VANESSA BEECROFT è un ciclone. Lavorare con lei a una performance, e soprattutto pagarne i costi, è come fare un film con Madonna. Lei detta le regole del gioco, un gioco pieno di rimandi alla storia del luogo e dell'arte. Le ragazze che stanno sul set come sculture seguono regole ferree, precise, anche se non impossibili. Chi assiste a una performance organizzata da Beecroft non se la dimentica tanto facilmente.
Questa di Venezia al mercato del pesce di Rialto è stata particolarmente spettacolare, con l'autore che si muoveva tra i corpi a spargere sangue come un Pollock al dripping. Qualcuno trova questa serie bella ma difficile (per via del sangue). Ma andiamo! Dopo Nitsch e il suo teatro delle orge e dei misteri, questa è opera da mettere in salotto...
DANIEL BUREN è stato il primo artista che ho chiamato prima di aprire la galleria. Sono andato a Parigi, gli ho chiesto la mostra. Lui mi conferma: "Apri la tua galleria, mandami gli inviti, vedo quello che fai e fra tre anni ti dirò se lavoreremo assieme oppure no…". Mi ha chiamato dopo un anno circa. Si vede che ero andato bene.
Da allora abbiamo fatto molta strada assieme ed è stato uno degli artisti più influenti per il mio programma. Da lui ho imparato a pensare le opere in relazione allo spazio dato, a montare le mostre seguendo i desideri dell'artista, a rispettare le regole che questi detta. Mi ha insegnato che la galleria è uno spazio neutro aperto a ospitare opere le più diverse; mi ha convinto che la galleria non è basata sui quattro muri che ci circondano, ma è nella nostra testa.
REBECCA HORN è una rossa. Forte. Non abbiamo fatto mostre assieme. È una straordinaria artista ma non credo che potrei andarci d'accordo a lungo. Preferisco avere suoi lavori e non dover discutere. Ho trovato questi lavori in un'asta. Sono tra i suoi più belli dell'inizio. Li ho pagati poco ma li vendo cari.
GIULIO PAOLINI è l'artista che più mi ha influenzato. Ultimamente la sua pratica dell'understatement, del farsi da parte, del mancato protagonismo muscolare, mi ha letteralmente preso. Forse questo stand di piccole opere (piccolo è bello) lo devo – indirettamente – al suo pensiero. L'opera qui esposta è uno dei suoi primi esiti, e tra i più alti del suo percorso. Quasi niente. Uno sguardo sul piano del vedere, ad altezza d'occhio.
ETTORE SOTTSASS mi piaceva perché abitava a Filicudi, perché disegnava con una facilità incredibile e con grande facondia; perché girava il mondo con bastoncini, spago e bandierine per montare e fotografare architetture del sogno e del bisogno, che qui porto alla vostra attenzione con le famose 'Metafore'.
Gli ho scritto una lettera per chiedere la mostra e lui mi ha chiamato dandomi del tu e facilitando tutti i passaggi. Le cinquanta Metafore sulle lunghe pareti della mia galleria erano fantastiche. Ci siamo visti spesso, parlava con grande tenerezza, non se la prendeva con nessuno, come fanno i grandi che praticano la modestia essendo arrivati sulla vetta.
