La periferia, la borgata – specie se qualificata come "pasoliniana" – è forse una figura platonica prima che un luogo reale. È una categoria da cui sappiamo cosa aspettarci; visualizziamo, o ci fingiamo nell'immaginazione, tutto ciò che di essa è necessario sapere per giustificare le tesi sociologiche che abbiamo ereditato a riguardo. Vederla, esplorarla, toccare con mano la base empirica delle conclusioni che già abbiamo, potrebbe essere in fondo una fatica non necessaria, l'iterazione inutile di un esperimento scientifico già portato avanti da altri, in altri laboratori, con strumenti migliori. Questo, ovviamente, è falso.
La verifica dell'esperimento pasoliniano è al cuore del nuovo film dell'artista inglese Rosalind Nashashibi – Carlo's Vision, circa 10 minuti in 16mm a colori, presentato quasi in contemporanea alla Nomas Foundation di Roma e da Peep-Hole a Milano. Il film, riprendendo un'immagine suggerita in Petrolio, segue una sorta di processione per le strade della borgata romana di Torpignattara.
Tre figure maschili, qualificate come "divinità", trascinano faticosamente un carrello che pare un dolly di regia, su cui siede, voltato di spalle e quindi di fronte a un paesaggio che fugge in avanti, un uomo silenzioso e meditativo. Ha i tratti fortemente "romani", il volto increspato dall'ipotesi di un sorriso. Al loro tragitto si alternano le immagini di una coppia (è una processione nuziale?), che cammina lentamente lungo il medesimo percorso, stretta a braccetto. Fra le due visioni, la camera a tratti indugia sui dettagli delle strade che attraversano, sui volti dei passanti, sulle auto. Alcune inquadrature, apparentemente senza regolarità, sono virate da un filtro colorato, e assumono improvvisamente un cromatismo fortissimo.
La visione di Carlo
La borgata "pasoliniana" è al centro del nuovo film dell'artista inglese Rosalind Nashashibi, presentato alla Nomas Foundation di Roma e da Peep-Hole a Milano.
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- Vincenzo Latronico
- 27 settembre 2011
- Roma
Lungo la camminata, lo spettatore ascolta quelli che paiono i pensieri di due delle "divinità", interpretate dal critico letterario Andrea Cortellessa e dal politologo Daniele Balicco. Le divinità commentano ciò che vedono, o ciò che credono di vedere o ciò che sanno di quella forma platonica di borgata che stanno attraversando. Parlano, il primo, del ruolo della sessualità e della percezione della sessualità nella vita di borgata; il secondo, della storia delle periferie romane dal punto di vista della politica urbana: della loro disconnessione dal centro, della loro programmatica caoticità; discutono di modelli televisivi e urbanistici, di storia del costume e del potere. Le riflessioni dei due si intrecciano come in un dialogo fra sordi, o nello scontro fra due persone che descrivono lo stesso fenomeno che però vedono tramite occhiali diversi, o tramite diverse ossessioni; non è chiaro cosa di ciò trapeli alla coscienza di Carlo, che gli dei trascinano, e il cui sorriso pare a volte un laconico commento a ciò che lo spettatore sente.
Benché nei discorsi di Cortellessa e Balicco (approfonditi per quanto frammentari, e curiosamente complementari nel fornire una fenomenologia sociopolitica della borgata) manchino riferimenti espliciti alle riprese che accompagnano, si crea a volte un inatteso contraltare fra ciò che si vede e ciò che si sente: si parla di colpevolezza generalizzata, e un gruppo di passanti guarda dritto in macchina, negli occhi un misto di curiosità, ritrosia e sfida; si dice che il "popolo" ormai non esiste più, e tre uomini del popolo chiacchierano e scherzano, perdendo tempo sull'uscio di una bottega. Le teorie delle divinità sono solide, e risultano convincenti e illuminanti: eppure sembrano non riuscire a catturare l'essenza di ciò che si vede. Sul loro contesto non trovano appigli: come i filtri della camera, che ne mutano il colore, lo rendono acceso o sorprendente o splendido, ma sembrano non scalfire la sostanza di ciò che si vede. Ci sono le teorie, e c'è il resto.
La borgata è nell'occhio di chi guarda: delle divinità, di Pasolini.
È in questo contrasto fra la parola che definisce e lo sguardo che esita il punto cruciale di Carlo's Vision. Sono stati molto frequenti, in questo periodo, i tentativi di trovare un'attualità a volte improbabile alle analisi pasoliniane, celebrandone l'importanza con il rischio di storpiarle per adattarle alla realtà di oggi. Il lavoro di Nashashibi, come la replica di un esperimento al mutare delle condizioni al contorno, mostra al contempo la validità delle tesi che da esse discendono – di carattere sociologico e politico – e la sostanziale indipendenza, quasi sordità, della materia rispetto alla teoria. La categoria del "pasoliniano" si rivela feconda ma al contempo fragile, o addirittura tanto ingombrante da oscurare l'essenza più immediata e "umana" di ciò che vorrebbe cogliere. Gli dei attraversano Torpignattara nella loro inspiegabile processione come esploratori con la mappa sbagliata, o con una mappa solo parziale, o come scienziati medievali che cercano disperatamente di imporre un ordine teologico e razionale a una natura che però segue regole proprie. Le immagini che li accompagnano, in fondo, sono quelle di qualunque città: sono dettagli di gesti e squarci di paesaggio. A renderle periferia, a tipizzarle come borgata non è forse un loro carattere intrinseco ma la loro posizione rispetto ad altri luoghi – il centro – e il rapporto di subordinazione e disconnessione che con essi intrattengono. La borgata è nell'occhio di chi guarda: delle divinità, di Pasolini. E nella visione di Carlo? Vincenzo Latronico