A proposito dello spazio "consumato" una premessa sembra necessaria. Negli anni Settanta aveva inizio il trasferimento degli artisti, che contestavano "il sistema" tutto e quello dell'arte in particolare, in edifici abbandonati. In cerca di luoghi non asettici, di spazi alternativi e di occasioni espositive cominciavano a creare una nuova estetica opposta al white cube, sempre più percepito come troppo borghese e spesso anche inadatto a nuove forme dell'installazione e della relazione col pubblico. Alla ricerca di spazi e forme diverse da alternativi, gli artisti, sono diventati involontariamente strumento di gentrificazione. Alle mostre e alla presenza del pubblico seguivano lentamente e inesorabilmente gli immobiliaristi, i quali, capita l'antifona, si sono fatti promotori di operazioni volte a favorire le mostre negli immobili destinati all'abbattimento e più raramente al restauro. Anche amministrazioni pubbliche, spesso a corto di denaro, ne hanno visto il potenziale promuovendo eventi in edifici perlopiù ex-industriali di cui si sono trovati a gestire la problematicità.
Questo del padiglione iracheno è però un caso in cui la sintonia tra il discorso degli artisti e lo spazio è genuinamente coincidente. L'appartamento evoca le distruzioni e gli abbandoni della guerra e gli artisti appaiono davvero coloro che ritornano, anche perché nessuno di loro vive oggi in Iraq, in un luogo abbandonato e, nonostante tutto, gli ridanno forma. Il tema scelto dalla curatrice Mary Angela Schroth, "Acqua ferita" non è pretestuoso - l'Iraq è la terra dei grandi fiumi Tigri ed Eufrate e petrolio da cui la nostra civiltà discende - è preciso invece e di estrema attualità. L'acqua che manca, l'acqua inquinata, l'acqua contesa, l'acqua che purifica, l'acqua insanguinata e quella 'madre'.
Il tema scelto dalla curatrice "Acqua ferita" non è pretestuoso - l'Iraq è la terra dei grandi fiumi Tigri ed Eufrate e petrolio da cui la nostra civiltà discende
