle sale di film e documentari a tematica artistica. Ed è in questo uso del formato cinematografico per cambiare un po’ le regole del gioco che sta parte della bellezza di questo lavoro, incardinato sulla capacità istrionica dell’autore-attore Filippo Timi, che fa ridere anche dicendo cose per cui non ci sarebbe niente da ridere e che mostra come il teatro possa dare linfa al cinema anche in Italia, con storie dai testi brillanti che hanno già funzionato sul palco. Attendendo, dopo Favola, Thanks for vaselina e Palloncini, pièce italiane degli anni recenti che saranno presto film della prossima stagione cinematografica.

Titolo film:
Favola
Regia:
Sebastiano Mauri
Distribuzione:
Nexo Digital
Anno:
2017

Ultimi articoli di Arte

Altri articoli di Domus

Leggi tutto
China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram