L’ora sospesa di Spalletti

In mostra a Palazzo Cini a Venezia, Ettore Spalletti nello stretto dialogo della sua pittura con lo spazio si conferma essere uno degli artisti contemporanei più poetici e classici.

Al secondo piano di Palazzo Cini, di recente apertura al pubblico come casa-museo anche grazie al Gruppo Generali, Ettore Spalletti occupa le stanze destinate alle esposizioni temporanee con un allestimento ad hoc, punteggiandole di diversi segnali visivi.

Differenti non solo per ordine di grandezza e per la natura dei materiali, le opere si presentano soprattutto come varietà di corpi colorati quasi monocromi. Tanto i pannelli e le carte quanto gli oggetti dalle forme semplici e familiari e i poliedri, memori forse degli attributi della Melancolia di Dürer, si pongono principalmente come dispositivi luminosi dai colori rarefatti, fragili, mutevoli, impermanenti ma anche tenaci e persistenti nella loro natura volatile; sono corpi cromatici dalla pelle sensuale e vellutata, ottenuti tramite l’abrasione delle stesure alla ricerca di una determinata consistenza epiteliare, particolarmente adatta all’ambiente e rafforzata anche attraverso l’inclinazione imposta a ogni superficie rispetto alle fonti di luce.

Ettore Spalletti, Senza titolo, Bianco. Palazzo Cini, Venezia 2015

Il dialogo serrato che Spalletti ha instaurato con il luogo, con la luce lagunare, i riferimenti alla tavolozza di certa pittura veneta, in particolare i rosa e gli azzurri tiepoleschi, i richiami ai polittici con i fondi d’oro conservati al piano di sotto e che sono parte della collezione permanente, la scelta delle opere e la loro studiatissima collocazione, danno vita a una mostra davvero speciale.

Egli è un sacerdote officiante il rito della pittura, una pittura minimale e al tempo stesso ricca. Aprendosi allo spazio e distribuendosi negli ambienti, le opere si dispongono come apparizioni, mentre lo spettatore si trova presto irretito in un gioco di fenomeni luminosi che favoriscono l’entrata in risonanza con l’intima frequenza del colore.

Ettore Spalletti, Trittico. Palazzo Cini, Venezia 2015

Qui l’azzurro e il rosa sono più sospetti cromatici che colori, quasi dei soffi, l’oro è luce abbagliante che mina la compiutezza semplice delle forme, spesso cancellandone gli angoli, mentre due superfici, celesti e celestiali, collocate su due diverse pareti, si attirano tra loro come calamite e si avvicinano fino a sfiorarsi in un angolo della stanza. La qualità delle vibrazioni cromatiche, la capacità dei corpi di assorbire e sprigionare la luce, le particolari modalità di muovere i supporti e la maniera di occupare lo spazio, disseminandolo di presenze in modo parco ma capillare, rappresentano caratteristiche uniche del fare di Spalletti, un fare che è un inno glorioso alla pittura e alla sua storia, da Beato Angelico, a Piero della Francesca a Malevich.

Spalletti rivendica anche a livello teorico la necessità che l’arte contemporanea si faccia carico della responsabilità dello spazio. Ormai la cornice è infranta per sempre e la pittura compromessa con la vita, come insegna Vedova con i suoi Plurimi, tanto apparentemente lontano nei modi da Spalletti, invece così vicino nel comune sentire l’insufficienza del linguaggio convenzionale della pittura.

Ettore Spalletti, Testa, La bella addormentata. Palazzo Cini, Venezia 2015

Il ritmo impresso allo spazio architettonico dai lavori di Spalletti fa delle sale i capitoli di un libro che si fonda sull’alternanza di golfi di pace ombrosa e di accelerazioni del movimento. Sapone (1998) è una specie di grande fagiolo che sarebbe piaciuto a Lucio Fontana; fissato a una parete soltanto da un lato, crea un effetto talmente potente da “abbattere” la parete stessa e fare slittare lo sguardo altrove. I cubi bianchi di alabastro che emettono una luce segreta, gli angoli dorati che sfumano e perfino i titoli delle opere, parlano di piccoli miracoli, spiragli di un quotidiano prezioso.

Ettore Spalletti, veduta della mostra, Palazzo Cini, Venezia 2015

La piena realizzazione della condizione immersiva proposta dall’esposizione dipende in larga parte dalla disponibilità del visitatore a dare tempo all’esperienza del vedere. Tanto più si lascia che l’occhio si posi sulle opere di Spalletti, quanto più “quel non so che” che egli presenta diventa un respiro che si amplia e, mentre coinvolge tutti i sensi, si irradia nell’ambiente circostante. La carica di energia, non appariscente ma inesauribile poiché non riesce a essere contenuta dalle stanze in cui le opere sono collocate, finisce dunque per spingersi al di fuori dello spazio dato e, attraverso le finestre, ricongiungersi alla materia chiara e impalpabile del cielo.

Ettore Spalletti, vedute della mostra, Palazzo Cini, Venezia 2015

Come a Parigi lo spettatore che all’Orangerie percorre le sale di Monet si trova a galleggiare ebbro di lucori, bagliori e riflessi, così al secondo piano di Palazzo Cini a Venezia l’osservatore si sente più leggero e intraprende un movimento nella direzione della smaterializzazione. I lavori di Spalletti sprigionano un’aura sacrale paragonabile soltanto a quella di certe opere di Yves Klein. Questa mostra, promossa dalla Fondazione Giorgio Cini e da ASLC con il contributo di Studio la Città di Verona e il sostegno di NCTM, ha il grande pregio di mettere sotto gli occhi del pubblico internazionale della 56esima Biennale di Venezia la conferma che Spalletti è senza dubbio uno degli artisti contemporanei più poetici e classici.

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fino al 23 agosto 2015
Ettore Spalletti
Palazzo Cini
Campo San Vio, Dorsoduro 864 Venezia